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domenica 8 maggio 2011

Torino: 63enne indagato per violenze sessuali s’impicca in cella alle Vallette

di Lorenza Pleuteri

La Repubblica, 8 maggio 2011


Tecnico di 62 anni approfitta dell’ora d’aria e si uccide con un cappio ricavato da un lenzuolo. Era in carcere da pochi giorni e non era stato ritenuto a rischio di suicidio.
Che cosa avesse nella testa ieri mattina Luciano B. - se vergogna, rimorso, dispiacere, volontà di gridare la propria innocenza con un gesto estremo, la sensazione di essere comunque di peso per i parenti - nessuno lo può sapere. Non ha lasciato biglietti. E nessuno aveva intuito pensieri di morte, percependo che fosse arrivato al punto di rottura.
L’ex riparatore di radio e tv, 62 anni compiuti, casa e famiglia in una cittadina della cintura, poco dopo le 11 si è impiccato in carcere, in una cella delle Vallette, stringendosi attorno al collo il cappio fatto con il lenzuolo sfilato dalla branda. In galera c’era finito pochi giorni prima, martedì, schiacciato o sconvolto da accuse pesantissime, tutte ancora da dimostrare. 609 bis e 609 ter, sintetizza il codice penale, con numeri che nei gironi dei penitenziari posso ancora essere associati a infamia, ritorsioni, emarginazione nell’emarginazione. Violenze sessuali e aggravate, pare su più persone, forse anche minorenni.
L’indagine contro di lui, tenuta coperta dalla procura e dalla polizia, così come lo scattare delle manette, era in una “fase delicata”. Il sostituto procuratore titolare del fascicolo, Dionigi Tibone, a inizio settimana ha impresso un’accelerazione all’inchiesta. Si temeva che l’uomo potesse entrare a contatto con una delle vittime, in tempi ravvicinati. Ed è stato firmato un decreto di fermo del pm, per evitare di lasciarlo libero di muoversi e incontrare persone da proteggere. Il gip di turno non ha convalidato l’arresto, fatto da personale della questura, e ha disposto la custodia in carcere.
Alle strapiene Vallette, stando agli accertamenti interni e alle prime verifiche della stessa procura, l’uomo ha seguito la trafila prevista per tutti i “nuovi giunti”. “Fotosegnalamento”, registrazione delle impronte digitali, colloquio d’ingresso. È stato visitato dal medico di turno, come d’obbligo, e da uno specialista, chiamato a valutare e misurare la propensione a gesti estremi. Non è stato classificato a rischio suicidio. Gli è stato assegnato un posto nel padiglione C, quinta sezione. Nessun problema, fino a ieri mattina alle 11.
Quando il compagno di cella è uscito per andare all’ora d’aria, in cortile, lui è rimasto dentro, con una scusa, con la volontà di uccidersi. “Sono enormemente dispiaciuta, in una situazione che è estremamente delicata”, sono le poche cose che si sente di dire l’avvocatessa che assisteva Luciano B., Elena Deambrogio. “Le indagini - tiene a sottolineare - erano ancora in un passaggio assolutamente preliminare”. L’assistito avrebbe avuto il tempo e il modo di difendersi, spiegare, reagire. A Palazzo di giustizia restano avari di informazioni sui contenuti dell’inchiesta e sulla portata degli indizi, “per rispetto ai familiari della persona che si è suicidata e per rispetto alle parti offese”.

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