L'Associazione Il Detenuto Ignoto nasce con l'intento di affermare e promuovere i diritti dei cittadini detenuti, in attuazione di quanto disposto dall'articolo 27 della Costituzione italiana. Il Detenuto Ignoto in questi anni è stata animatrice di importanti iniziative, attraverso lo studio delle realtà e delle politiche del sistema penitenziario italiano, la consulenza e la produzione legislativa, il coordinamento di comitati, l'organizzazione di seminari, convegni, eventi e manifestazioni.

COME CONTATTARE L'ASSOCIAZIONE:

email: Info@DetenutoIgnoto.com


Via di Torre Argentina 76, presso Partito Radicale 00186 Roma





martedì 17 giugno 2014

Il 17 giugno dell'83 e 31 anni dopo


di Irene Testa

Oggi, 17 giugno, ricorre l'anniversario dell'arresto di Enzo Tortora, memoria indelebile per coloro che gli sono stati accanto, figura scolpita nella mente della gente, dei grandi e dei piccoli di allora, di nonne e nonni che seguivano il presentatore ogni venerdì col suo "Portobello". Era l'ospite gradito di tantissime case, quel presentatore serioso con quel suo stile giornalistico alla portata di tutti. Umile ma non modesto. Si racconta che nei paeselli di tutta Italia, quando ancora non tutti possedevano le televisioni, ci si dava appuntamento nella casa del vicino per guardare la tv e ritrovarsi in quel venerdì ad aspettare che il pappagallo parlasse. Ma il 17 giugno del 1983 l'ospite amato di tante famiglie, divenne in un sol colpo "il camorrista", il dispensatore di droghe. Tg e giornali gli dedicarono le prime pagine, furono fiumi di notizie date in pasto ai giornalisti e al non più tanto gentile pubblico. In seguito Enzo raccontò che gli inquirenti attesero di proposito la stampa per farlo sfilare sotto i palazzi romani, e da quei balconi venivano lanciate uova e sputi, grida e insulti per il "camorrista". Momenti che segneranno per sempre Tortora.

Il resto poi lo si conosce: il carcere, il tormentato riconoscimento della sua innocenza, la sua lotta politica per una giustizia giusta, i referendum Tortora promossi dal Partito Radicale, vinti con un quorum impressionante che si attestò sopra l'80%, per l'abolizione della custodia cautelare e la responsabilità civile dei magistrati, poi stravolti da un parlamento che, piegato alla pretesa d'indipendenza dei giudici, varò la legge Vassalli, e ogni istanza del popolo che avrebbe dovuto essere sovrano dinanzi a tale indipendenza fece capitolare. Stabiliva, infatti, che a pagare in caso di errore o colpa grave fosse lo Stato, e non il singolo magistrato. In sostanza, stabilisce la legge Vassalli, se un cittadino italiano volesse far condannare a questo punto lo Stato, per causa del comportamento di un suo funzionario, il magistrato, deve passare attraverso ben nove gradi di giudizio: tre per l’ammissibilità del procedimento, tre per individuare la responsabilità, tre per l’eventuale rivalsa da parte del ministero della Giustizia. Con il risultato che in 25 anni di Vassalli, dal 1988 ad oggi, sono state in tutto 406 le cause avviate nei confronti dei giudici, le citazioni dichiarate ammissibili sono state appena 34, le condanne sono state giusto 4. "Mi avete fatto esplodere una bomba dentro", così disse Enzo. La sua storia, il suo sacrificio, la sua lotta: questo il testamento di Tortora, messo a disposizione di coloro che non hanno un nome e che lottare non possono, per un Paese che possa vantarsi di avere una giustizia giusta. Oggi, 31 anni dopo l'inizio di questo suo calvario, vedendo le nuove eclatanti evoluzioni di intrepidi inquirenti, una spina si direbbe penetrare d'impeto nella coscienza del Paese, e vien da chiedersi malincuore se allora quella lotta sia valsa a qualcosa. Le dinamiche degli arresti, la spettacolarizzazione oltre ogni limite, le notizie di reato che escono dalle procure, l'abuso della custodia cautelare, i mostri sbattuti nelle prime pagine, le famiglie attonite alla televisione, oggi sputano in faccia alla presunzione di innocenza, al diritto a un processo giusto, con giusti tempi e sede appropriata, e tutto quel sistema di garanzie a tutela degli imputati fino a condanna definitiva, splendido sulla carta, ridotti ancora una volta in maniera arrogante a carta straccia.

Oggi, al di là di ciò che emergerà in sede processuale, un altro mostro viene sbattuto in prima pagina, il "presunto" assassino della povera Yara Gambirasio. Della sua cattura da addirittura entusiasta notizia con un tweet il Ministro degli Interni Angelino Alfano, mentre la procura già mette le mani avanti sostenendo di aver chiesto il massimo riserbo. Ma chi ha dato le informazioni ai giornalisti? E ancora, perchè le foto del presunto "mostro", della sua famiglia, dei suo figli, con nomi e cognomi, con età e sesso, con una disamina dettagliata della sua vita e della sua famiglia siano date in pasto alle fauci voraci del media system italico?

Nella speranza che qualcosa ancora possa cambiare, è utile, infine, ricordare quanto ebbe a scrivere Enzo Tortora il 7 maggio del 1984 affinché i paladini della giustizia ne conservino cara la memoria.

«Io ormai divido la gente in due categorie molto semplici: quelli che conoscono sulla pelle l’infamia di una carcerazione [preventiva] in un regime cosiddetto democratico, protratta all’infinito, protratta per anni; e quelli che non hanno la jattura di conoscerla. E allora, se non la conoscono, dovrebbero quantomeno cercare di calarsi nei panni di chi vive questo tormento. Ma è un esercizio che quegli italiani difficilmente fanno. Parlano ed emettono sentenze, anche belle in molti casi. Morali così tonificanti, soprattutto per coloro che non hanno la sventura di trovarsi di fronte all’Italia com’è e non come si dice che sia. Io ho avuto l’amaro privilegio, da questo osservatorio spaventoso nel quale vivo da un anno, di vederla questa Italia che ci hanno creato poco a poco, che ci hanno fatto con questa legislazione degli anni cosiddetti di piombo, dell’emergenza che non finisce mai, del pentitismo che divora, galoppa attraverso i diritti fondamentali del cittadino, distrugge quelli che sono i presidi primordiali di ogni Stato di diritto. Questo è uno spettacolo agghiacciante. Questo è un Paese che io non avrei considerato più il mio. Io me ne sarei andato una volta conclusa la mia vicenda giudiziaria». (Enzo Tortora a Radio radicale, 7 maggio 1984).

Nessun commento:

Si è verificato un errore nel gadget