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sabato 17 marzo 2012

Mons. Manto: il carcere non sia una “discarica sociale” ma luogo di recupero della persona

Radio Vaticana, notizia del 17/03/2012 17.03.45

Interrogarsi sulla tutela della salute nelle carceri, con uno sguardo rivolto al necessario accompagnamento pastorale: è l’obiettivo del Seminario dal titolo "Salute e carcere: quale pastorale?", che si è tenuto oggi a Roma. In un messaggio il ministro della Giustizia Paola Severino assicura la più alta attenzione su questo aspetto mentre il ministro della Salute Renato Balduzzi sostiene che si sta lavorando sui requisiti minimi per le strutture che ospiteranno le persone internate negli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, dopo il loro superamento entro il primo febbraio 2013, disposto nel decreto carceri. Debora Donnini ha intervistato mons. Andrea Manto, direttore dell’Ufficio Nazionale per la pastorale della sanità della Cei, che ha promosso l’incontro:


R. - Per la comunità cristiana, oggi, c’è una grande necessità di conoscere la realtà del carcere. Questo perché, dal 2008, in modo particolare, la competenza sanitaria sul carcere è stata tolta all’Amministrazione penitenziaria ed è passata alle Regioni. C’è quindi il problema di far dialogare i Servizi sanitari regionali e il territorio con il carcere.

D. - Questo convegno parla della salute. Oltre al dramma dei suicidi in carcere, oltre al problema del sovraffollamento, quali sono i problemi fisici e psicologici che i malati incontrano di più in carcere?

R. - Le statistiche ci dicono che sui circa 66 mila detenuti oggi in Italia, un numero pari all’80 per cento ha patologie in qualche modo significative, che vanno da quelle più comuni come il diabete, l’ipertensione e altre patologie cardiovascolari, fino, soprattutto, al tema del disagio psichico nelle più varie forme e alle tossicodipendenze. La patologia psichiatrica è presente nelle persone detenute in numeri che sono 30, 40 volte maggiori rispetto alla popolazione generale. Noi abbiamo un 20 per cento di persone che è in buona salute e un 80 per cento di malati. Di queste persone che stanno male, il 30 per cento ha bisogno di essere seguita in maniera più importante. Se non si attiva una presenza che è insieme dell’operatore sanitario professionale medico, infermiere, o del volontario, e un’adeguata terapia farmacologica, queste persone rischiano la vita.

D. - Secondo voi ci vuole un maggior impegno delle Regioni nelle carceri dal punto di vista medico e più volontariato?

R. – Ci vogliono interventi coordinati. Non è facile far dialogare una Asl - che ha sempre pensato all’ospedale e al Servizio sanitario, al limite sul territorio o una lunga degenza - con il pianeta e sistema carcere.

D. - Uno dei temi affrontati è quello della salute mentale. Voi come valutate la prossima chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari in Italia?

R. – L’Ospedale Psichiatrico Giudiziario è sicuramente uno strumento che ha permesso di non mettere in regime di detenzione ordinaria persone con patologie psichiatriche molto gravi però anch’esso, per molti aspetti, richiede una revisione, una riforma. Pensare di chiuderlo può essere in prospettiva anche un traguardo importante ma non si può arrivare a chiudere la struttura dell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario senza pensare a forme alternative che garantiscano la cura del malato psichico. La nostra attenzione è a far sì che l’attuazione della legge non sia qualcosa che più che risolvere alcuni problemi e criticità esistenti – perché gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari non sono tutti della stessa qualità e dello stesso livello in Italia - non ne causi o ne generi altri.

D. - Quindi il vostro è uno sguardo di attenzione a quello che succederà?

R. – E’ uno sguardo di attenzione. Tutto questo seminario in realtà vuole avere questo scopo: tenere viva l’attenzione, favorire l’integrazione tra carcere e territorio, tra i vari soggetti affinché quella esperienza non diventi quella di una discarica sociale ma quella di un luogo dove la dignità della persona sia il più possibile tutelata e si raggiunga l’obiettivo di una pena che sia la possibilità di un recupero della persona e non della definitiva distruzione.

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