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giovedì 1 marzo 2012

Bianzino, condannata la guardia penitenziaria. Il pm: «Non lo soccorse perché non aveva voglia»


Aldo quella notte aveva chiesto aiuto e quell’aiuto, che forse avrebbe potuto salvargli la vita gli è stato negato. Gli è stato negato da un pubblico ufficiale che è andato contro ai suoi doveri, perché, secondo il pm quella notte «non aveva voglia di lavorare». Per questo i giudici per Perugia hanno condannato Gianluca Cantoro a un anno e mezzo di reclusione( pena sospesa). La guardia carceraria in servizio a Perugia è stato processato per omissione di soccorso. I giudici della corte hanno emesso la condanna dopo poco più di un’ora di camera di consiglio da cui sono usciti con una la stessa pena quantificata dal pubblico ministero Giuseppe Petrazzini durante la requisitoria.

La requisitoria «Questo processo ha preso le mosse da una vicenda quanto mai travagliata» ha detto il magistrato in apertura di requisitoria. Ha ricostruito passo per passo tutto la vicenda passando anche per l’indagine di omicidio volontario, poi archiviata. Indagine aperta, ha spiegato lo stesso pm, in seguito alla prima autopsia in cui si ipotizzò che Aldo potesse essere stato sc osso e percosso. Il magistrato ha però spiegato che quell’indagine è stata archiviata per più motivi, per le risultanze della seconda autopsia fatta anche dalla dottoressa Anna Aprile in cui si stabilì come Bianzino fosse morto per una emorragia cerebrale. In più, il pm ha spiegato che le chiavi della cella di Aldo erano custodite in un armadio in cui neanche Cantoro poteva prenderle.

La vicenda «Più le indagini proseguivano - ha detto il pm -, più l’ipotesi che Bianzino potesse essere stato aggredito da qualcuno diminuivano». Poi parla di quello che definisce il «nucleo del processo», e cioè le dichiarazioni dei detenuti che dicono di aver sentito Aldo Bianzino chiedere aiuto a voce e suonando il campanello. Campanello che, era stato spiegato in aula, smetteva di suonare nel box della penitenziaria, solo quando qualcuno lo staccava. Per cui Cantoro deve averlo sentito. Spuntano poi altri detenuti che parlano di un complotto a danno della guardia. Ma Petrazzini dice in soldoni che se volevano colpirlo avrebbero potuto farlo quando c’era un indagine per omicidio e non dopo. E che« quando i detenuti parlano del campanello, non si aveva nessun elemento sul fatto che il malore potesse essere iniziato ore prima del decesso. Accusare Cantoro di omissione di soccorso ore prima del decesso poteva essere un boomerang per loro».

La sentenza Per il pm insomma Cantoro non avrebbe risposto alle domande d’aiuto di Bianzino perché «non ha voglia di allertare tutta una catena che serviva per soccorrerlo». L’imputato è stato anche condannato per rifiuto d’atti d’ufficio e assolto invece per falso in atto pubblico. Condannato anche a risarcire le parti civili in sede di giudizio civile.

La parte civile e la battaglia ancora da giocare «Noi propendevamo per una soluzione diversa», ha detto l’avvocato di parte civile Fabio Anselmo alludendo al fatto che le parti civili speravano che il tribunale sparigliasse in qualche modo le carte in tavola riconoscendo una non congruenza tra fatti emersi in dibattimento e fatto contestato dall’accusa. Così non è stato ma la parte civile, composta dagli avvocati Fabio Anselmo, Massimo Zaganelli e Cinzia Corbelli, non ha intenzione di mollare qui. «La vicenda nel suo intero- ha detto Zaganelli – ha tutt’altra dimensione e altre prospettive in seguito ai nuovi elementi medico legali che portano a riconsiderare sotto vari profili quello che è successo ad Aldo. D’ora in poi si parlerà della causa della morte di Aldo. Se è naturale o traumatica».

Passi avanti Una piccola vittoria per familiari e avvocati di parte civile. I figli di Aldo Bianzino, Elia e Rudra hanno ascoltato la lettura della sentenza per mano e poi si sono abbracciati. «Un piccolo passo avanti verso la verità», lo ha definito Cinzia Corbelli. Adesso si aspettano le motivazioni e poi si chiederà a chi può deciderlo, di indagare ancora per chiarire del tutto le strane circostanze che hanno portato alla morte un uomo entrato in prigione sano come un pesce e uscito due giorni dopo in una bara. (Umbria24)

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