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sabato 16 giugno 2012

Giustizia: perché la “prepotente urgenza” di Napolitano è rimasta lettera morta?


di Valter Vecellio

Notizie Radicali, 15 giugno 2012

Aveva 35 anni, prestava servizio nel carcere palermitano dell’Ucciardone. Ieri è rincasato a Trapani, e ha deciso di farla finita. Per mille motivi - oppure per nessuno - può aver deciso di dire basta: come a Formia, San Vito al Tagliamento, Battipaglia, Torino, e prima ancora a Mamme Lodé, Caltagirone, Viterbo.
I sindacati della polizia penitenziaria forniscono le cifre di quello che è un drammatico “censimento”: dal 2000 a oggi si sono uccisi circa cento poliziotti penitenziari, un direttore d’istituto e un dirigente regionale.
Lo hanno trovato senza vita nella cella del carcere di Parma dov’era detenuto. Si chiamava Giuseppe Del Monaco, 33 anni. I genitori di Giuseppe dopo aver visto la salma denunciano di aver notato delle macchie sul suo volto. All’esame autoptico è emerso che i segni sul volto sono macchie ipostatiche post-mortem che possono comparire alcune ore dopo il decesso, e non sono quindi in alcun modo riconducibili a condotte violente. Escluso l’omicidio; e anche l’autolesionismo, come l’auto impiccagione. Qui però la cosa si complica: il medico legale non ha riscontrato neppure i segni di una morte naturale per malore, come il cuore danneggiato dall’infarto o un’emorragia cerebrale. E allora, di cosa è morto Giuseppe?
Si sa bene, invece, di cosa è morto Maurizio Foresi, 55 anni, autotrasportatore di Civitanova Marche, che il 14 gennaio scorso ha ucciso la moglie polacca Grazia Tarkowska a colpi di pistola; si è ucciso impiccandosi a un termosifone del carcere di Montacuto ad Ancona, dov’era detenuto. Foresi era rinchiuso in una cella della “sezione filtro”, assieme ad altri tre compagni.
Fenomeno senza soste, quello dei suicidi e delle morti legate alla realtà carceraria. Il 2011 si è chiuso con un bollettino nero: 66 suicidi, uno ogni cinque giorni. Il 23 maggio scorso il quotidiano inglese “The Guardian”, si è chiesto com’è possibile che “nel giro di dieci anni, dal 2002 al 2012, siano morti nelle carceri italiane oltre 1.000 detenuti”.
Una situazione che si incancrenisce giorno dopo giorno: nel 2005 il numero dei detenuti era quindi di 60.000 unità oggi superiamo i 66.000. Nel 2005 il numero dei detenuti in attesa di giudizio era del 30 per cento, oggi superiamo il 43,8 per cento. Nel 2005 la sanità carceraria dipendeva dal Sistema Sanitario Penitenziario, nel 2008 è passata al Servizio Sanitario Nazionale portando come da stesse dichiarazioni del personale addetto innumerevoli mancanze di tutela e salvaguardia della salute dei detenuti. Dal 2005 ad oggi migliaia di reati e processi andati in fumo grazie alla “Prescrizione” e veniamo continuamente condannati dalla Corte Europea per la lunghezza dei nostri processi e per la violazione dei diritti umani.
Una recente denuncia della Uil svela la crisi che attraversa lo stesso dipartimento dell’amministrazione penitenziaria: “Il Dap è sull’orlo del fallimento con un debito di 150 milioni che mette a rischio l’acquisto del vitto per i detenuti. E che costringe direttori e provveditori a mediare con i creditori per garantire l’erogazione di acqua, luce e riscaldamento”.
Dal 2005 ad oggi abbiamo continuato a pagare migliaia di soldi pubblici per risarcimenti per ingiusta detenzione, (dopo aver rovinato la vita a migliaia di cittadini). Solo nel 2011 c’è stato un esborso pubblico di 46 milioni di euro.
Quasi un anno fa - era il 28 luglio - nella cornice di Palazzo Madama, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano denunciava l’esistenza di “una realtà che ci umilia in Europa e ci allarma, per la sofferenza quotidiana - fino all’impulso a togliersi la vita - di migliaia di esseri umani chiusi in carceri che definire sovraffollate è quasi un eufemismo. È una realtà non giustificabile in nome della sicurezza, che ne viene più insidiata che garantita”. Situazione di cui sembra ben consapevole anche il ministro della Giustizia Paola Severino: “Le innegabili difficoltà, dice a Montecitorio, non possono costituire un alibi né per il Ministro della Giustizia né per tutte le altre istituzioni interessate”.
Sono ormai migliaia le voci di persone autorevoli, che vivono il carcere, dai direttori di penitenziario agli psicologi alle associazioni di volontariato, alle camere penali ed a famosi giuristi che a gran voce aderiscono alla proposta radicale di amnistia. Autorevoli denunce, cui è seguito uno sconcertante nulla: da parte del Governo; da parte delle istituzioni; nulla neppure dal presidente della Repubblica: che dopo l’iniziale “mossa” non è stato conseguente, e anzi autorizza il sospetto di essersi come pentito per quella sua coraggiosa voce dal sen fuggita.
Eppure la “prepotente urgenza” di dare sbocco e soluzione alla questione giustizia L’ultimo in ordine di tempo è il “Wall Street Journal”. Nella sua impietosa, ma sostanzialmente esatta e corretta, radiografia dello stato di cose italiane, dei problemi che sono sull’agenda di Mario Monti e del suo governo, il quotidiano statunitense cita la irragionevole lunghezza dei processi: che costituiscono una paralizzante palla al piede, che impedisce - certo non solo, ma anche - il necessario sviluppo e scoraggiano gli investimenti: quelli “nazionali” che emigrano altrove; e sopratutto quelli esteri, che non nutrono (come dar loro torto?) fiducia nel nostro sistema.
Non è una novità, piuttosto una conferma: uno dei nostri maggiori problemi è “l’irragionevole durata dei processi” con tutto quello che ne consegue: dal punto di vista umano e individuale, di migliaia di persone che devono penare per anni per ottenere giustizia; e dal punto di vista più generale: lo sviluppo che non c’è, che resta al palo. Da giovedì scorso Marco Pannella, da un paio di giorni Irene Testa, sono di nuovo in sciopero della fame. Come intendiamo sfruttare questa iniziativa politica per il conseguimento di un obiettivo, l’amnistia, che tutti riteniamo urgente, necessario, doveroso?

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