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domenica 2 ottobre 2011

Giustizia: De Rossi; il centro-destra deve sottrarre il tema delle carceri ai Radicali

intervista a Domenico Alessandro De Rossi, di Stefano Fiori

L’Occidentale, 2 ottobre 2011

Gli eventi politico-economici delle ultime settimane hanno inevitabilmente - ma in parte anche colpevolmente - oscurato il dibattito sul tema delle carceri italiane, alle prese con un sovraffollamento in quotidiana ascesa e con problemi strutturali che riguardano la stessa architettura penitenziaria. Il 21 e il 27 settembre scorsi, il Senato si è riunito in seduta straordinaria proprio per discutere in merito a questa situazione d’urgenza, con i Radicali che dichiarano lo Stato “fuorilegge” e invocano l’amnistia come soluzione immediata per ristabilire, almeno in parte, la legalità.
“Ma il centro - destra ha i titoli e i diritti per sottrarre il tema delle carceri ai Radicali”, è quanto dichiara all’Occidentale Domenico Alessandro De Rossi, architetto e docente di Pianificazione Territoriale, Portuale e Costiera presso la Facoltà di Ingegneria Civile dell’Università del Salento, nonché consulente del Ministero dell’Interno e della Giustizia per il programma di costruzione nuove carceri.
Quest’anno, inoltre, è stato pubblicato un volume a cura del Prof. De Rossi (L’universo della detenzione. Storia, architettura e norme dei modelli penitenziari, Mursia), in cui vari esperti del settore indagano sugli spazi della detenzione, mettendo in risalto l’impatto rieducativo che può avere l’architettura penitenziaria sul detenuto, che prima di tutto è una persona.

Professore, mentre i Radicali chiedono urgentemente l’amnistia, il Ministro della Giustizia Nitto Francesco Palma ha ribadito in Senato di non considerarla una via percorribile. Secondo lei, chi ha ragione?

Sono posizioni diverse e non comparabili, perché nascono da due visioni diverse delle cose ed entrambe descrivono correttamente la situazione. Fanno bene Pannella e i Radicali a reclamare che sia innanzitutto lo Stato a rispettare la legge e che, in caso contrario, sia chiamato a disporre l’aministia dei reati: è un principio tecnico - giuridico inappuntabile. D’altra parte, per disporre l’amnistia, occorrono i due terzi del Parlamento e ciò richiede di tenere conto delle opposizioni, che su questo tema spesso si nascondono, scaricando il problema unicamente sulla forza di governo. Il ministro, responsabilmente, dice quello che va detto: aprire le carceri in questo momento non appare percorribile.

Sul no all’amnistia, secondo lei, pesa anche l’esperienza, molto contestata, dell’indulto concesso nel 2006 dal Governo Prodi, che non fu molto digerito dall’opinione pubblica?

Chiedere all’opinione pubblica uno sforzo di questo genere nell’attuale momento storico suonerebbe come una provocazione al popolo italiano. Ripeto, la soluzione dell’amnistia è teoricamente praticabile e condivisibile, ma non oggigiorno. Pertanto, bisogna educare la popolazione in tal senso e nel frattempo mettere in campo riforme ben concepite e strutturate.

Qual è il suo parere, invece, sull’annuncio del Ministro Palma di voler portare entro metà ottobre, in Consiglio dei Ministri, “il disegno di legge sulle depenalizzazioni dei reati minori”?

È sicuramente necessario sfrondare tutti quei reati che comportano un turn over delle persone, che entrano ed escono dal carcere dopo pochi giorni. Ma occorre anche depenalizzare quei reati che non andrebbero puniti con la detenzione in carcere, bensì trattati in altra maniera: mi riferiscono ai reati legati al consumo di droghe, per cui andrebbero previsti centri alternativi finalizzati al recupero delle persone tossicodipendenti.

Il Guardasigilli ha posto anche l’accento sul problema dell’ampia percentuale di cittadini stranieri presenti attualmente nelle nostre carceri...

La soluzione è semplice: dove possibile, si fanno protocolli con i Paesi d’origine di questi detenuti che prevedano il rimpatrio. La questione principale, in ogni caso, rimane quella d’impiegare le risorse a disposizione in maniera equa. Non è accettabile il fatto che tenere la gente in galera costi alla collettività di più che pagare un ricercatore universitario. Se si dismettessero le carceri obsolete che spesso sono presenti sul territorio italiano, con il ricavato si potrebbe finanziare la costruzione di carceri modello praticamente a costo zero. Perché il nodo vero è che lo Stato non ha le risorse per costruire nuove carceri.

“Evidente è l’abisso che separa la realtà carceraria di oggi dal dettato costituzionale sulla funzione rieducatrice della pena e sui diritti e la dignità della persona”. Crede che l’allarme lanciato questa estate dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano abbia contribuito quantomento a rendere meno oscuro il tema delle carceri in Italia?

Il contributo del Capo dello Stato è stato sicuramente prezioso.È stata mia premura inviare al Presidente Napolitano, così come al Presidente del Senato Renato Schifani e al Ministro della Giustizia Palma, una copia del libro da me curato. Ho riscontrato sincera disponibilità a prenderne visione, nella speranza che possa essere uno strumento utile a chi ha l’autorità per prendere le decisioni. Purtroppo, in Italia è ancora molto carente la cultura, soprattutto a livello accademico, riguardo al tema dell’universo penitenziario...

Cioè?

Io insegno presso una facoltà d’ingegneria e sono uno studioso di questi argomenti, ma tale specificità professionale me la sono costruita in parte all’estero, in parte come consulente del Ministero della Giustizia. Se un architetto o un ingegnere fosse chiamato oggi a costruire nuove carceri non saprebbe dove mettere le mani, dal momento che non esiste un’adeguata documentazione in materia. Per colmare tali lacune, sarebbe necessario adottare un approccio sistemico che metta in collegamento diverse figure professionali (economisti, progettisti, ingegneri, architetti, sociologi), così come le diverse sensibilità ideologiche, in modo da far nascere una coscienza diffusa dei diritti umani che andrebbe applicata anche nel momento del progetto architettonico. È un dato di fatto che, all’interno delle carceri, i problemi nascano anche a livello di rispetto della normativa. La sicurezza è l’ultima cosa che viene tenuta in considerazione, ma in realtà è tanto importante quanto il discorso sulla depenalizzazione dei reati minori.

Esiste anche il problema delle carceri isolate dal tessuto urbano.

È una questione anch’essa cruciale. Troppo spesso cerchiamo di rimuovere, in senso strettamente letterale, realtà scomode come quella delle carceri o degli ospedali per i detenuti psichiatrici, che spesso non è esagerato considerare al limite dei campi di concentramento. In queste situazioni, i discorsi sull’ambiente architettonico non vengono minimamente presi in considerazione.

È per questo che lei preferisce parlare di “architettura penitenziaria” piuttosto che di semplice “edilizia penitenziaria”?

Sì, perché le posso garantire che l’ambiente architettonico è componente forte della rieducazione individuo, che costituisce uno degli alti scopi che si possono ritracciare nel dettato costituzionale. Ancora oggi, invece, concepiamo il carcere più come mezzo di vendetta sociale che come luogo di rieducazione civile. Occorre entrare in una logica che non concepisce la punizione come vendetta. Io stesso sono stato colpito duramente in famiglia (la sorella del Prof. De Rossi è stata uccisa nel dicembre 2009 in casa sua, ma non si conoscono ancora i colpevoli) ma nonostante ciò non nutro sentimenti di vendetta, bensì di giustizia, convinto che la detenzione sia utile come via verso il recupero.

Un’ultima battuta, Professore. In seguito ai due terribili attentanti compiuti lo scorso luglio in Norvegia, costati la vita a oltre 90 persone, ha suscitato molto scalpore il fatto che Anders Breivik, autore del duplice attacco, fosse stato condotto nel carcere di Halden Fengsel, definito da più parti “prigione a 5 stelle”, per via del trattamento molto “soft” riservato ai pericolosi criminali ospitati al proprio interno. Lei come ha reagito?

Vede, lo scalpore nasce principalmente dal fatto che c’è molta ignoranza in materia. Tenere una persona in carcere in condizioni al limite dell’umano, magari per tutta la vita, non solo è una stupidaggine a livello umanitario, ma, ripeto, è anche una contraddizione in termini con il predicato costituzionale. Oltre all’esempio dei Paesi nordici, si possono portare a modello le carceri americane: come risulta dagli studi realizzati per il volume da me curato, esse sono strutture polifunzionali, dotate di attribuzioni specializzate per i vari reati e per le diverse modalità di recupero. Del resto, fare un carcere pensando solo alle celle è quantomeno riduttivo. Bisogna insistere sulla funzione di recupero, oltre che di punizione, cui è deputato il carcere. Si eviterebbe così che i detenuti, una volta usciti di prigione, delinquano ancora più di prima, perché umiliati e frustrati durante il periodo di reclusione.

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