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sabato 23 aprile 2011

Giustizia: nelle carceri si produce di tutto, ma gli ammessi al lavoro sono la minoranza

CondividiRedattore Sociale, 23 aprile 2011
Dei circa 68 mila detenuti, in 14 mila lavorano, di cui 12 mila per l’amministrazione penitenziaria e 2 mila per realtà esterne al carcere (800 senza spostarsi dall’istituto). Ne parla il libro “Il mestiere della libertà” (2011, Altreconomia).

Ortaggi e frutta, vini e birra di qualità, biscotti e cioccolato, gelati, focacce e pane, persino orate biologiche. Ma anche abiti e borse, piante e fiori, servizi di catering, artigianato e alta moda. Ancora in pochi lo sanno, ma all’interno delle carceri italiane si produce di tutto, spesso con un livello di assoluta qualità, anche se gli ammessi al lavoro sono una minoranza: dei circa 68 mila detenuti nelle carceri italiane, in 14mila lavorano, di cui 12 mila per l’amministrazione penitenziaria (con mansioni non professionalizzanti, dai nomi pittoreschi come spesino o scopino) e 2mila per realtà esterne al carcere (tra questi, circa 800 lavorano senza spostarsi dall’istituto).
Nonostante le ampie potenzialità di crescita, l’economia carceraria è ormai una realtà economica assodata e in salute, come dimostra “Il mestiere della libertà” (2011, Altreconomia, 192 pagine, 14,50 euro), panoramica precisa e dettagliata di 100 progetti di lavoro in cui i detenuti possono accelerare la propria riabilitazione, acquistare una professionalità e allontanare lo spettro della recidiva.
In proposito, i numeri sono chiari: tra chi ha avuto un percorso lavorativo in carcere, soltanto uno su dieci torna a delinquere una volta scontata la pena, contro il 70% di chi non ha svolto un’attività lavorativa. “La Costituzione prevede che la pena debba tendere al reinserimento sociale del condannato, ma se non diamo gli strumenti per il cambiamento non solo si rischia la demotivazione.
All’inverso, si avvicinano poi le persone “sbagliate”, si viene tentati dal “reddito criminale”, spesso più alto e più accessibile di quello garantito da un lavoro onesto - dice Luigi Pagano, provveditore degli istituti di pena della Lombardia, intervistato nel libro. La cultura del lavoro, quindi, nel senso più vasto del termine, scardina questo meccanismo”.
Oltre a Luigi Pagano, “Il mestiere della libertà” contiene interviste a Lucia Castellano, direttore del carcere di Bollate; a Patrizio Gonnella, presidente dell’associazione Antigone; a Maria Luisa Lo Gatto, magistrato che si occupa di giustizia riparativa; a Paolo Massenzi, protagonista del progetto “recuperiamoci” e una scheda dell’associazione “Articoloventisette” con un panorama dell’informazione in carcere, a cura di Alex Corlazzoli.
“In una delle situazioni detentive più drammatiche, l’ospedale psichiatrico giudiziario di Barcellona Pozzo di Grotto (Messina), i lavoratori della cooperativa sociale Astu fanno bellissimi mobili artigianali e persino prototipi per le sezioni infantili degli ospedali. Altrettanto straordinari, quasi opere d’arte, sono i mobili di Ferro e fuoco jail design del carcere di Fossano (Cuneo) - dice Pietro Raitano, direttore di Altreconomia e curatore del volume.
Insieme a tutte le altre realtà, sono rimasto colpito dalla cooperativa Lazzarelle di Pozzuoli (Napoli), che gestisce la torrefazione (tutta naturale) del carcere femminile, progetto che aveva finito i fondi ed è riuscito a ripartire grazie a una cooperativa rifondata da un gruppo di ragazze esterne e dalle detenute: alcune di loro arrivavano dal traffico di stupefacenti e hanno messo a disposizione del loro nuovo lavoro l’abilità di pesare con precisione e fare le dosi”.
L’unico modo per sostenere queste attività è comprare i loro prodotti: “non perché fanno pena, ma perché ne vale la pena, come mi ha detto il direttore di una colonia penale sarda - sottolinea Raitano: in carcere l’intensità del lavoro è altissima e anche per questo si realizzano prodotti artigianali di notevole qualità, frutto di dedizione, attenzione, partecipazione e della conversione del detenuto”. I prodotti realizzati in carcere possono essere acquistati da tutti attraverso i siti web delle singole cooperative di lavoro, i gruppi d’acquisto solidali, le botteghe del commercio equo, i mercatini organizzati in molte città ed eventi ad hoc, oltre che dal sito del Ministero della Giustizia.

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