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lunedì 24 febbraio 2014

Giustizia: finire in carcere per 28 euro dovuti all'Inps? In Italia si può

di Vittorio Zirnstein

www.monitorimmobiliare.it, 24 febbraio 2014

Finire dietro le sbarre per un omesso versamento di 28 euro all'Inps. Impossibile? Purtroppo no! È una storia raccapricciante e grottesca, ma non per questo meno vera quella che vede protagonista un agente di commercio di Como, che si è visto condannare a 2 mesi di carcere per avere mancato di versare una cifra inferiore a 30 euro.
La vicenda riguarda cioè una piccolissima realtà imprenditoriale, praticamente a livello personale, come nel Paese ce ne sono tante, come ben sa chi opera per esempio nell'intermediazione immobiliare. I fatti: 5 anni fa Luigi Balzaretti è tenuto al pagamento dei contributi per un collaboratore. L'Inps gli manda una comunicazione in cui segnala che il versamento dei contributi è inferiore al dovuto. Per la "ragguardevole" cifra di 28 euro. Sia quel che sia, il dovuto va dal dato e il Balzaretti passa la comunicazione al commercialista, ma nessuno provvede al pagamento. Dopo 5 anni, e nessuna altra comunicazione, l'agente di commercio riceve una comunicazione dal Tribunale di Como in cui apprende di essere stato condannato a 2 mesi di reclusione o a 3.500 euro di sanzione pecuniaria.
A parte l'originario corto circuito tra contribuente e commercialista, si sarà sicuramente trattato di un errore, o per lo meno un disguido: un baco tra gli intoppi e le storture della burocrazia che ha ricreato nella realtà qualcosa di molto simile alla finzione letteraria de Il processo di Kafka. Purtroppo no, nemmeno in questo caso! La realtà non ha bisogno di essere realistica: non è infatti nemmeno la prima volta che qualcosa del genere succede. Risale al 2010 un'analoga vicenda capitata a un artigiano di Trento per cui si aprirono le porte del carcere a causa di un'evasione contributiva di 143 euro.
Il tutto era nato per un mancato versamento di 68 euro alcuni anni prima, poi lievitati a causa di sanzioni e interessi di mora. L'odissea dell'artigiano trentino dietro le sbarre durò "solo" 7 giorni a fronte di una condanna di 3 mesi. E in manette, nel 2012, è finita pure la signora Maria Crocitti di Aosta, ex titolare di una pizzeria al trancio, condannata al "gabbio" per il mancato versamento di qualche centinaio di euro di contributi previdenziali. Sono casi delicatissimi, perché in tutti l'evasione c'è stata, e come tale va rimediata.
Rimediata, però, non sanzionata come se una distrazione (perché fondamentalmente di questo si tratta) fosse tra le peggiori colpe del codice penale. La sproporzione tra il reato e la pena è talmente deforme e smisurata che non può che suscitare rabbia e indignazione. Causata sostanzialmente dalla miseria di uno Stato forte con i deboli e debole con i forti. Dove gli unici a pagare sembrano sempre essere solo e soltanto i ladri di polli.
E soprattutto dall'ottusità e dalla totale mancanza di flessibilità del sistema fiscale e contributivo. Così ottuso da creare, anche dal punto di vista patrimoniale, una perdita peggiore del danno originario che si vorrebbe raddrizzare. A voler essere cinici e facendosi sponda con i conti della serva, infatti, in tutti i casi citati la condanna equivale a una perdita netta per il Paese, anche di natura economica, visto che mediamente il mantenimento di un detenuto costa ai contribuenti 400 euro al giorno.

dalla rassegna Stampa di Ristretti Orizzonti

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