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martedì 1 maggio 2012

Giustizia: l’Italia vanta il più alto numero di condanne inflitte dalla Corte di Strasburgo…

di Lucia Brischetto La Sicilia, 30 aprile 2012 L’Italia vanta il più alto numero di condanne inflitte dalla Corte di Strasburgo per violazioni della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Condanne divenute più frequenti dopo l’introduzione nell’art. 111 della Costituzione del principio della “ragionevole durata” del processo. Occorre pertanto non solo ampliare il ricorso alle misure alternative alla detenzione prevedendo norme che ne favoriscano l’applicazione, ma anche pensare di riservare il carcere solo ai reati di particolare gravità. Riferiscono gli alti funzionari della Giustizia penitenziaria che nel contempo occorre potenziare anche i controlli sull’esecuzione delle misure alternative alla detenzione con personale competente che conosca la materia dell’esecuzione della pena e dell’ordinamento penitenziario tutto, garantendo così la sicurezza dei cittadini e la certezza della pena. Si grida da tutte le parti che occorre un modello nuovo di esecuzione della pena in carcere, un modello che vada nella direzione della responsabilizzazione del detenuto e non solo del suo contenimento, ma un modello nel quale il piano di trattamento trovi la principale risorsa nel lavoro penitenziario dentro e fuori l’istituto. E ovviamente tutto questo non può realizzarsi in istituti fatiscenti e decadenti, in istituti sovraffollati e maleodoranti, in luoghi dove appena entri, senza sapere quanto tempo ci resterai, ti passa la voglia di vivere. La marcia per l’amnistia di Roma che ha visto la presenza di personaggi di altissimo profilo impegnati sui grandi temi della legalità e della giustizia, ha “gridato” ancora una volta l’impossibilità di potere garantire ai detenuti quei diritti che l’ordinamento penitenziario proclama. L’80% degli istituti penitenziari in Italia sono strutture fatiscenti mai ristrutturate. I diritti degli ultimi in questo stato di cose non possono sicuramente essere garantiti. Anche la società civile, urgentemente deve impegnarsi a promuovere una cultura del carcere, un sostegno solidale per una reale affermazione dei principi di legalità e di giustizia, una promozione che non proclami solo vuote formule di carattere propagandistico come spesso sta accadendo. C’è in atto una schizofrenica e incoerente azione politica, partitica e amministrativa che non può sentirsi accreditata come referente e garante di legalità degli Istituti penitenziari se è solo propagandistica! Serve intervenire sull’intero sistema e pertanto occorre una sorta di competenza che concorra ad una depenalizzazione importante (non si possono assecondare e nemmeno sottovalutare gli umori dell’opinione pubblica spaventata e disorientata da gruppi di interesse che parlano e non “fanno”). Il gruppo “marcia su Roma” ha gridato che il carcere è troppo costoso e deve costituire l’estrema ratio, deve essere il rimedio riservato solamente ai reati molto gravi e non il farmaco venefico spacciato come curativo di malattie sociali che imporrebbero ben altri interventi di carattere sociale e sistemico. Occorre che la custodia cautelare in carcere sia applicata solo quando si appalesi indispensabile. Secondo i dati del ministero della Giustizia, alla fine del mese di marzo scorso le persone detenute nelle carceri italiane erano oltre 66mila e di queste 27mila senza una sentenza di condanna definitiva e ben 13.493 in attesa del giudizio di primo grado! È urgente e necessaria la riforma del processo penale perché una percentuale dei detenuti ancora imputati e quindi presumibilmente innocenti è altissima, pari al 43%. Utilissimo sarebbe un nuovo modello di esecuzione della pena in carcere che vada nella direzione della responsabilizzazione del detenuto e della sua famiglia, un modello nel quale il trattamento trovi la principale risorsa nel lavoro dentro o fuori dell’istituto. È stupefacente il fatto che proprio gli operatori penitenziari, e solo loro, debbono vivere quotidianamente con sofferenza l’impossibilità di garantire quei diritti di dignitosa sopravvivenza che non possono essere rimandati perché utili ed essenziali per la persona singola per la sua famiglia e per la società tutta. Un detenuto un giorno ebbe a dirmi: “Sono contento di essere qui perché qui, bene o male, in cucina, come scopino, come imbianchino e porta pacchi, sto lavorando, mentre fuori sarei a spasso!”.

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