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martedì 12 giugno 2012

Carceri: il recupero sociale dei detenuti passa anche dal riciclo

MILANO - Sostenibilità e sistema carcerario. Due mondi ancora lontani, nel nostro Paese, come universi che si cercano ma non riescono a incrociarsi. Tanti, del resto, i tentativi per risparmiare energia e  rendere più verdi gli istituti di reclusione. Con successi a macchia di leopardo dove alcuni settori, come per esempio la pratica del riciclo, in qualche penitenziario riescono a funzionare. E qualche buona eccezione, nel campo del solare, quando si parla di strutture di nuova costruzione. Una possibilità, quella di ridurre l’impatto ambientale, che diventa tuttavia realizzabile solo quando il sistema carcerario smette di affidarsi al pubblico per appoggiarsi sulle spalle dei privati. Anche perché, a livello istituzionale, le idee valide e i progetti ambiziosi sulla carta tendono a perdersi nelle bolge infernali di burocrazia, calcoli sbagliati e strutture troppo vecchie per essere rimodernate. Con programmi che, nelle scorse legislature, hanno promesso il risparmio energetico, economico e il recupero sociale dei detenuti, e di cui nella realtà di oggi si trovano ben poche tracce.

RICICLO DIETRO LE SBARRE – A portare sostenibilità, ma anche riscatto sociale nei penitenziari, il riciclo. Operazioni che vedono impegnati i detenuti nello smistamento e nella pulitura dei materiali da riutilizzare. Tra i progetti che funzionano, quello per il recupero degli imballaggi d’acciaio. Un programma, reso possibile dalla convenzione stipulata dalla cooperativa sociale che opera nella casa circondariale di Roma, Rebibbia Ricicla, e il Consorzio nazionale acciaio, per recuperare materiale da barattoli, lattine, fusti, scatolette e tappi a corona. Con un impianto di selezione, istallato nel 2010 all’interno del carcere romano, che in soli due anni è riuscito a recuperare più di 120 tonnellate di acciaio. Grazie al lavoro manuale di undici detenuti che si occupano di separare i materiali raccolti da alcuni Comuni della provincia di Roma.
ACCIAIO - «L’acciaio recuperato», spiega Luca Mattoni, responsabile dell’area tecnica del Consorzio acciaio, «può essere rilavorato. Sono molte, infatti, le cose che si possono fare con quello riciclato: dai binari delle ferrovie ai tondini, ma anche le lamiere per le navi. Negli ultimi due anni, il bilancio di questa collaborazione è più che positivo, soprattutto a livello quantitativo. In più», conclude Mattoni, «il fatto che lo smistamento venga fatto dai detenuti è un valore aggiunto alla salvaguardia del pianeta».
PROGRAMMA FANTASMA – Tra i piani d’azione, invece, che si sono persi con il passare degli anni, il Programma nazionale di solarizzazione degli istituti penitenziari. Un accordo siglato nel 2001 dagli allora ministri Altero Matteoli, vertice dell’Ambiente, e da Roberto Castelli per la Giustizia con il Dipartimento amministrazione penitenziaria (Dap) per migliorare la qualità energetica e ambientale delle strutture penitenziarie di detenzione italiane. Un protocollo da 5 miliardi di lire che, nel giro di cinque anni, avrebbe dovuto dotare di fotovoltaico e collettori solari termici almeno quindici strutture, tra istituti di reclusione e case circondariali. E dove, sempre sulla carta, la manutenzione degli impianti installati sarebbe stata fatta con la collaborazione dei detenuti. Un programma di cui però nel 2012 il bilancio sembra tutt’altro che positivo.
FALLIMENTO FOTOVOLTAICO - «Per quello che riguarda il fotovoltaico», afferma Alfonso Sabella, dirigente generale beni e servizi del Dap, «sono tantissimi gli errori che sono stati fatti. E bisogna prendere atto di questo fallimento e delle motivazioni per cui questo è avvenuto. Per prima cosa, la nostra incapacità di gestire gli impianti senza l’aiuto dei privati. Ma anche troppi calcoli sbagliati, come ad esempio la formazione dei detenuti per la manutenzione, che poi nella realtà diventano irrealizzabili. Oppure, sempre sul fotovoltaico, si sono pianificati interventi sulle strutture senza considerare bene i costi che richiedevano tutte le operazioni. Ad esempio, lo smaltimento dei tetti originali. Purtroppo, per adesso, è veramente poco quello che siamo riusciti a fare. Per lo più, in qualche struttura, l’installazione dei pannelli solari per l’acqua calda sanitaria».
NUOVI OBIETTIVI - Nonostante i passi falsi, tuttavia, la strada della sostenibilità nelle carceri sembra non essere totalmente abbandonata. Ma, secondo il Dap, dovrebbe essere semplicemente ripensata in modo logico e coerente. «Partendo dai nostri errori», dice Sabella, stiamo cercando di cambiare sistema. Dobbiamo capire bene, prima di agire, quanto sia realizzabile e quanto no. La mancanza di fondi resta comunque un grande problema, perché alcuni interventi sono fatti in maniera episodica solo grazie ai finanziamenti dei privati. La stessa burocrazia, infine, tende a complicare in maniera esponenziale il sistema. Visto che, soltanto per fare un bando di gara per cercare aziende o privati che ci aiutino, dobbiamo spendere 15 mila euro. Anche sui lavori nelle nuove strutture, poi, stiamo facendo grandi ripensamenti. Per non ritrovarci più in situazioni che, nel corso del tempo, si sono rivelate soltanto sprechi. Come, ad esempio, l’istallazione in un nuovo istituto di celle con serramenti elettrici che non hanno mai funzionato. Per il futuro», conclude Sabella, «pensiamo a interventi che facciano veramente risparmiare, come i sistemi di cogenerazione e la compattazione dei rifiuti».
(Corriere della sera)

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