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venerdì 6 maggio 2011

Immigrazione: cosa resta della Bossi-Fini dopo la sentenza della Corte di Giustizia Europea?

di Raffaele Miraglia (Arci)

www.giuristidemocratici.it, 5 maggio 2011
Raffaele Miraglia commenta la situazione che si è venuta a creare nella legislazione italiana sullo straniero dopo la pronuncia del 28 aprile 2011 con cui la Corte di Giustizia Europea nella causa El Dridi ha sancito la diretta applicabilità degli articoli 14 e 15 della direttiva europea 2008/115/CE con la conseguente inapplicabilità della norma penale prevista dall’art. 14 comma 5 ter T.U. sull’immigrazione (inottemperanza all’ordina del Questore di lasciare il territorio nazionale a seguito di provvedimento di espulsione).
Quando nel 2008 fu definitivamente approvata la cosiddetta “direttiva rimpatri” gli esponenti del governo Berlusconi spesero parole di elogio, mentre le forze e le associazioni più impegnate nel lavoro di tutela dei migranti e dei loro diritti espressero numerose e fondate critiche. Oggi, dopo la sentenza del 28 aprile 2011 della Corte di Giustizia Europea sugli effetti di quella direttiva nella legislazione italiana, le parti si invertono.
Suona così quasi surreale rileggere il comunicato del 18 giugno 2008 dell’allora Ministro del governo Berlusconi: “Il via libera del Parlamento europeo alla direttiva sui rimpatri è motivo di grande soddisfazione per tutto il governo italiano” dichiara il ministro per le Politiche Europee, Andrea Ronchi. “Grazie al voto espresso oggi a larghissima maggioranza dall’aula di Strasburgo, l’Unione Europea ha, infatti, raggiunto un obiettivo importantissimo: avviare la costruzione di un’architettura di norme comuni per l’espulsione degli immigrati clandestini”.
“È importante sottolineare che la direttiva prevede l’estensione della durata della detenzione amministrativa per gli extracomunitari irregolari sino a 18 mesi. Una misura perfettamente coerente con le misure adottate dal nostro governo”.
“La decisione del Parlamento di Strasburgo è, dunque, la riprova che la linea della fermezza, improntata ai principi di legalità e solidarietà, adottata dall’Italia in tema di immigrazione sta ormai prevalendo in tutta Europa. E questi principi verranno tanto più declinati nel corso dell’ormai prossima presidenza francese dell’Unione che si annuncia decisiva per fronteggiare un fenomeno come quello dei flussi migratori, che nessun Paese europeo può pretendere di risolvere da solo. La direttiva Ue sui rimpatri rappresenta in questo senso un importante passo in avanti. Ma anche una risposta e un segnale di grande credibilità per le istituzioni europee in un momento in cui il vento della protesta irlandese rischiava di minarne in profondità le fondamenta”.
Non bisognava essere esperti di diritto dell’immigrazione per capire come la direttiva europea, che imponeva agli Stati membri di adottare norme comuni per regolare le espulsioni degli stranieri irregolarmente soggiornanti, disegnasse una procedura in netta antitesi con quella inserita dalla legislazione italiana dalla legge cosiddetta Bossi Fini. Eppure dal momento dell’approvazione della direttiva alla data ultima entro la quale l’Italia avrebbe dovuto trasfonderla nella propria legislazione, l’unica misura adottata dalla maggioranza è stata quella di portare ai termini massimi consentiti dalla direttiva la durata del possibile trattenimento nei centri di identificazione e espulsione dei migranti da espellere. Il risultato è che oggi l’Italia è di fatto priva di una propria legislazione nazionale che regoli l’espulsione del migrante privo di idoneo titolo di soggiorno.
Il risultato è che oggi le Prefetture e le Questure per le espulsioni non applicano il Testo Unico sull’Immigrazione, ma la cosiddetta “circolare Manganelli”, un testo diramato dal Ministero dell’Interno il 17.12.2010 con una finalità ben evidente: “Nelle more del recepimento, da parte dell’Italia, della Direttiva in questione, occorre considerare che: decorso il termine del prossimo 24 dicembre, lo straniero attinto da un provvedimento finalizzato al suo rimpatrio potrebbe impugnarlo e chiedere, alla competente autorità giudiziaria, di eccepirne la difformità rispetto ai contenuti della normativa comunitaria; il ricorso dello straniero potrebbe essere accolto poiché il giudice, in applicazione dei principi di diritto comunitario, è obbligato ad interpretare il diritto interno alla luce della lettera e dello scopo della Direttiva.
In previsione di tale situazione: assumeranno una rilevanza strategica le motivazioni su cui si fonderanno i provvedimenti propedeutici al rimpatrio che codesti Uffici proporranno per l’adozione alle competenti Prefetture o adotteranno direttamente; tali motivazioni, per essere idonee a neutralizzare gli effetti del ricorso, dovranno essere articolate, in modo che emerga con chiarezza la conformità dell’azione di rimpatrio rispetto ai contenuti della normativa comunitaria.” Potremmo addirittura dire che alla faccia della Costituzione oggi non è una legge a regolare la condizione giuridica e la libertà personale dello straniero, ma una semplice circolare amministrativa, una delle più “infime” tra le fonti normative.
Se pensiamo, poi, al contenzioso in atto sulla cosiddetta sanatoria badanti del settembre 2009 - dettato proprio dal fatto che un’altra “circolare Manganelli” negava la regolarizzazione dello straniero condannato per un delitto oggi abrogato in forza della direttiva europea e della sentenza della Corte di Giustizia - e al fatto che quello è stato uno degli atti più importanti adottati dal governo Berlusconi per regolare il “problema” immigrazione, ci possiamo rendere conto di come l’attuale maggioranza politica non sia stata e non sia in grado di esprimere sul terreno delle politiche migratorie altro che provvedimenti che si possono definire cattivi (sia come espressione di cattiveria, sia come espressione di incapacità).
Se la riforma Bossi Fini del 2002 si caratterizzava per essere un complesso di norme-manifesto dove la volontà di affermare principi (nefasti) finiva per sopraffare il compito di esprimere regole che consentissero di amministrare la condizione giuridica dello straniero - con il risultato di aggravare il “problema” anziché dare soluzioni -, le misure prese o deliberatamente omesse (come il mancato recepimento della direttiva rimpatri) dall’ultimo governo Berlusconi si sono caratterizzate quasi esclusivamente per il loro contrasto con la Costituzione (puntualmente sanzionato dalla Corte Costituzionale - vedi le decisioni sull’aggravante della clandestinità e sull’art. 14 comma 5 quater) e con la legislazione europea.
La sentenza della Corte di Giustizia Europea ha definitivamente interrotto lo sconcio introdotto dall’art. 14 comma 5 ter (e di fatto dell’art. 14 comma 5 quater) del T.U. sull’Immigrazione (una norma che sanzionava l’incapacità dello Stato ad eseguire le espulsioni comminando la pena del carcere allo straniero), ma purtroppo dobbiamo constatare come l’Italia governi l’immigrazione con norme che determinano e favoriscono il sorgere di un mercato criminale per ottenere l’ingresso formalmente legale dello straniero (ci riferiamo alla compravendita dei nulla-osta all’autorizzazione al lavoro, che si apre ogni anno nel momento in cui viene emanato il cosiddetto “decreto flussi”), norme che determinano e favoriscono l’ingresso legale dello straniero che dopo otto giorni si troverà nella condizione del “clandestino” (ci riferiamo soprattutto ai decreti flussi per i lavoratori stagionali, ugualmente forieri di compravendite di nulla-osta in favore di stranieri, che neppure sapranno mai dove si trova il loro presunto aspirante datore di lavoro), norme che favoriscono il passaggio da una condizione di regolarità ad una condizione di irregolarità (quelle che legano il permesso al reddito e quelle che privano del permesso lo straniero che si è macchiato di reati anche di lieve entità), norme inapplicabili per le espulsioni e, in linea generale, norme che sembrano dettate da un unico principio: dobbiamo porre paletti, sbarramenti e ostacoli allo straniero che voglia stabilirsi e vivere regolarmente in Italia. In altre parole la politica del governo (cioè la politica della Lega) sembra finalizzata solo a ingigantire il tasso di irregolarità per evitare lo stanziamento regolare dello straniero. Le norme che oggi regolano l’immigrazione in Italia sono proprio la trasposizione dei desiderata leghisti: mantenere costante il pericolo della presenza dei clandestini (così da agitarlo come propaganda) e evitare ogni processo di integrazione.
Non è, dunque, un caso che l’attuale maggioranza, dopo aver applaudito la direttiva europea sui rimpatri, nulla abbia fatto per adeguare la legislazione italiana al nuovo quadro legislativo. Pur consapevole di quali sarebbero state le conseguenze (basti leggere la già citata circolare ministeriale del 17 dicembre scorso), ha preferito non avere norme che regolino l’espulsione piuttosto che dover sconfessare l’impianto della legge che porta il nome anche del leader della Lega. Tanto, poi, la colpa per le mancate espulsioni la si può far ricadere sui giudici (nazionali od europei che siano) e si può aggiungere propaganda a propaganda.
Se, come auspichiamo, anche dai nostri giudici arriverà, poi, il riconoscimento che la direttiva europea non è direttamente applicabile nella parte in cui consente di adottare immediatamente sulla base del pericolo di fuga dello straniero un provvedimento di espulsione e, magari, di trattenimento (e non un mero ordine di allontanamento), allora giungeremo veramente al paradosso di un uno Stato governato anche e soprattutto dalla Lega Nord e impossibilitato ad ordinare le espulsioni.
L’eventualità non è così remota se solo si pensa a quel che sta accadendo in Francia, dove il Consiglio di Stato il 21 marzo 2011 ha sentenziato che sino a che - in ottemperanza alla disposizione dell’art. 3 n. 7) direttiva 115/2008/CE - lo Stato non abbia fissato nella legislazione nazionale i criteri obiettivi sulla base dei quali deve essere ritenuta la sussistenza del rischio di fuga, lo Stato stesso non può avvalersi dell’eccezione prevista dall’art. 7 § 4 della direttiva, considerabile separatamente dalle precedenti disposizioni dell’art. 7 (non può, dunque, espellere o trattenere in vista dell’espulsione lo straniero, al quale va concesso invece un termine per l’allontanamento volontario).
Avanti ai Giudici di Pace si continua a sperperare inutilmente il denaro di tutti i cittadini al fine di far celebrare i processi per l’art. 10 bis del T.U. sull’Immigrazione (soggiorno illegale) destinati a concludersi con l’irrogazione di una sanzione pecuniaria che nessun migrante pagherà (mentre lo Stato paga giudici, forze di polizia, cancellieri, interpreti e difensori d’ufficio e, magari, Equitalia per il tentativo di recupero dell’ammenda) e questo è tutto ciò che rimane per poter far vedere che lo Stato italiano mostra i muscoli contro gli stranieri privi di un permesso di soggiorno.
Nel frattempo non sembra che l’attuale governo sia intenzionato a porre mano in tempi ragionevoli alla doverosa modifica della legge Bossi Fini per adeguarla alla direttiva europea, preferendo impegnare il Parlamento a legiferare su questioni quali il processo breve.

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