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giovedì 28 gennaio 2016

Per tornare a essere civili iniziamo dall'amnistia


di Maurizio Turco (Tesoriere del Partito Radicale)

Il Tempo, 28 gennaio 2016

È facile prevedere che l'anno giudiziario verrà aperto affermando che lo stato della giustizia italiana è lievemente migliorato mentre i provvedimenti in corso di attuazione promettono lievi evoluzioni per il futuro. Si contabilizzerà con soddisfazione che sono diminuiti di qualche centinaio di migliaia di casi i processi pendenti, con dolore si richiamerà il peso dei milioni ancora in essere; ci si dimenticherà di sottolineare che il peso dei processi pendenti continuerà a far maturare prescrizioni e rallentare il corso dei processi fino all'irragionevole durata, cioè alla non giustizia. Con le doverose cautele e gli appelli più o meno strazianti alla politica tutto sembrerà andare nella giusta direzione. Va avanti così da decenni. Ma due fatti accaduti proprio alla fine dell'anno dovrebbero attirare una maggiore attenzione.
Non è certo sfuggito che il Presidente della Repubblica e Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura forse per la prima volta, e comunque da tanto tempo per quel che riguarda i messaggi di fine anno, non ha ritenuto di dovere menzionare la questione della giustizia né per auspicare radicali riforme, né per sottolineare la gravità della situazione. Presidente della Repubblica che solo pochi giorni prima aveva controfirmato la legge di stabilità - approvata a grande maggioranza dal Parlamento - la quale, tra l'altro, è stata presentata come un intervento decisivo per ridurre uno dei mali cronici del sistema italiano della giustizia ovvero l'eccessiva durata dei processi. Eccessiva durata dei processi che dall'inizio degli anni '80 è all'origine di continue e ripetute condanne da parte della Corte europea dei diritti dell'uomo. Condanne che hanno comportato e comportano, ma soprattutto comporteranno un danno erariale che, per le sue dimensioni, costituisce una vera e propria ipoteca erariale sul futuro del paese. Condanne alle quali la Repubblica italiana ha storicamente risposto prendendo impegni poi non mantenuti, esibendo proposte di legge mai adottate, adottando misure presentate come risolutive ma che hanno aggravato la situazione allungando ulteriormente la durata dei processi in Italia e causando la proliferazione dei ricorsi alla Cedu che, per questo motivo, è stata costretta ad introdurre misure restrittive all'accesso.
Giova ricordare che il Presidente della Repubblica emerito, Giorgio Napolitano, durante il suo mandato ha inviato un solo messaggio alle Camere, nell'ottobre 2013, che è stato sostanzialmente ignorato dal Parlamento e nel quale tra l'altro si ricordava che "è fatto obbligo per i poteri dello Stato, ciascuno nel rigoroso rispetto delle proprie attribuzioni, di adoperarsi affinché gli effetti normativi lesivi della Convenzione europea dei diritti dell'Uomo cessino".
Con l'ultima legge di stabilità, non potendo incentivare la produttività dei giudici, si è proceduto ad un aumento simbolico della pianta organica dei magistrati e ad introdurre misure per disincentivare l'accesso alle richieste dei danni per l'eccessiva durata dei processi e incentivare la rinuncia per chi ha in corso un contenzioso. In sostanza siamo di fronte all'ennesima controriforma della cosiddetta Legge Pinto, provvedimento suggerito dal Comitato dei Ministri del Consiglio d'Europa come uno degli strumenti per contenere il numero dei ricorsi italiani alla Corte Europea dei diritti dell'Uomo, ricorsi in maggioranza inerenti l'irragionevole durata dei processi. A ciò si aggiunga il fatto che l'Italia è il paese che più di tutti non dà seguito alle stesse sentenze, così violandole, della Corte europea dei diritti dell'uomo. Per non dire delle più di 8000 domande ripetitive pendenti davanti alla Corte relative non solo alla durata delle procedure giudiziarie ma all'esecuzione delle decisioni prese ai sensi della Legge Pinto, che - è bene ribadirlo - avrebbe dovuto prevenire i ricorsi alla Corte.
Riteniamo che nelle condizioni in cui si trova il nostro Paese, un provvedimento di amnistia costituisca di per se la prima, vera, grande riforma della giustizia accompagnata da misure, da adottare in tempi certi, atte a rimuovere le cause all'origine delle violazioni alla Convenzione europea dei diritti dell'uomo perché, come ha sottolineato lo stesso Comitato dei 47 ministri degli esteri dei paesi che compongono il Consiglio d'Europa, i ritardi eccessivi nell'amministrazione della giustizia costituiscono un pericolo grave per il rispetto dello Stato di diritto. Se questi ritardi, come tutti noi ben sappiamo, pesano sulla corretta amministrazione della Giustizia da un quarto di secolo, è logico dedurre che l'Italia non corra più il pericolo ma ormai violi lo Stato di diritto.
Stato di diritto che viene negato se fondato sulla sostenibilità economica a scapito dell'universalismo dei diritti. Stato di diritto di cui ribadiamo il suo valore assoluto e di cui il principio di legalità, da suo pilastro portante, è sempre più utilizzato per violarne le fondamenta.
Sono queste le ragioni per le quali il Partito Radicale offre una leale collaborazione, senza alcuna contropartita, al Capo dello Stato e al Presidente del Consiglio per una campagna alle Nazioni Unite per una immediata transizione verso lo Stato di diritto, a cominciare da quei paesi a "democrazia reale" come il nostro, che potrebbe cominciare a darsi tempi certi per adottare misure atte al rispetto delle sentenze emesse e per prevenire ulteriori violazioni alla Carta europea dei diritti umani e ai Trattati europei.

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