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mercoledì 28 marzo 2012

Noi e il digiuno di Marco Pannella 7) Il necessario scatto da parte di tutti. Grazie al “Manifesto”, ma anche a Irene e Maurizio…


Mancano un fazzoletto di giorni, dal giorno di Pasqua, sedici appena. Sedici giorni per dare letteralmente corpo alla riuscita della seconda Marcia per l’Amnistia, la Giustizia e la Libertà, per un’organizzazione come quella radicale, priva di risorse e che non può contare sulla compiacente “pubblicità” dei mezzi di informazione, è “missione” quasi impossibile. Irene Testa, che con altre compagne e compagni coordina il lavoro preparatorio per questo importante appuntamento, da ostinata sarda qual è, la volge in positivo: “Che il tempo a disposizione fosse poco, ce lo siamo detto fin dal principio, ma questo non più e non oltre che un ostacolo, si può invece utilizzarlo come stimolo per concentrare al meglio le nostre forze/risorse”. Irene è convinta, e noi con lei, che sia comunque possibile farcela, “ma solo se si riesce ad avere uno scatto da parte di tutti, e se quella che dovrebbe essere la priorità per tutti, non si riduce, come spesso accade ad essere la priorità di Marco Pannella e di pochi altri…”.

Ecco. Meglio non si potrebbe dire. La rassegna stampa di oggi non offre molto; un lungo articolo di Eleonora Martini sul “Manifesto”, che fornisce un quadro completo della situazione non solo delle carceri, ma della giustizia, e il “virus” che l’Italia esporta in Europa. Per ora la Marcia e i suoi obiettivi, le sue ragioni, sono “condannate” a giornali valorosi ma di nicchia: il “Manifesto” oggi; e nei giorni scorsi “L’Opinione”; “Gli Altri”, “Il Riformista”, “Europa”.

Eppure a scorrere la lista, ancora in via di formazione, dei promotori e degli aderenti, anche solo dal punto di vista giornalistico ce ne sarebbero di spunti su cui lavorare: a cominciare dalle tre “capilista”, Ilaria Cucchi, Silvia Tortora e Lucia Uva, le loro tre storie, diverse eppure “comuni”. La nutrita “pattuglia” di religiosi, quelli sì veri credenti, che hanno poca dimestichezza con le trame e i veleni delle gerarchie vaticane, ma moltissima con i problemi e le tragedie della “sommersa” società civile. Ci sono i garanti dei detenuti e i dirigenti degli istituti penitenziari, chiamati “per legge” a spietati doveri, e che tuttavia rivendicano il loro diritto ad affermare quello che impone la loro coscienza, e ci dicono che quello che “per legge” devono fare, gli ripugna, e che altro occorre e si deve fare. Ci si potrebbe chiedere cos’abbiano mai in comune il direttore dell’organo “ufficioso” di Comunione e Liberazione “Tempi” e un ventaglio di parlamentari che va dal PdL-CL Renato Farina a Jean Leonard Touadi del PD; da Ermete Realacci, PD con spiccate sensibilità ambientaliste a all’ex ministro del governo Berlusconi Anna Maria Bernini; e via così. E i tanti commentatori, titolari di rubriche, editorialisti, che quotidianamente ci spiegano questo e quello, avrebbero materia per le loro riflessioni di consenso, di perplessità, di dissenso. E scelgono invece, loro e i loro direttori, il silenzio.

Giorni fa abbiamo fornito alcuni dati, alcune cifre che non riguardano tanto il carcere, quanto la questione della Giustizia, e quello che comporta il suo mancato funzionamento:
“In una audizione in commissione Bilancio della Camera (14 marzo scorso), il capo economista dell’OCSE Pier Carlo Padoan, ha trattato la questione della corruzione e della lentezza della giustizia: e li ha indicati come “gli ostacoli per la competitività di un paese civile e moderno”. Secondo il Comitato investitori esteri di Confindustria (il documento è del novembre scorso), “il buon funzionamento della giustizia, la semplificazione e la chiarezza delle norme, devono essere considerati una delle leve decisive per potenziare l’attrattività degli investimenti esteri in Italia, che riguardano al momento circa 14 mila imprese per circa un milione e trecentomila dipendenti”. Occorrono circa 500 giorni per una sentenza civile di primo grado: 553, per l’esattezza, a fronte dei 129 giorni in Austria e 286 in Francia. Il centro studi di Confindustria, che ha elaborato dati della Banca Mondiale, la soluzione di una controversia commerciale in Italia ha bisogno di circa 41 procedure diverse, comporta una durata di 1.210 giorni di durata e deve sostenere costi complessivi pari al 30 per cento dell’intero valore della controversia. Nei paesi occidentali, le procedure sono una trentina, e i tempi molto più rapidi: circa 300 giorni negli Stati Uniti, 394 in Germania. I costi sono sotto il 20 per cento del valore della causa. E si calcola che una giustizia più rapida del 10 per cento varrebbe un aumento annuo del prodotto interno lordo pari allo 0,8 per cento”.

Se la situazione è questa, coloro che sono perplessi o contrari all’iniziativa e alle proposte indicate dai radicali, cosa offrono in cambio? O ritengono che la situazione sia ulteriormente sopportabile, che non sia così grave come dicono tutti? Abbiamo il diritto di chiederlo, hanno il dovere di dircelo. Perché, ha ancora ragione Irene, “non dobbiamo aspettare, come già ha annunciato, che Marco Pannella passi allo sciopero della sete, per essere poi investiti dell’emergenza e non sapere come essergli davvero d’aiuto”. Anche perché davvero, mai come questa volta, aiutare Pannella significa aiutare tutti noi ad uscire dalla mortifera sabbia mobile in cui siamo impantanati.

Lettere ai giornali, raccolta di adesioni, e chi può pressione a comuni, istituzioni, organizzazioni, politici peché aderiscano e anche loro scendano in campo. Non è facile, richiede tempo e pazienza, ostinazione. Ma si può fare, come ogni giorno ci dimostra Maurizio Bolognetti che pure opera in un territorio come la Basilicata, certamente meno favorevole come invece sono altri. Provate a leggere il suo editoriale su “Notizie Radicali” di oggi, e poi tutti noi chiediamoci come mai e perché quello che accade a Potenza e dintorni non accade anche altrove.

Se si vuole si può; se si può si deve, questo ci dicono Irene e Maurizio.

va.vecellio@gmail.com Notizie Radicali

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