L'Associazione Il Detenuto Ignoto nasce con l'intento di affermare e promuovere i diritti dei cittadini detenuti, in attuazione di quanto disposto dall'articolo 27 della Costituzione italiana. Il Detenuto Ignoto in questi anni è stata animatrice di importanti iniziative, attraverso lo studio delle realtà e delle politiche del sistema penitenziario italiano, la consulenza e la produzione legislativa, il coordinamento di comitati, l'organizzazione di seminari, convegni, eventi e manifestazioni.

COME CONTATTARE L'ASSOCIAZIONE:

email: Info@DetenutoIgnoto.com


Via di Torre Argentina 76, presso Partito Radicale 00186 Roma





giovedì 7 luglio 2011

Giustizia: lavoro in carcere a fine corsa; finiti i soldi, saltano gli sgravi alle cooperative

di Riccardo Bagnato

Vita, 6 luglio 2011

Il Lazio la prima regione a ufficializzarlo. Sono finiti i soldi: saltano gli sgravi alle cooperative. Ecco l’appello. Sono finiti i soldi. Per chi ha assunto detenuti dentro e fuori del carcere non è più possibile godere degli sgravi fiscali previsti dalla Legge 193/2000 (Smuraglia). Lo hanno comunicato i direttori degli istituti penitenziari del Lazio con una comunicazione (che Vita è riuscita ad ottenere ed è scaricabile in allegato) diretta alle cooperative sociali e alle imprese coinvolte, scatendando in alcuni il caso il panico, in altri forte preoccupazione.
La situazione era ben nota sin dall’inizio dell’anno. Già nella circolare di febbraio, infatti, il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap) avvisava: “si ritiene indispensabile procedere ad una consistente riduzione del budget” (scarica in allegato le circolari del Dap del 2011). Ed ecco fatto. La prima regione a sforare il budget e quindi a non poter più accedere alla agevolazioni è il Lazio. Ma ovviamente il problema è a livello nazionale.
La parola ora passa alle cooperative che si sono viste recapitare la missiva in cui c’era scritto sostanzialmente “prendere o lasciare”. In cui l’Istituto penitenziario lascia scegliere all’impresa: o continuare il rapporto di lavoro ma senza più sgravi fiscali o altrimenti risolvere il contratto e lasciare a casa o in carcere il lavoratore. Da cui la protesta e l’appello dell’Associazione Antigone: “Si tratta di un tipico taglio non ragionato. Se ciò dovesse essere confermato - si legge in una nota dell’associazione – così come pare, migliaia di detenuti in misura alternativa rientreranno in carcere in quanto licenziati dai loro datori di lavoro andando a peggiorare una situazione di affollamento penitenziario già insopportabile.
Per ora non arrivano segnali dal ministero della Giustizia diretti a risolvere il problema. Cooperative sociali, consorzi, associazioni, imprese non sarebbero nelle condizioni di proseguire nei loro lavori. Da qui l’appello di Antigone: “Noi chiediamo al Dap di usare tutti i soldi della Cassa delle ammende, compresi i milioni già promessi per progetti non ancora avviati oppure le decine di milioni messe da parte per l’edilizia penitenziaria, allo scopo di dare copertura finanziaria alla legge Smuraglia quanto meno sino alla fine dell’anno.
Non fare questo ora sarebbe un errore tragico”. Tanto più che proprio oggi lo stesso Franco Ionta, capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria ha dichiarato parlando del sovraffollamento carcerario: “Ormai abbiamo raggiunto il limite della capienza tollerabile. Certamente non possiamo andare avanti così. La situazione è molto complessa e faticosa”. Per sottoscrivere l’appello si può mandare una mail a: segreteria@associazioneantigone.it.

Tiziano Treu (Pd): puntare sulla professionalità (da “Avvenire”)

Il lavoro in carcere è uno degli strumenti fondamentali per dare un senso al tempo della detenzione, per fare in modo che le persone recluse possano riappropriarsi della propria dignità. Inoltre, chi lavora in carcere ha un tasso di recidiva inferiore di 3-4 volte rispetto agli altri detenuti che non hanno questa possibilità. Investire sul lavoro in carcere porta benefici, anche economici, a tutta la società”.
Parte da questa riflessione Tiziano Treu, senatore Pd, primo firmatario di un disegno di legge in cui vengono proposte modifiche alle norme che attualmente disciplinano i benefici per l’inserimento lavorativo dei detenuti. Mettendo l’accento del discorso soprattutto sulla parola dignità: “Senza lavoro, un detenuto esce dal carcere peggio di prima e commette un nuovo reato”. Oggi solo un detenuto su quattro può lavorare. Ma di che tipo di lavoro si tratta?
Questo dato tiene conto anche di chi svolge mansioni interne alle carceri: penso agli scopini, ai portavitto, agli addetti alle cucine. E spesso si tratta di mansioni che non sono formative e che non offrono una qualifica professionale. Anche questi semplici lavori dovrebbero essere un’occasione di lavoro vero, qualificante. Con la nostra proposta di legge vogliamo raggiungere proprio questo obiettivo.
In che modo è possibile farlo?
Penso all’esperienza delle mense del carcere di Padova dove il gruppo di cuochi è organizzato in maniera professionale. Lo stesso vale per la manutenzione e la milizia di strutture grandi come le carceri, anche qui si può lavorare in modo professionale.
Quali passi compiere per realizzare questo obiettivo?
Nelle carceri servono spazi attrezzati. Ma soprattutto occorre la collaborazione dei dirigenti e la presenza di una piccola impresa o di un ente pubblico che guidi questa esperienza. La sfida è quella di riuscire a replicare all’interno delle carceri un modello di lavoro imprenditoriale più qualificato. Produzioni anche piccole, ma di qualità. Certo, servirà del tempo: se anche la legge passasse domani ci vorrebbero mesi per attivare un processo di questo tipo.
Dove trovare i fondi per questi investimenti?
Prelevando le risorse necessarie dalla Cassa ammende. Non si tratta di aggiungere nuovi fondi, ma semplicemente di utilizzare meglio quello che già c’è.

Gabriele Toccafondi (Pdl): le imprese non sanno degli sgravi (da “Avvenire”)

Elevare il credito mensile d’imposta per ogni detenuto assunto da 516 a mille euro. Offrire alle aziende che assumono persone in esecuzione penale sgravi contributivi del 100% (contro l’80% previsto oggi dalla “Legge Smuraglia”) sia per il lavoro interno, sia per il lavoro esterno al carcere. Sono due punti della proposta di legge presentata al Parlamento, tra gli altri, da Gabriele Toccafondi (Pdl), membro della commissione Bilancio alla Camera.
“Il punto fondamentale - spiega Toccafondi - è far comprendere al Ministro dell’economia che un investimento sul lavoro in carcere permette di abbattere la recidiva e quindi di ridurre in maniera importante i costi di gestione del carcere”.
In che misura?
Basti pensare che, mediamente, un detenuto costa circa 300 euro al giorno. Ma in certi casi si arriva anche a 500. Investire sulla formazione professionale e sul lavoro aumenta le possibilità, fino all’80-90%, che la persona ristretta non torni a delinquere una volta giunta a fine pena.
Investire sul lavoro in carcere dunque, porta benefici dal punto di vista economico.
Certo, ma non solo. L’altro aspetto su cui stiamo puntando è il rispetto del dettato costituzionale: lo Stato deve offrire alle persone che hanno terminato di scontare la propria la possibilità di migliorare la propria condizione di vita.
Che ruolo gioca lo Stato, dunque?
Lo Stato non deve andare a sovrapporsi a quello che già fanno cooperative, enti di volontariato e realtà del terzo settore. Deve invece andare a valorizzare tutte le belle e positive esperienze che vengono già messe in atto.
Tornando alla questione degli sgravi fiscali previsti dalla Smuraglia: quanto incidono sulla decisione di un imprenditore di assumere persone in esecuzione penale?
Il problema, in questo campo, è innanzitutto culturale: le imprese non sanno che c’è questa possibilità. Per questo è necessario fare informazione e sensibilizzare. Nel nostro Paese poi manca la cultura di dare una possibilità di dare una seconda possibilità a chi ha sbagliato.

Nessun commento:

Si è verificato un errore nel gadget