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lunedì 18 aprile 2016

Come si costruisce il mostro

Il Mattino di Padova, 18 aprile 2016

Doina Matei ha riempito, per la seconda volta, a quasi dieci anni di distanza dall'omicidio con l'ombrello, le pagine di cronaca dei giornali, e per la seconda volta è stata letteralmente massacrata per delle fotografie troppo sorridenti che ha postato su Facebook, mentre era in semilibertà, cioè usciva dal carcere per andare a lavorare e vi faceva ritorno la sera. Usiamo il passato "usciva", perché ora Doina è di nuovo rinchiusa, in attesa di una decisione del magistrato.

Lo scandalo di un sorriso

Ho conosciuto Doina qualche anno fa, quando mi ha scritto dal carcere di Perugia, e il suo più grande desiderio era riuscire in qualche modo a ricostruire il rapporto con i figli e cercare di sostenerli anche economicamente. Sono riuscita ad aiutarla, trovandole un lavoro a Venezia, e così, con quella per lei preziosa offerta di lavoro, ha ottenuto la semilibertà.
Il mostro che stanno descrivendo in questi giorni NON ESISTE. E non esisteva nemmeno quando Doina ha ucciso: lei era allora una ragazza giovanissima già con una vita disastrata, due figli, uno avuto a quattordici anni, in un Paese poverissimo dove garantire un'esistenza dignitosa alla propria famiglia era quasi impossibile. E così è arrivata in Italia, e anche qui non ha fatto una gran vita, finché un giorno nel metrò a Roma ha avuto uno scontro con una ragazza italiana, di quelli che avvengono ogni giorno quando reagiamo aggressivamente se qualcuno magari solo ci urta, o ci passa davanti in una coda, o ci sgomita in un autobus affollato. Quel gesto dell'alzare l'ombrello per difendersi, e non mi interessa qui di dire una cosa impopolare, ma sono certa che è stato istintivo e non voluto, e Doina comunque mille volte ha chiesto perdono. Certo se l'avessi qui davanti le direi che ha fatto una leggerezza a postare quelle foto, ma ugualmente sono convinta che il suo è davvero un peccato veniale, e che una ragazza che non ha mai avuto una vera giovinezza, è facile che cada nella trappola dei social network. Perché quando una persona inizia un percorso di reinserimento nella società, dopo aver passato anni della sua giovinezza in galera, la solitudine, la difficoltà a costruirsi delle relazioni diventano pesanti da affrontare, e Facebook rappresenta una specie di compagnia, un modo per non sentirsi troppo soli. Ma qualcuno riesce davvero a capire che nove anni di galera non sono uno scherzo? Provate a immaginare il giorno più brutto della vostra vita, e moltiplicatelo per nove anni, e forse capirete che dopo tutta quella sofferenza una giornata al mare e un sorriso non offendono nessuno.
Io non so cosa deciderà nei prossimi giorni il magistrato di Sorveglianza, che per ora ha interrotto la semilibertà di Doina, ma di persone in semilibertà ne ho viste tante, e non credo che Doina sia indegna di una misura così importante per lei e per i suoi figli. Il percorso di rientro nel "mondo libero" di una persona che ha commesso reati è complicato, e non può essere perfetto, interromperlo per qualche fotografia che senso avrebbe?
Non riesco a dire che capisco la rabbia del padre della ragazza uccisa, capisco il dolore, come si fa però a chiedere la pena di morte per una giovane donna che ha fatto un gesto sbagliato, ma che è andato ben al di là delle sue intenzioni? Quanto a quella parte della società che ha contribuito in questi giorni a costruire il mostro, penso che sia triste vivere con tanta cattiveria sociale dentro, e che la fortuna più grande che ci possa capitare è di essere capaci di desiderare una giustizia dal volto mite per tutti.

Ornella Favero, volontaria

L'odio distrugge, logora, intossica prima di tutto chi lo prova

Ed ecco che come sempre una parte dell'informazione irrompe nel sistema della giustizia cercando di sostituirsi ad esso, e questa volta condannando il sorriso di una ragazza. La ragazza in questione è Doina Mattei, ma forse prima del suo sorriso era conosciuta di più come "la Killer dell'ombrello", ora, per una semplice fotografia postata su internet che la ritrae al mare sorridente, i media le danno nome e cognome per condannarla una seconda volta.
Mi piacerebbe porre una domanda ai conduttori di La zanzara di Radio 24, che hanno colto la palla al balzo per intervistare Giuseppe Russo, padre di Vanessa, la ragazza uccisa. Vorrei sapere se dopo aver rispolverato il dolore di un padre e dato voce a quell'odio, forse comprensibile, che prova un genitore di fronte alla morte della figlia, credono di aver fatto il loro lavoro d'informazione nello spirito giusto. Non voglio giudicare le dichiarazioni di Giuseppe Russo, quando chiede che per fatti come questi venga introdotta la pena di morte, anche se questa sua affermazione credo che sia davvero inconcepibile, tanto più dopo che Papa Francesco nella città del Vaticano ha abolito anche l'ergastolo dichiarandolo una pena di morte nascosta. Ma il dolore di una vittima nessuno può metterlo in discussione, invece, secondo me, dovremmo mettere in discussione la campagna mediatica che molte volte viene fatta quando persone che hanno commesso un reato provano a ricostruirsi una vita.
È molto facile dire "hanno sbagliato e non meritano una seconda possibilità", è semplice ragionare nella direzione di quella frase squallida che molto spesso si sente sia nella società che dai media "bisogna chiuderli e buttare la chiave", è fin troppo semplice ragionare in questi termini senza cercare di capire come un fatto come questo della ragazza rumena ha segnato la vita di molte persone.
Doina Mattei, prima della concessione della semilibertà, ha fatto un percorso, che è stato giudicato idoneo per usufruire prima dei permessi e poi appunto della semilibertà, ma oggi, che riprova a riprendersi in mano la vita con la consapevolezza di ciò che ha fatto nove anni fa, viene mandata al massacro per un sorriso postato su Facebook, affermando che era un sorriso di vittoria. Ma in tutta questa vicenda esiste un vincitore? A mio parere non esistono mai vincitori in eventi tragici come questi. Tutti hanno perso, ma è giusto mettere davanti a tutti Vanessa che per dei futili motivi ha perso la vita e questa è una ingiustizia, poi la sua famiglia che è stata condannata a vivere nel dolore per aver perso una figlia, e però c'è pure Doina. Anche lei ha perso e anche in lei qualcosa si è spento per sempre. La consapevolezza di aver tolto la vita a una persona segna in maniera indelebile la propria vita, ma questa vita respira ancora, Doina ha ancora un cuore che batte, vogliamo condannarla per questo? Vogliamo privarla della possibilità di ricostruirsi un futuro? Vogliamo condannarla per un sorriso o per una foto in riva al mare?
È molto triste pensare che i media a volte per riempire una prima pagina condannano prima che la giustizia faccia il suo corso, oppure che facciano pressione a magistrati facendogli sentire il peso di una decisione che dovranno prendere. Sono convinto che i magistrati siano in grado di essere razionali e decidere con la professionalità che li contraddistingue, ma ho già visto molti casi di magistrati messi sulla graticola per delle decisioni prese che andavano contro i media o contro il desiderio di vendetta che una parte di società chiede alzando la voce.
È una linea molto sottile confondere la giustizia con la vendetta e molto spesso ci si aggrappa alla giustizia cercando esclusivamente una vendetta. L'odio distrugge, logora, intossica chi lo prova, non chi gli ha fatto del male.
Mi auguro che il magistrato di Sorveglianza comprenda che Doina, se le è stato concesso un beneficio è perché ha fatto e continua a fare un percorso che rispecchia quello che la nostra Costituzione sancisce con l'art.27, spero che queste fotografie non vengano interpretate come un affronto nei confronti della vittima, ma esclusivamente un voler provare a riprendersi la vita in mano. E sono sicuro che non ci sia nessun desiderio di dimenticare il male che si è fatto, questa consapevolezza è già una grossa condanna.

Lorenzo Sciacca

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