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venerdì 16 marzo 2012

Don Giuseppe Giordano, cappellano del carcere di Lucca, racconta il mondo dei "rinchiusi"


Il carcere di Lucca torna alla ribalta della cronaca a scadenze regolari per incidenti più o meno gravi: per qualche giorno si rincorrono gli appelli contro il sovraffollamento, annunci semiseri di costruzioni imminenti di nuovi istituti, visite dei politici. Poi più niente. Giuseppe Giordano, da tre anni cappellano del carcere, ci accompagna in un viaggio immaginario attraverso le celle con esempi singoli e storie di detenuti mostrandoci la reclusione attraverso gli occhi di chi la subisce. Un ragionare umano, mai retorico e di non semplice divulgazione perché non fa leva sull’istinto che impone di rispondere a chi delinque con la stessa moneta. Uno sguardo attento e pratico dentro una realtà che tanto spesso, nel parlare comune, assolve la funzione dell’angolo del tappeto sotto cui nascondere la spazzatura.

Qual è il primo problema del carcere di Lucca?

“I problemi grossi sono due, lo spazio ed il lavoro”.

Partiamo dallo spazio

“Il carcere di San Giorgio è sovraffollato. Ospita circa il doppio delle persone che potrebbe contenere. E non crediamo ai bei discorsi che si sentono che la popolazione carceraria è composta in massima parte da extracomunitari, gli italiani non sono in numero minore. Un quarto circa dei detenuti, poi, sono in attesa di giudizio.
E’ noto che l’edificio era in origine un antico convento di suore dominicane. E’ una struttura che risale al ‘600. La parte vecchia del convento è migliore perché ha celle piccole ma grandi corridoi, mentre la parte ricavata dagli altri edifici, la così detta terza sezione è in condizioni pessime.
Le sezioni sono tre: in prima e in seconda sezione, essendo un carcere a custodia attenuata, c’è la possibilità di chiudere i corridoi e lasciare aperte le celle, questo è un bene perché esiste un minimo di socializzazione, cosa che non sarebbe possibile in un istituto di nuova costruzione”.

Quindi non c’è bisogno di un nuovo carcere a Lucca?

“Un carcere nuovo è una bella cosa soprattutto per chi lo fa e per chi lo commissiona, per tutto il giro di soldi che c’è dietro. Sicuramente non per i detenuti.
I nuovi carceri vengono costruiti con criteri che non sono più legati al territorio quindi ospitano detenuti di qualsiasi genere. La struttura è modulo, con diversi bracci, ogni braccio una sezione: sezione massima sicurezza, sezione pedofili, sezione con tipologie particolarissime di reato. Tanti carceri in uno, ognuno con le proprie caratteristiche.
Le stessa guardie che vanno da uno all’atro settore, non hanno mai un target di contatto con le persone e quindi incupiscono e induriscono con tutti.
Tutti i bracci, poi, convergono in una piazzola dove c’è una guardia in un gabbiotto di vetro anti proiettile che monitorizza corridoi e celle con le videocamere. C’è un enorme perdita di rapporti umani. Una totale disumanizzazione.
E’ una cosa abbastanza triste: con meno spesa si potrebbero migliorare le strutture vecchie senza perderne i pregi.
Non dimentichiamoci poi che la casa circondariale di San Giorgio era nata per le esigenze del territorio, destinata, quindi, ad ospitare gli autori di reati così detti minori. Questo non sarebbe valido per un nuovo carcere, che verrebbe ad accogliere malviventi di ogni genere, con tutto quello che ne consegue. Non so quanto questa cosa possa piacere ai lucchesi”.

Il secondo problema, dicevamo, è il lavoro

“Si, manca il lavoro. Il carcere ha due direttive, una è la sorveglianza e l’altra è il trattamento e dovrebbero camminare insieme almeno finchè parliamo della detenzione non come vendetta ma come un tentativo di riabilitazione. Ma come si fa a riabilitare se non si fa lavorare?
Il carcere, come ogni altro edificio, è caduto sotto l’egida di gente che è venuta a fare i controlli ed ha esercitato, secondo la legge, il proprio potere. E’ stata chiusa la parte femminile, per le finestre non a norma (parte tutt’ora completamente vuota perché non hanno mai avuto i soldi per restaurarla), poi è toccato ai vari laboratori.
Una volta c’era la falegnameria, l’officina, tante cose. Poi li’ mancava l’altezza, la’ mancava l’areazione e sono stati tutti chiusi dalle Asl o dall’ispettorato del lavoro”.

Com’è la giornata media di un detenuto?

“Il tempo è scandito dai pasti: intorno alle 8 passa la colazione, alle 9 c’è l’ora d’aria su due turni, fino alle 11. Alle 11 c’è la conta e si chiudono le sezioni. Le celle rimangono poi aperte per il mangiare fino alle 3. Poi dalle 3 alle 5 le due turnazioni d’aria e infine, la cena. Il momento di lavoro si collocherebbe nel pomeriggio. Ci sono tante possibilità anche lavori minimi: una volta impagliavano le sedie. Adesso non c’è un’attività”.

Droga?

“C’è il Sert interno. Tutte le mattina si vedono filate di gente che aspetta il metadone. Perché essere tossico è una fortuna. Se uno è tossico al ‘trattamento’ ha più possibilità. Per questo si dichiarano tutti tossici e mirano ad avere un programma Sert. Ad esempio se sei condannato ma tossicodipendente, puoi stare a casa. Se ce l’hai una casa, ovviamente”.

E qui entriamo nel terreno brullo di chi è solo o di chi è abbandonato dalla famiglia:

"Chi non ha nessuno è solo. Prendiamo il problema dei piccoli bisogni personali. In carcere, oltre alla spesa, non entra niente da fuori. Sapone, dentifricio, sigarette: senza soldi non si comprano. Quelli che non hanno nessuno, come fanno? Ne fanno a meno. Questa è gente che non ha un euro in tasca: molti non hanno la possibilità di comprarsi un pacchetto di caffè. E’ una questione di dignità dell’essere umano. Non è una cosa di poco conto".

Poi ci sono i clandestini

“Già i clandestini. Grazie alla legge che aveva dichiarato la clandestinità un reato il carcere si era riempito. Mettevano fuori qualcuno, si scommetteva: quanto? Entro 20 giorni torna. E tornava. Un anno e due mesi di pena. E come ne usciva? Come era entrato. Bello preciso. Questa gente avrebbe bisogno di una mediazione culturale c’è un servizio fatto da volontari ma è sempre un po’ zoppicante. In alcuni casi sono veramente necessari perché ci si trova con dei conflitti anche con la famiglia esterna che non è facile gestire: non si può parlare solo con il detenuto, bisogna cercare anche il rapporto con chi è fuori”.

Carcere e violenza: un binomio inscindibile?

“Il mondo del carcere è un mondo violento, c’è poco da fare. Ma contrariamente a quello che siamo portati a pensare tra le guardie ed i detenuti non c’è un rapporto violento: certo ci sono momenti in cui bisogna intervenire ma non è la regola.
Due anni fa ci fu una protesta grossa, una lotta fra marocchini e albanesi: la sera battevano sulle sbarre ma ultimamente la situazione è tranquilla. Ogni tanto c’è qualche matto che sbotta ma niente di che.
Dobbiamo tener presente che molti di loro vengono da posti dove prevalere con la forza è l’unico valore. Ci sono culture, come quella latino americana dove la violenza è affermazione, l’uomo vale perché ‘mena’. Di fronte a queste cose il lavoro culturale si fa con grandissima difficoltà. In carcere, poi, c’è anche tanta gente con problemi psichici che non ha patologie tali da poterla mettere in ospedali psichiatrici giudiziari: persone border line, con stati depressivi, altri con eccitazione costante. Personalità schizoidi o paranoiche”.

Qual è la funzione del cappellano del carcere?

“La funzione del cappellano è piuttosto strana perché non appartiene a nessun ramo ne’ del trattamento ne’ della sorveglianza. In fondo dovrei occuparmi dei cattolici e ci sono dei carceri dove il cappellano è costretto a questo. Io per fortuna posso parlare con tutti e cerco di tenere con tutti un rapporto”.

“Io sono stato fortunato – conclude don Beppe - perché sono figlio del primario del manicomio e so cosa vuol dire il mondo ristretto dei ‘richiusi’. Tutti i mondi chiusi, per ragioni psichiatriche o giudiziarie, hanno le loro caratteristiche e bisogna imparare a tenerle sempre presenti”. (Lo Schermo.it)

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