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domenica 26 febbraio 2012

Modena. Lettera dei detenuti internati nel girone dei "Miserabili dimenticati"


Pubblichiamo la lettera che i detenuti internati nella casa lavoro di Modena hanno inviato alla redazione dell'Associazione Il Detenuto Ignoto


Cara associazione Detenuto Ignoto, il 30 gennaio scorso abbiamo inoltrato al Ministro della Giustizia la richiesta che trovate di seguito, purtroppo senza ricevere risposta alcuna. Vi chiediamo di dare voce alle nostre istanze e di divulgare quanto più possibile questa lettera.

All’att.ne del Ministro della Giustizia
Dr.ssa Paola Severino


Scriviamo dalla casa lavoro di Saliceta S. Giuliano di Modena dove al momento risultiamo essere una settantina di internati. Forse sarebbe più appropriato dire che questa lettera vi perviene dal girone dei "Miserabili Dimenticati" perché è così ormai che abbiamo denominato questo posto.
Noi tutti assistiamo con sgomento e preoccupazione agli ultimi risvolti politici in tema di materie penitenziarie. Chiaramente apprendiamo con favore che finalmente una tematica resa ormai insostenibile dalle condizioni numeriche attuali sia posta all’attenzione del Parlamento. Quello che ci lascia sgomenti è che non abbiamo assistito ad una sola discussione dove fosse posta al centro della questione anche la “casa lavoro” e coloro che ne sono ospitati, “gli internati”. Ci rifiutiamo di credere che essere una sparuta minoranza in quest’oceano di problematiche carcerarie ci condanni e confini nel limbo del dimenticatoio.
Eppure… eppure…
Eppure occorre sapere che per noi internati è già di difficile comprensione accettare il principio che regola la materia penale della “casa lavoro”: essere privati della libertà solo in funzione di una prognostica ipotesi di reiterazione di reato!
Perché, e forse in pochi lo sanno, è questa la sola ragione che ci tiene rinchiusi qua dentro. Spieghiamo, per i non addetti ai lavori, che “l’internato” altri non è se non un ex detenuto tuttora detenuto. Destinato alla casa lavoro, quindi, ad un ulteriore privazione della libertà, dopo aver espiato per intero la pena detentiva cui era stato destinato per una violazione penale. Risulta essere, pertanto, un surplus della pena prevista dal nostro codice per un determinato delitto. È un po’ come dire: vado dal salumiere, pago per ciò che acquisto e quando mi ritrovo nel parcheggio circostante in procinto di ritornare a casa appare qualcuno che mi impone di pagare di nuovo per le stesse cose già acquistate. Pazzesco!!!
Già questa di per sé è una manifesta violazione dei principi delle libertà individuali, tuttavia non basta, occorre anche aggiungere la beffa al danno; infatti, appare evidente che se si priva un individuo della sua libertà con il fine preciso di volerlo recuperare ai fini socio-lavorativi, altro motivo del nostro stato detentivo, occorre anche fornire gli strumenti idonei affinché si possano trarre elementi oggettivi volti ad una concreta valutazione della persona?
Dove sono queste strutture, questi corsi formativi, questo lavoro? Dove li avete dimenticati? Pretendete forse da noi di cercarli nell’oziosità delle nostre giornate?
Eppure la nostra costituzione recita all’art.27 che la pena non deve essere afflittiva bensì tendente alla rieducazione del reo. È chiaro, quindi, che solo innanzi ad una violazione penale è prevista nel nostro ordinamento la privazione della libertà, non certo per una mera ipotesi di commissione di reato!
I grandi poi giuristi che hanno redatto il codice penale sono concordi nel sostenere che la privazione di libertà debba avvenire solo in flagranza di reato e che l’estrema ratio del carcere debba essere applicata solo in mancanza di possibili pene alternative.
L’uguaglianza di tutti innanzi alla legge, infine, nel nostro caso appare completamente fuori luogo e questo concetto è reso incontrovertibile da un semplice calcolo matematico. Se la casa lavoro è applicabile a coloro i quali hanno commesso nei dieci anni precedenti tre reati della stessa indole, non riusciamo a spiegarci come sia possibile che su una cifra di circa settantamila detenuti siano tuttora pendenti da alcune magistrature di sorveglianza circa tremila internati. Presumiamo che almeno la metà dei settantamila siano recidivi e almeno metà di questi recidivi abbiano commesso i famosi tre reati nei dieci anni precedenti, a conti fatti dovremmo essere all’incirca ventimila internati, come mai raggiungiamo un numero così esiguo come quello delle tremila unità?
Ci sorge un dubbio: vuoi vedere che tutte le nostre rimostranze, tutti i concetti d’incostituzionalità sulla materia che quotidianamente ribadiamo siano condivisibili da una maggioranza di magistrati di sorveglianza?
Statisticamente abbiamo notato poi che sono più o meno quattro o cinque le regioni che destinano gli ex detenuti alla casa lavoro, e questo a nostro modo di vedere appare una disuguaglianza innanzi ad un ingiustizia. È un paradosso lo sappiamo, ma per quanto fin qui espresso ci sembra che il concetto calzi perfettamente sul problema che abbiamo innanzi.
Vedete Onorevoli signori, a fronte di tutto quanto legittimamente espresso in questa lettera la cosa più aberrante è sapersi dimenticati nel limbo di un ingiustizia, prima ancora delle problematiche giuridiche che ci vedono nostro malgrado ospiti di queste strutture; quello che provoca un disagio quotidiano e insostenibile è sapersi un numero così esiguo da non avere un’adeguata cassa di risonanza per la società nel suo insieme e nelle istituzioni nello specifico. Riteniamo che sia vergognoso per le istituzioni italiane costringerci a scrivere alla corte europea dei diritti dell’uomo affinché venga rivista una materia palesemente in contrasto con i principi delle libertà universali. È vergognoso nella misura in cui noi italiani ci arroghiamo il merito di essere i diretti discendenti di coloro i quali il diritto lo hanno inventato e esportato nel mondo.
L’auspicio, quindi, è che queste rimostranze riescano a scuotere le coscienze sociali affinché qualcuno si faccia portavoce delle nostre istanze in modo che questa materia sia almeno posta all’attenzione del dibattito politico con il fine preciso di rivederne il principio e l’applicazione.
I diritti dei deboli non sono diritti deboli!

Gli internati del girone dei “Miserabili Dimenticati”
di Modena

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