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mercoledì 13 giugno 2012

Giustizia: l'amnistia, l’impellente urgenza, i Radicali…



Condivididi Valter Vecellio

Notizie Radicali, 12 giugno 2012

L’ultimo in ordine di tempo è il “Wall Street Journal”. Nella sua impietosa, ma sostanzialmente esatta e corretta, radiografia dello stato di cose italiane, dei problemi che sono sull’agenda di Mario Monti e del suo governo, le ineludibili urgenze e le impellenze, cita la lunghezza dei processi: che costituiscono una paralizzante palla al piede, che impedisce - certo non solo, ma anche - il necessario sviluppo e scoraggiano gli investimenti: quelli “nazionali” che emigrano altrove; e soprattutto quelli esteri, che non nutrono (come dar loro torto?) fiducia nel nostro sistema.
Non è una novità, piuttosto una conferma: di quanto sia diffusa consapevolezza, da Seattle a Hong Kong, che uno dei nostri maggiori problemi sia appunto “l’irragionevole durata dei processi” con tutto quello che ne consegue: sia dal punto di vista umano e individuale, di migliaia di persone che devono penare per anni per ottenere giustizia; e dal punto di vista più generale, dello sviluppo che non c’è, che resta al palo.
Ormai un anno fa - era luglio - il presidente della Repubblica, nell’autorevole cornice di Palazzo Madama, pronunciava il famoso discorso relativo all’urgenza impellente di dare risposte a un’intollerabile situazione che si era determinata e stratificata negli anni: la giustizia che non funziona, non può funzionare, sommersa da migliaia di procedimenti, il che comporta di fatto una quotidiana, semi-clandestina amnistia indiscriminata e di classe; e l’appendice che da questa situazione deriva: la situazione nelle carceri, intollerabile a dir poco.
Autorevole denuncia, quella venuta dal Quirinale, cui è seguito uno sconcertante nulla. Nulla da parte del Governo, con buona pace del ministro della Giustizia e del Governo; nulla da parte delle istituzioni; nulla neppure - come da mesi sottolinea Marco Pannella - dallo stesso presidente della Repubblica: che dopo l’iniziale “mossa” non è stato conseguente, e anzi autorizza il sospetto di essersi come pentito per quella sua coraggiosa voce dal sen fuggita.
La “prepotente urgenza” viene ignorata in modo pervicace e sistematico dalla informazione: quando, e se va bene, si parla della situazione carceraria; ma il problema della giustizia, degli uffici giudiziari, dei tribunali che possono garantire una minima (ma davvero minima) efficienza, lo devono e lo possono al massimo (ma davvero massimo) di inefficienza.
Ignorata la situazione, ignorate le iniziative in corso, si tratti dei radicali e di Marco Pannella (è di nuovo in sciopero della fame, sì davvero, di nuovo: “che noia, che barba…!”), si tratti di iniziative nonviolente e di massa che pure qualche interesse e curiosità dovrebbero suscitarla: e si parla delle iniziative nonviolente messe in essere dai detenuti e più in generale dai membri della comunità penitenziaria.
Pannella e i radicali propongono e indicano come strada per uscire da questa pericolosa situazione, l’amnistia; che - è perfino avvilente doverlo precisare e ripete - nessuno crede e pensa sia provvedimento di per sé e in quanto tale risolutore; ma che si individua come primo di una lunga serie di provvedimenti che inevitabilmente verrebbero posti in essere: la classica palla di neve che rotolando è destinata a diventare slavina o valanga. Che vi sia chi di questa proposta non è convinto e la avversi, è nell’ordine delle cose; e potrebbe pure trattarsi di obiezioni e dissensi non privi di significato e fondatezza. Però bisognerebbe essere messi in condizione di conoscerli, poterli valutare, se solo fosse possibile un confronto e un dibattito. Così non è.
Non solo. I fieri avversari del provvedimento, si tratti di parlamentari il cui passato e i cui trascorsi meglio sarebbe dimenticare (per loro, ovviamente; ma loro in realtà si prodigano a ricordarcelo ogni giorno), si tratti dei vertici dell’Associazione Nazionale dei Magistrati, oltre al loro fiero e stentoreo no, non sanno e non possono dire altro. Il problema lo conoscono, e forse meglio di noi. Il problema non sono nella condizione di negarlo. Sostengono che una possibile soluzione indicata è sbagliata. Però non c’è mai ombra di soluzione alternativa. A questo punto come non pensare che questa morta gora la vogliono, lavorano perché tale rimanga, la alimentano e la nutrono?
E - ci si perdoni la rozza semplificazione - la “prepotente urgenza” è o no anche affare dei radicali? Le risposte sul che fare, sul che cosa si può fare, certamente sono tutt’altro che facili e semplici. Però almeno porsi la questione e non viverla supinamente; e anche - a costo di dire e offrire corbellerie - cercare di immaginare possibili percorsi, non è operazione inutile, tutt’altro. Per chi vuole e crede di potersi applicare, questi spazi sono ovviamente a disposizione.

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