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domenica 26 febbraio 2012

Polizia penitenziaria: "Necessitano i centri d'ascolto"


Il superaffollamento delle carceri non è sicuramente un problema di oggi, anzi possiamo dire che con il passare del tempo si è sempre più aggravato. Ciò influisce sulla condizione dei detenuti costretti nelle celle in numero inammissibile, ma in ugual maniera sulla condizione psicologica di coloro i quali sono preposti non solo alla custodia bensì alla ricerca di un dialogo teso al recupero di chi, in maniera più o meno grave, ha sbagliato.
Di questa realtà quanto mai attuale abbiamo parlato con Bruno Polsinelli, Vicesegretario regionale del Sinappe, il Sindacato della Polizia Penitenziaria, che si sta adoperando per trovare una soluzione ad un problema che diventa sempre più insostenibile.
"Sono qui - ha esordito Polsinelli - per denunciare una situazione a dir poco pericolosa per il personale di Polizia Penitenziaria; negli ultimi dieci anni abbiamo dovuto purtroppo contare novanta suicidi cusati dallo stress ed dalle gravi condizioni in cui il personale opera".
Situazione che vede un enorme carico di lavoro che ha inevitabili conseguenze nella vita privata:
"Questa situazione ci accompagna in ogni momento della vita anche perchè non si riesce ad ottenere una valvola di sfogo che ci separi, anche solo momentaneamente, dal quotidiano fatto di partecipazione alle situazioni dei detenuti".
C'è da dire, a conferma, che l'ordinamento giudiziario impone alla polizia penitenziaria non solo la custodia ma anche un rapporto diretto alla ricerca del reinserimento al termine della detenzione:
"Ed è quello che noi svolgiamo quotidianamente per ottenere quei risultati falliti da associazioni di volontariato e quant'altro. E posso affermare che il personale ce la sta mettendo tutta anche a rischio di un coinvolgimento personale che fa vivere le situazioni altrui".
Il risultato è l'accumulo di stress psicologico che si moltiplica per effetto dei turni pesanti dovuti alla mancanza di personale ed ai tagli prodotti dell'ultimo Governo:
"Siamo tutti uomini - ha voluto sottolineare Polsinelli - e sappiamo pure che i detenuti sono persone che hanno sbagliato ma non per questo siamo giudici ed ecco perchè ci accolliamo alcune pesanti responsabilità seguendo da vicino particolari soggetti tossicodipendenti, malati di Hiv, Tbc, come pure ex colleghi che hanno sbagliato. Tutto ciò determina un impegno a 360° che spazia dal boss all'ultimo delinquente di strada che dobbiamo spesso trasferire in altre strutture per raggiungere le aule di giustizia di tutto il territorio nazionale".
Il che può voler dire partire da Torino e raggiungere Palermo con varie responsabilità come la possibile evasione:
"Non solo - ha aggiunto - ma soprattutto l'incolumità del detenuto che a volte è un collaboratore di giustizia. Il che significa mettere in primis a repentaglio la nostra vita per garantire quella dei trasportati e l'udienza nel luogo di destinazione".
Un impegno assai gravoso che richiede unitamente una grande professionalità:
"Cerchiamo infatti di passare il più inosservati sia possibile - ha proseguito Bruno Polsinelli - onde evitare a tutti spiacevoli e pericolosi risvolti".
Certamente la situazione economica che sta attraversando il paese non aiuta a risolvere questa pesante realtà con cui la Polizia Penitenziaria si trova ormai da tempo a dover convivere; c'è da riconoscere che anche quando i soldi c'erano si è fatto ben poco:
"Sono dieci anni che denunciamo la carenza di organico: oggi si sono aggiunti i tagli e quindi il problema si è raddoppiato. Il personale non perceèpisce strordinari pur prestandosi a turni supplementari per garantire il servizio. Per cui oggi ci troviamo in una situazione in cui dobbiamo far fronte alle carenze che solo a Torino si quantificano nella mancanza di cinquecento agenti. Eppure noi garantiamo ugualmente la sicurezza accollandoci turni supplementari: ciò determina spesso il protrarsi del turno fino a mezzanotte avendo iniziato alla sei del mattino".
Ciò, per l'appunto, evidenzia il coinvolgimento nella vita privata che praticamente non esiste quasi più:
"Senza rendercene conto - ha detto Polsinelli - dobbiamo sopportare anche queste situazioni che hanno spesso prodotto lo scioglimento delle famiglie: abbiamo un indice di separazione assai elevato perchè diventa difficile avere una compagna disposta a sopportare certe situazioni che non sono saltuarie bensì consuete. Purtroppo, nell'ambito del lavoro, noi non ci troviamo nelle condizioni di poter scegliere; la nostra consegna è controllare, custodire e recuperare: praticamente atti fra loro inconciliabili che rendono la nostra vita simile a quella di un recluso".
Abbiamo allora chiesto a Polsinelli come possa intervenire l'Amministrazione in proposito:
"Abbiamo sollecitato un centro d'ascolto, come hanno altri organi di polizia, che sia esterno al carcere in maniera di poter "staccare la spina" per un momento e recuperare un pò di serenità. Non comprendiamo tuttavia il perchè l'Amministrazione penitenziaria a tott'oggi non pensi ad istituirli; siamo poliziotti dimenticati anche se siamo il quinto quinto corpo di polizia dello stato. Molti ci considerano ancora come quelli che aprono e chiudono una cella; e quando cerchiamo di rivendicare la nostra posizione anche dagli altri organi di polizia veniamo sminuiti quasi non sapessero, o facessero finta di non sapere, che noi abbiamo mansioni di ordine pubblico al pari di tutti: diverso da loro è solo il turno che sappiamo quando inizia ma mai quando finisce".
Come organizzazione sindacale, il Sinappe contesta all'Amministrazione anche la scelta di pensare quasi esclusivamente al detenuto:
"Ciò non è certamente indice di un buon rapporto fra datore di lavoro e personale addetto: sembra anzi che noi siamo l'ultimo problema da affrontare invece del primo, quasi un peso".
Forse, abbiamo detto in maniera provocatoria, perchè Sinappe è un sindacato che non fa mai sciopero:
"Un personale che non fa mai sciopero - ha ribadito Polsinelli - e si adopera costantemente per sopperire alle mancanze che non sono di nostra competenza come le buste paga che gestiamo direttamente altrimenti non prenderemmo nemmeno lo stipendio. L'Amministrazione dirotta parte del personale che viene a mancare, di conseguenza, dov'è preposto; un paradosso che vede la polizia penitenziaria caricarsi di qualunque incombenza pur di andare avanti. Oggi, come appartenente alla polizia penitenziaria e rappresentante del sindacato Sinappe, non cerco misericordia bensì l'apprezzamento per quello che siamo e quello che facciamo. Anche i media non ci tengono in dovuta considerazione ed assumono spesso atteggiamenti di superficialità nei nostri confronti dimenticando l'importante compito istituzionale che ricopriamo. Desidero anche ricordare l'accordo fra l'Amministrazione comunale e quella regionale penitenziaria per l'acquisizione del carcere Le Nuove in cambio di alloggi demaniali per il personale di polizia penitenziaria; il problema sta nel fatto che gli affitti di queste case demaniali sono assai superiori a quelli di mercato per cui molti non se lo possono permettere. Praticamente, invece di dare uno sgravio alla vita del poliziotto penitenziario si è favorito l'insediamento di altre realtà come laureandi o studenti del Politecnico; i costi sono sati praticamente stabiliti in funzione degli stipendi lordi per cui inavvicinabili per gente come noi".
Un paradosso per cui oggi la polizia penitenziaria si trova a combattere su un altro fronte che è quello della possibilità di dare una vita decorosa alla propria famiglia:
"Per - fare ciò - ha aggiunto Polsinelli - non è pensabile che la decantata opportunità si sia rivelata tale".
In conclusione, Bruno Polsinelli è tornato sulla necessità di istituire i centri di ascolto:
"Sono di fondamentale importanza perchè è l'unica maniera per esternare i propri problemi e soprattutto al di fuori del carcere e lontano dai colleghi che possono trovarsi nella stessa situazione se non addirittura peggio. Occorre quindi che vengano istituiti centri convenzionati dove in caso di necessità ci si possa rivolgere sicuri di trovare conforto ai propri problemi".
In coda Polsinelli ha voluto ricordare come a Torino i detenuti siano oltre millequattrocento contro gli ottocento che dovrebbero essere:
"La polizia penitenziaria di Torino dovrebbe avere circa mille agenti ma non siamo nemmeno cinquecento". (Civico 20)

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