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lunedì 6 febbraio 2012

Gerry Giuffrida


Alcune settimane fa una persona che stimo molto, Ebe Quaranta, mi parlò della situazione drammatica di un ragazzo, che da più di quattro mesi stava in isolamento nel carcere di Opera. E le cui condizioni fisiche, e soprattutto mentali, erano arrivate al limite. Fui naturalmente d’accordo con lei che bisognava saperne di più e parlarne. E lei mi mise in contatto con la madre, Angela Fuma.

Il ragazzo si chiama Gennaro Giuffrida, detto “Gerri”. Ha 32 anni ed è nativo di Brindisi. Di lui la madre dice “Gerry, un ragazzo come tanti, sognatore, appassionato di moto da strada,determinato ,socievole ,con un forte temperamento, facilmente influenzabile ,come tutti ha anche degli aspetti meno piacevoli ,come l’ essere superbo ,prepotente nei confronti della vita , ma anche insicuro su quello che riguardava l’ aspetto della sua famiglia, solo dopo aver subito il fatto e con grande rammarico (compiango i famigliari della vittima), ha capito il vero valore affettivo della vita dato che di figli ne ha due e una compagna che gli è accanto”.

Lo stesso Gerri nella lettera che ha inviato al Presidente della Repubblica scrive “Sono sempre stato un tipo debole, incapace di dire no alla gente che mi chiedeva piccoli favori, ma questa mia bontà mi ha portato ad una vera e propria tragedia. Da quando avevo 17 anni ho iniziato a prendere psicofarmaci per ansia e attacchi di panico, ma la cosa che mi faceva stare ancora meglio era l’amore della mia famiglia. Nel tempo, però, gli psicofarmaci che prendevo aumentavano. Purtroppo il troppo amore della mia famiglia ha peggiorato la mia situazione, perché anche se facevo dei piccoli sbagli, loro mi proteggevano fino alla morte”. Il riferimento all’ansia, agli attacchi di panico e agli psicofarmaci, aiuta a comprendere la particolare fragilità di questo ragazzo, e la situazione delicatissima che già viveva, che poi il carcere, e il modo in cui è stato fatto valere nei suoi confronti, ha enormemente esasperato. In carcere infatti, così denunciano Gerri e la madre, sono avvenuti episodi brutali e intollerabili che sono andati a colpire una psiche già fragile ed insicura.

Il mio primo intento era pubblicare la lettera integrale che Gerri ha scritto al Presidente della Repubblica, nella quale ricostruisce tutta la sua vicenda, raccontando di come si svolgeva la sua vita, e di cosa lo ha condotto in carcere, per poi parlare di come si è svolta in buona parte la sua detenzione. Ma ho deciso di procedere in modo diverso. Essendo una lettera molto lunga… e dicendo la madre, in una lettera di accompagnamento, una serie di cose gravissime. Mettendo tutto insieme, si rischiava che non fosse data dovuta attenzione ad ogni aspetto della questione.

E le cose che scrive la madre sono troppo gravi per metterle in appendice ad una lunga lettera, rischiando che adesso qualcuno non le consideri come meritino.

Quindi procederò così.. inizierò citando alcuni stralci finali della lettera di Gerri, per poi pubblicare in buona parte la lettera che la madre Angela Fuma, mi ha inviato. In una successiva (e vicina) occasione, pubblicherò la lettera integrale che Gerri Giuffrida ha inviato al Presidente della Repubblica dove ricostruisce ciò che lo ha portato in carcere.

Che poi, ciò che veramente conta, ai nostri fini, è l’ingiustizia che Gerri subisce, a prescindere. La subirebbe anche se non fosse innocente. Lui e la famiglia affermano che è innocente, e noi diamo voce alla loro voce che afferma un’altra verità sostanziale rispetto a quella processuale. Ma su questo punto non possiamo certo dire noi ciò che è realmente avvenuto, possiamo solo augurarci che le ulteriori prove che adesso sembrano essere “utilizzate”, vengano prese in considerazioni, magari portando ad una riapertura del processo.

Ma quello su cui non facciamo sconti e su cui chiediamo chiarezza e giustizia totale.. E’ IL RISPETTO DELLA DIGNITA’ UMANA DI GERRY GIUFFRIDA. Il dovere morale che si faccia chiarezza sulla sua vicenda processuale, che si sappia se abbia subito brutalità intollerabili, e che, soprattutto si intervenga ORA, perché ora si comprenda la situazione che sta vivendo Gerri, e si faccia in modo che questa non porti a un punto di non ritorno.

Gerri è in isolamento da mesi. Le sue sensazioni di panico ed ansia, e di debilitamento fisico, frutto di un percorso carcerario che è stato un calvario, rischiano di esplodere nella soffocante situazione dell’ isolamento che gli impostogli nel carcere di Opera. Le sue lettere ormai rivelano disperazione e pensieri suicidi.

Bisogna fare in modo che la sua vicenda diventi pubblica.

E pensavo anche che si organizzare un invio collettivo di lettere a Gerri, per sostenerlo psicologicamente ed emotivamente.

Adesso pubblicherò un brano finale tratto dalla lettera di Gerri al Presidente della Repubblica, e poi la lettera che la madre mi ha inviato, una lettera drammatica e disperata che racconta cose che, se fossero confermate, rappresenterebbero un’altra pagina nera della realtà del carcere in Italia.

La prossima volta pubblicherà per intero la sua lettera al Presidente della Repubblica.

Comunque la si pensi, questo ragazzo si sente sole e sta soffrendo. Stiamogli vicino.

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–Uno dei frammenti finali della lettera di Gerri Giuffrida al Presidente della Repubblica..

“Cinque mesi fa la Cassazione mi confermò la pena, e riuscirono ad ammazzarmi per la terza volta. Aspettavo solo i carabinieri che venissero a prendermi, e addirittura li chiamai io perché tardavano, e quella attesa, nel vedere la mia compagna e mio figlio forse per l’ultima volta, era tormentosa. Decisi che in carcere l’avrei fatta finita.

L’8 giugno mi portarono nel carcere di Villa Fastiggi, dove, come in ogni altro carcere, trovi appuntati che ti trattano come ad un animale. E a me non andava giù, perché ritenendomi ancora innocente, non potevo accettare le cose che loro mi chiedevano di fare, e quindi venivo punito.

Dopo una decina di giorni mi trasferirono al carcere di Fermo. Carcere infernale dove non c’è neanche lo spazio per fare due passi all’aria. I dottori mi visitarono. In dieci giorni avevo perso circa 8 kg, avevo attacchi di ansia e panico, e chiamavo sempre gli appuntati perché chiamassero il dottore, che si trovava solo dalle 11 del mattino alle 19 della sera. Poi se chiami una guardia e dici che stai male, c’è qualcuno che addirittura ti risponde, che quando muori poi ci si pensa.

Ora sono arrivato a perdere 25 kg in 4 mesi e 15 giorni, e il mio avvocato ha chiesto un periodo, che va dai sei mesi ai tre anni, agli arresti domiciliari, in modo da potere essere curato, dato che sono adesso 14 anni che, oltre all’aiuto della terapia, ho bisogno della gente a me vicina. Sto malissimo e piango e basta. Non ho più voglia di vivere. Non riesco nemmeno a vedere la televisione perché ci sono solo cattiverie.

E’ venuto un mio medico di parte, che mi ha visitato e ha descritto le mie precarie condizioni fisiche. Il magistrato ha chiesto il parere al dirigente sanitario del carcere che non mi ha mai visitato.”

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–Lettera della madre di Gerri Giuffrida

(…..) Dopo la condanna definitiva della Cassazione è stato portato al carcere di Pesaro provvisoriamente, perché lì non tengono detenuti con condanne definitive superiori ai dieci anni. La stessa settimana è stato trasferito al carcere di Fermo. Lì fu un periodo infernale, cominciò a dimagrire vertiginosamente. Mandai subito la psichiatra accompagnata da una psicologa. Lo trovarono gravissimo, sia fisicamente che psicologicamente. Non aveva più muscolatura e non reagiva più agli stimoli (un marocchino nella cella si prese cura di lui, cercava di farlo mangiare cucinandogli un po’ di riso e lo copriva perché lui si stava lasciando morire).

Quindi accertarono che avrebbe potuto fare un gesto inconsulto. Subito dopo, il nostro perito ha fatto una relazione che certificava le condizioni di mio figlio. L’avvocato ha mandato l’istanza con questa relazione al Tribunale di sorveglianza, chiedendo per un breve periodo i domiciliari, per dargli le giuste cure, ma l’istanza è stata rigettata per ben due volte. Alla terza volta lo hanno trasferito a Roma, in un carcere dove c’è un reparto in cui curano i detenuti ammalati. Il trasferimento avvenne a sua insaputa. Lo svegliarono di notte, dicendogli di vestirsi che doveva essere trasferito. Mio figlio fu preso dal panico, cominciò a piangere e a supplicare le guardie di lasciarlo lì perché stava vicino alla compagna e a suo figlio, e aveva paura di restare solo. Ma per tutta risposta lo picchiarono senza pietà, a calci e pugni in testa, e a calci nello stomaco e nei fianchi. E senza soccorrerlo lo portarono in quello stadio pietoso a Regina Coeli. Era messo così male che, quando arrivò, gli fecero firmare che si trovava già in quello stato e che loro non c’entravano niente. Poi lo chiusero per due giorni nudo per terra, in un buco al buio. Lì dentro non si respirava, mancava l’aria. Ci ha raccontato che cercava di respirare da una fessura. E a me che sono la madre, ogni volta che lo ricordo mi sanguina il cuore. Quando siamo stati avvisati per vie traverse del suo trasferimento, siamo partiti subito io e una mia amica per andarlo a trovare. Ci avevano preavvisato che non l’avemmo trovato in buone condizioni e che le guardie c’erano andate giù pesanti. Arrivammo a Roma col cuore in gola, disperate. Ma io non entrai, perché avevamo anche il bambino che aveva solo tre anni. Non potevamo fargli vedere il padre in quelle condizioni, perché mia nuora aveva capito la situazione critica. Puoi immaginare con che angoscia rimasi fuori. Infatti, quando mia nuora entrò vide che era pieno di ematomi giganti in tutte le parti del corpo. La testa non si riconosceva, la faccia rovinata, sanguinava ancora dalla bocca, e tremava e piangeva. Non poteva muoversi né mangiare.

Avevamo deciso di denunciare tutto, ma siccome hanno minacciato mio figlio che avrebbe passato, in quel caso, guai ancora maggiori, visto che sarebbe dovuto tornare al carcere di Fermo, timorosi decidemmo di non denunciare più. Un mese dopo l’hanno riportato a Fermo. Quel mese non è stato neanche un istante bene, non facevano altro che fargli raggi dalla testa ai piedi, e imbottirlo di medicinali, anche per la bronchite, che gli avevano fatto venire tenendolo in quello stato. Quel mese si è cibato solo di medicinali. Potete immaginare le conseguenze. Una volta arrivato al carcere di Fermo, le condizioni non miglioravano. Ormai era arrivato a pensare 49 kg tutto vestito, perdendo 25 kg del suo peso iniziale. Per cui decisero di trasferirlo ad Ascoli Piceno (sbattuto da un carcere all’altro come fosse un sacco di patate), dove sarebbe dovuto essere curato dato che lì c’erano i medici tutto il giorno (medici mai visti o quasi). Qui le condizioni peggiorarono ulteriormente, cominciarono ad aumentare le fobie, gli attacchi di panico, ed il bisogno d’aria, perché si sentiva soffocare. Per la disperazione ha scavato nel muro, ma subito dopo si è reso conto di quello che aveva fatto, ed i suoi compagni di cella hanno tentato di coprire il danno con una tenda, ma durante la perquisizione quel buco è stato scoperto e lui è stato accusato di evasione. Lui non voleva scappare dal carcere, anche perché sapeva che era impossibile. E soprattutto c’era la speranza, se tutto andava bene, che da lì a poco lo avrebbero preso al carcere di Gorgona, dove avevano capito i suoi problemi ed erano disponibili ad aiutarlo.

Quindi, non considerando i problemi di mio figlio, lo sbattono ad Ancona, nel carcere di Montacuto. Ogni spostamento per lui era un trauma. Questo carcere era invivibile, si stava in condizioni pietose e lui chiedeva continuamente di essere spostato, altrimenti l’avrebbe fatta finita. Grazie ai nostri frequenti colloqui e alle lettere, siamo riusciti a togliergli parzialmente questa idea dalla testa, anche se nella sua mente il pensiero ricorre continuamente. Il suo sfogo è stato quello di danneggiare la cella, forse sperando di farsi spostare da quel carcere infernale. Viene nuovamente accusato di danneggiamento di beni impropri, e spedito al carcere di Opera-Milano. Qui viene messo in punizione, con sei mesi di isolamento con il 14 bis. E la sua condizione ora è davvero drammatica. Nelle lettere continua scrivere che sta malissimo, e alla sua compagna continua a dire che si vuole ammazzare, che non ha senso vivere così. Noi siamo angosciati e viviamo con il terrore che da un momento all’altro possiamo ricevere una brutta notizia.

Voglio salvare mio figlio. Vorrei poterlo tenere a casa, per dargli le cure di cui ha bisogno, perché con il nostro amore potrà venire fuori da questa depressione, pur scontando la sua pena. Se non è possibile tenerlo ai domiciliari, aiutatemi per una comunità riabilitativa idonea.

Non si può lasciare morire così un ragazzo tanto fragile, e per giunta innocente. Cosa possiamo fare di più di tutto quello che abbiamo fatto? Perché nessuno ci capisce?

Vi supplico. E’ il cuore di una mamma che vi scrive. Mio figlio se continua a stare in carcere muore. Aiutatemi a salvarlo.

Angela Fuma (Le Urla dal Silenzio)

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