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domenica 17 aprile 2011

Giustizia: le pene aggiuntive…

di Antonio Cappelli

Terra, 15 aprile 2011

La privazione della libertà è di per sé una punizione estremamente dura. Aggiungere nel carcere altre modalità di pena arbitrariamente inflitte rappresenta un atto di barbarie che può giungere a configurarsi come vera e propria forma di tortura. Eppure - nonostante che tutti formalmente concordino su questi elementari principi di civiltà giuridica - la vita dei detenuti è spesso costellata da episodi di accanimento afflittivo che sono insieme arbitrari nella forma, crudeli nella sostanza e inutili ai fini della sicurezza.
Gli esempi al riguardo possono essere innumerevoli. Prendiamo qui in esame il caso troppo spesso trascurato dell’informazione, la cui mancanza determina - in alcune importanti circostanze esistenziali - rilevanti gradi di sofferenza psicologica. Il percorso carcerario è disseminato di eventi nei confronti dei quali al detenuto è negata ogni possibilità di accedere a informazioni esaurienti e tempestive. I trasferimenti possono essere disposti senza preavviso e con motivazioni comunicate all’ultimo momento; le richieste di relazione con i familiari sono spesso inghiottite da procedure burocratiche sulla cui durata non è dato ottenere indicazione alcuna; le istanze per ottenere permessi o misure alternative hanno tempi di risposta assolutamente imprevedibili; lo svolgimento stesso dell’iter giudiziario si dipana secondo logiche e tempi per l’interessato indecifrabili.
In materia sanitaria questa mancanza di informazione assume contorni di particolare gravità. Al riguardo basta ricordare che l’accesso alle cartelle cliniche è disposto in termini discrezionali dalla direzione del carcere; i farmaci si somministrano spesso con modalità che non consentono al detenuto di conoscere né il significato terapeutico del trattamento né la sua effettiva corrispondenza alle prescrizioni mediche; la conoscenza dei tempi occorrenti per ottenere prestazioni specialistiche o ospedaliere è sistematicamente sottratta agli interessati; l’evoluzione infine dei percorsi assistenziali avviene con modalità nei confronti delle quali al detenuto non viene data nessuna informazione preventiva.
È del tutto evidente che la sofferenza derivante da questa sistematica carenza di informazione è una pena arbitrariamente aggiunta alla detenzione perché attiene non già alla natura della punizione legalmente inflitta bensì all’incuria o alla disorganizzazione dell’istituzione carceraria. Bisogna allora decidersi. Se si rifiuta una concezione del carcere come contenitore dei drop out della società e si ritiene invece davvero che la detenzione possa avere anche una funzione educativa, si può cominciare ad affrontare in tutti i suoi aspetti il problema del diritto all’informazione da parte dei detenuti. Il rispetto di questo diritto non comporta né costi aggiuntivi né grandi impegni organizzativi; richiede solo intelligenza e buona volontà. Forse è davvero il caso di provare.

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