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giovedì 17 maggio 2012

Carceri: l'orrore della "normalità"


«Sono tante qui dentro le storie come quella di Pop Virgil, in molti sono nelle sue stesse condizioni, in 30 o forse 40 sono in sciopero della fame: c'è chi protesta perché vuole essere trasferito, chi si dichiara innocente, quasi tutti sono stranieri». Segnamocela questa frase, che l'Ansa attribuisce al vicedirettore del carcere di Lecce, Giuseppe Renna.
E ora chiediamoci: chi è Pop Virgil Cristria? È, anzi, era, un romeno originario di Bucarest. Aveva 38 anni. Pop Virgil muore nell'ospedale del capoluogo salentino la notte tra sabato e domenica scorsi. Da una cinquantina di giorni non toccava più cibo. Sosteneva di essere innocente, e aveva deciso di non mangiare più perché voleva essere ascoltato da un magistrato e liberato. Voleva spiegare che era in carcere ingiustamente, ingiustamente condannato per reati che non aveva commesso: per lo più rapine e furti, che sommati avevano portato la condanna a diciotto anni. Era in carcere dal 2000, ancora sei anni e sarebbe uscito. Troppi evidentemente. Ma a questo punto innocente o colpevole che fosse, è irrilevante. 
Racconta il dottor Renna che Pop Virgil non aveva grosse possibilità economiche, non aveva neppure una famiglia a cui aggrapparsi: «Noi lo aiutavamo come potevamo, e anche i volontari tentavano di aiutarlo. In verità, il carcere finisce sui giornali solo quando succedono queste cose. Ma noi come tutti dobbiamo combattere ogni giorno, senza avere possibilità economiche, e con mille e mille problemi. Qui dentro, come accade in tutti gli istituti d'Italia ci sono numerosi detenuti anche di carattere psichiatrico che andrebbero seguiti da strutture idonee, invece...». 
Il dottor Renna assicura che Pop Virgil, «aveva più volte avuto modo di parlare con il magistrato, ma anche loro hanno mezzi limitati…Veniva seguito quotidianamente da medici, psicologi e psichiatri». E conclude dicendo: «In verità in questi casi l'unica cura possibile sarebbe quella di uscire dal carcere, una contraddizione in termini».
E ora torniamo alle iniziali affermazioni. Al di là dello specifico caso, rivelano una desolante realtà, una desolata "normalità", che i tanti Renna sono costretti loro malgrado a subire, patire, vivere: «In molti sono nelle sue stesse condizioni, in 30 o forse 40 sono in sciopero della fame…». È "normale"? Nelle prossime ore una delegazione Radicale effettuerà l'ennesima visita ispettiva nel carcere di Lecce. E questo è "normale". Ma è "normale" che non si abbia notizia un immediata ispezione da parte del ministero della Giustizia, di un interessamento del ministro? È "normale" questa "normalità"? 
"Normale" come la notizia di un paio di giorni fa che non ha avuto alcuna eco. C'è un signore di 84 anni, si chiama Michele Schiano, è rinchiuso nell'ospedale psichiatrico giudiziario di Aversa. La sua colpa, il suo reato, è quello di non aver rispettato alcuni obblighi di legge mentre era in libertà vigilata per un'accusa di presunte molestie. Michele Schiano non si regge in piedi, quando apre bocca non riesce ad articolare parole ma confusi balbettii, come possa risultare pericoloso e temibile, non si comprende bene. Però continua a restare chiuso nell'Opg di Aversa: la sua casa è una cella che divide con altri tre detenuti, se ne sta sempre in disparte, solitario e sognante come un bambino messo in castigo: nessuno lo vuole né lo cerca, è un sepolto vivo nel lager più antico d'Italia: il Filippo Saporito di Aversa risale al 1876.
Quand'era libero, Michele Schiano faceva il pescatore. Forse è quella vita fatta di fatica, sacrifici, freddo, poche soddisfazioni, che lo ha fatto uscir di testa? Fosse pure così, l'Opg di Aversa è la cura adatta per questo disagio?  
Il caso di Michele Schiano di Zenise non è unico nei manicomi criminali italiani: «Ad Aversa - racconta Anna Gioia, insegnante, che da anni opera al fianco dei degenti - sono attualmente detenuti ospiti molto anziani che non vengono dimessi solo perché all'esterno non c'è nessuno disposto ad accoglierli. È un'ingiustizia, irrisolvibile finché non verrà rivista la legge sulla pericolosità sociale: chiunque commetta un reato ha diritto al processo e non a essere sepolto vivo con la scusa dell'incapacità a intendere».
Un paramedico che opera ad Aversa è amaro: «Come Michele Schiano vegetano negli ospedali-prigione italiani decine di cittadini vittime di una giustizia che in troppi casi non contempla il diritto al reinserimento e si adagia nel barbaro concetto del fine pena mai. A volte, succede che le famiglie accettino di riprendersi in casa il matto, ma solo per derubarlo della pensione, svuotargli il conto corrente e ri-seppellirlo nel lager autorizzato».
Ricordano che al Filippo Saporito di Aversa negli anni si sono uccisi due direttori, accusati di nefandezze e post mortem riconosciuti innocenti. 
Adolfo Ferraro, ex direttore del manicomio giudiziario di Aversa, dice: «Non c'è motivo per tenerli rinchiusi, l'85% potrebbe uscire subito. Invece, ci comportiamo come il branco fa con il lupo malato: se lo portano dietro, ma solo per scaricare su di lui rabbia, rancori e frustrazione».

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