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sabato 30 novembre 2013

Emilia Romagna: quando è lo Stato a violare la legge... Garante detenuti a "Fine pena mai"

Ristretti Orizzonti, 30 novembre 2013

Alla data del 31 ottobre, negli istituti di pena italiani si registrava la presenza di 64.323 detenuti: duemila in meno rispetto al mese di giugno, ma la capienza regolamentare delle nostre carceri si attesta sulle 47.000 unità.
Il sovraffollamento, con le sue conseguenze drammatiche, è dunque il sintomo di una malattia ormai cronica. E il dato numerico, di per sé, esprime la necessità di rimettere mano a un insieme di riforme in grado di dare conto di una diversa visione del carcere e della pena. Tossicodipendenza, immigrazione, recidiva e custodia cautelare (oltre alla carenza di risorse) costituiscono i nodi ineludibili della questione carceraria italiana.
Di questo si è parlato oggi pomeriggio nel quarto di cinque appuntamenti raccolti sotto il titolo "Fine pena: mai", organizzati dall'associazione Progrè all'auditorium Enzo Biagi (Biblioteca Sala Borsa, Bologna). "Qual è il risultato di un sistema che non permette alcuna risocializzazione, fallendo il suo primo e più importante scopo? Come si può pensare che la pena finisca uscendo da quelle mura, se chi ne esce è quasi sempre destinato a rientrarci": sono le domande su cui si sono confrontati l'ex presidente della commissione parlamentare per la tutela dei diritti umani, Pietro Marcenaro, la Garante regionale delle persone private della libertà personale, Desi Bruno, e Ornella Favero, direttrice di "Ristretti Orizzonti", la più nota fra le pubblicazioni realizzate all'interno delle carceri italiane.

All'ultimo momento, per impegni istituzionali, è venuta a mancare la presenza del ministro della Giustizia, Annamaria Cancellieri, e questo ha privato certe domande e certe sollecitazioni di risposte immediate. Ma per Desi Bruno la prima necessità è insistere sul tema dei diritti come limite invalicabile del potere punitivo. Esistono alcuni diritti elementari dell'individuo che vengono prima di qualsiasi esigenza di difesa sociale: profili minimi sui quali non si può venire a patti, sui quali non si può transigere. Dopo la "Sentenza Torreggiani", con la quale la Corte di giustizia europea ha condannato l'Italia per violazione dei diritti umani, di fronte al permanere di una prospettiva di vita che si concretizza in quello che è stato definito come "trattamento inumano e degradante", "non ce la si può cavare con piccoli correttivi: una pena così congegnata - sottolinea la Garante - non potrà mai essere rieducativa, e uno Stato che non riesce a soddisfare quelle garanzie minime di tutela della dignità umana non può punire". Di questa opinione anche Marcenaro, che ha ricordato le sentenze delle Corti supreme di Stati Uniti e Germania, assai simili nell'affermare che se uno Stato non può garantire una detenzione dignitosa, deve rinunciare alla detenzione. Marcenaro ha aggiunto che va condotta una battaglia culturale per rompere un'ottusa equivalenza, "quella che non sa distinguere fra pena e carcere, mentre invece si tratta di ricorrere al carcere solo in condizioni estreme. Perciò, la politica, oggi, deve trovare il coraggio di sfidare l'impopolarità puntando a modificare le leggi che contribuiscono gravemente al sovraffollamento". Marcenaro e Favero hanno convenuto sul fatto che chi ha avuto la possibilità di entrare in un carcere e di vedere come vivono i detenuti, il più delle volte rimane scioccato ed è costretto ad abbandonare certi pregiudizi.
Dalla Garante regionale, infine, la duplice sottolineatura sulla gravità di una situazione in cui, come stabiliscono ripetute sentenze, "è lo Stato italiano a violare la legalità. Non basterà aumentare i metri quadrati pro - capite, né portare a otto ore al giorno l'apertura delle celle per rispondere all'ultima, pesante sentenza della Corte Europea". Questi obiettivi quantitativi vanno senz'altro perseguiti, ha detto Desi Bruno, "perché è in gioco la dignità elementare della persona detenuta, ma risulteranno inadeguati se non vi sarà un investimento sull'umanizzazione della pena, offrendo al detenuto occasioni di attività (studio, lavoro, socializzazione)". E a proposito di umanizzazione della pena, il Parlamento potrebbe dare un segnale immediato, modificando la disciplina dei colloqui con i familiari, così da consentire quel minimo di intimità che oggi manca in quasi tutte le carceri italiane.

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