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giovedì 21 aprile 2011

Giustizia: il fallimento del “braccialetto elettronico”; milioni di € buttati e nessun responsabile

di Simona Carandente

Il Mediano, 21 aprile 2011

Mentre interi uffici del Dap sono privi di carta per stampare, si spendono 11 milioni di euro per i “braccialetti elettronici”. Spreco di denaro pubblico per un sistema di vigilanza già fallito.
Nonostante il copioso impegno di uomini e mezzi, nonostante gli sforzi profusi quotidianamente da chi fa del proprio lavoro una missione, le difficoltà della giustizia e del mondo penitenziario sono sotto gli occhi di tutti: tanto per citarne uno, interi uffici del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (Dap) sono privi addirittura della carta per stampare, per non parlare dei sistemi informatici in dotazione al ministero, obsoleti e scarsamente funzionali.
Non può, pertanto, lasciare indifferenti la notizia dei milioni di euro sprecati per il cd. braccialetto elettronico, strumento introdotto nel nostro paese nel 2001 per meglio monitorare i detenuti posti agli arresti domiciliari, garantendo il rispetto delle prescrizioni imposte con lo scopo di allinearci ai soliti più evoluti paesi europei. All’epoca, il contratto stipulato con il più noto gestore di telefonia prevedeva la fornitura in esclusiva dei braccialetti, e dei relativi apparati, con un costo di ben 11 milioni di euro all’anno, ritualmente erogati, per una durata minima di 10 anni.
Tenuto conto che, allo stato, il numero degli apparati concretamente utilizzati è di poche unità all’anno, ogni braccialetto costa allo Stato un milione di euro, con un enorme ed ingiustificato, oltre che inutile, spreco di denaro pubblico. Il mancato utilizzo del sistema di controllo elettronico non desta alcuno stupore: un presunto mezzo di tutela, che si pone a metà tra un’illuminata e civilissima introduzione ed una barbarie legalizzata. Eppure, nella maggior parte dei paesi europei rappresenta una costante, con risultati definiti “brillanti” ed in costante ascesa.
Sulla carta, i vantaggi del dispositivo sarebbero innumerevoli: arginare il sovraffollamento carcerario, consentire l’espiazione di una pena al proprio domicilio, evitare di impegnare fisicamente migliaia di agenti deputati al controllo delle misure restrittive. Ad ogni modo, però, se ogni anno in Italia è utilizzato solo da 10 detenuti, qualche motivo ci sarà. Diffidenza del giudicante a concedere gli arresti domiciliari “controllati”, o scetticismo dei detenuti e dei loro difensori? Probabilmente entrambi. Inoltre, se si considera che molti dispositivi si sono rivelati inefficaci, dotati di tecnologia superata e, in alcuni casi, tali da far registrare evasioni, i conti tornano. A non tornare, invece, è l’enorme spreco di denaro pubblico, in un paese già in ginocchio e con altre, e ben più pressanti, problematiche di ordine sociale e penitenziario.

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