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venerdì 30 marzo 2012

Ascanio Celestini: "Queste carceri sono come i lager"


Mara Pedrabissi

Alla soglia dei 40 anni, mentre tanti coetanei vengono considerati “emergenti”, Ascanio Celestini, “romano de Roma”, sta nell'empireo dei più titolati rappresentanti del teatro civile. Con i suoi monologhi dal retrogusto aspro, dove la vena narrativa fiabesca è condita di umorismo nero, calca i palcoscenici d'Italia e d'Europa. «La pecora nera», riuscitissimo spettacolo teatrale, uno squarcio di luce sul cono d'ombra della realtà manicomiale (visto anche a Parma, al Teatro al Parco), è diventato un film, passato a Venezia. Torna da noi ora Celestini, con il suo pensiero non omologato, con il suo affabulare capace di lanciare un sasso nello stagno della normalità apparente, con il suo teatro mai ruffiano, scomodo sempre. Sarà all'Arena del Sole di Roccabianca martedì prossimo con «Pro Patria - Senza prigioni, senza processi». Una riflessione sul nostro Risorgimento fuori dalla retorica, dove l'invenzione scenica di un detenuto dei giorni nostri che parla con Giuseppe Mazzini diventa occasione per portare in primo piano la questione delle carceri.
Dopo il manicomio, la fabbrica, adesso il carcere...
«Sì, sono luoghi molto simili in verità. Mi sembra che siano interessanti da raccontare. Il carcere in particolare - a differenza del manicomio e della fabbrica - è un'istituzione che non è mai stata messa in discussione. Anzi ultimamente c'è un pensiero che lo giustifica due volte. Uno perché si pensa che ci dovrebbe finire un mucchio di gente, governanti, ex governanti, ma anche le categorie “deboli”, tossici, stranieri. E giustificato perché c'è un pericoloso rispetto, quasi amore, per il giustizialismo che sta alla base del carcere. Antonucci, lo psicanalista, diceva che non possiamo essere contro il manicomio e non contro la psichiatria che lo legittimava perché sarebbe come essere contro Auschwitz ma non contro il nazismo. Insomma, è la giustizia italiana che produce questo inferno che è il carcere, non sono due mondi svincolati».
Che lei sia contrario al manicomio, al carcere, lo abbiamo capito. Ma cosa immagina «al posto di»?
«Io non sarei tenuto a dirlo, perchè io faccio spettacoli. Quello che penso, come cittadino, è che l'alternativa al carcere già esiste. Comunque già il non-lager è meglio del lager. Se noi stipiamo le persone nelle carceri, le costringiamo a una violenza quotidiana, le teniamo sedate con gli psicofarmaci - perché oggi il carcere è questo - qualsiasi alternativa è meglio. E in alternativa c'è il ciclico svuotamento delle carceri. Il carcere è un'istituzione violenta che tende a gonfiarsi e ogni tanto bisogna sgonfiarla».
Lei quest'anno compie 40 anni. I numeri pieni sono sempre occasioni di bilancio.
«Sono contento, sì sì, nel senso che in Italia è difficile fare teatro o attività culturali, scrivere e noi comunque ci riusciamo. Il meglio della produzione culturale qui passa a una certa distanza dalle grandi istituzioni, a differenza che in Europa. Forse quando ci mettono paura e dicono che tagliano il Fus, forse è una cosa buona... che anche queste istituzioni pesanti e autoreferenziali vengano un po' svuotate»
Accidenti, proprio ce l'ha nel sangue di provocare. Così non si fa degli amici...
«No, io penso ai meccanismi. Quando ad esempio lavoriamo col Teatro Stabile dell'Umbria, dobbiamo lavorare come compagnia privata perchè non rientriamo nei parametri, sennò troppi paletti. Voglio dire che anche quelli che provano ad aiutarci fanno fatica. Qualche giorno fa stavo a Losanna, una delle più forti realtà produttive europee, e lì i nomi dei grandi direttori dei teatri italiani non li conoscono. All'estero pensano che il grande teatro italiano sia Emma Dante, Pippo Delbono, Societas Raffaello Sanzio. Ma lasciamo perdere, questo sistema fa rabbia. Ci sono direttori che guadagnano due, trecentomila euro, hanno la casa pagata. Fa rabbia. Non per me che lavoro, da privato ma lavoro. Ma per tante compagnie che fanno i salti mortali eppure lavorano bene ma non sono rispettate da questo sistema»
Va bene, allora se dobbiamo farle un augurio per questi 40 anni, cosa le facciamo?
«Ma, va bene uno qualunque, non sono superstizioso». (Ga

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