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lunedì 11 aprile 2011

Giustizia: gli Usa criticano la situazione italiana dei diritti umani

di Sandro Padula

Ristretti Orizzonti, 11 aprile 2011

Secondo il Bureau of Democracy, Human Rights and Labor (Drl), l’istituzione governativa statunitense che annualmente pubblica dei Country Reports on Human Rights Practices, cioè dei rapporti sulle pratiche dei diritti umani nei diversi paesi del mondo, la situazione italiana nel 2010 ha presentato non solo dei tratti positivi ma anche diversi aspetti di segno praticamente opposto.
Nel nostro paese le forze dell’ordine sono state coinvolte nell’uccisione di Aziz Amir, avvenuta a Bergamo il 6 febbraio, ed hanno ricevuto delle condanne per gli omicidi di Federico Aldovrandi, Cheikh Diouf, Gabriele Sandri e Giuseppe Turriti.
In alcune circostanze, come dimostrano le incriminazioni del 19 ottobre di due poliziotti a Milano, il processo iniziato a Parma contro otto agenti per l’aggressione ad Emmanuel Bonsu Foster e la condanna emessa il 5 marzo dalla corte d’appello nei confronti di sette agenti di polizia per il “trattamento inumano o degradante” su alcuni manifestanti arrestati durante il G8 di Genova del 2001, “la polizia ha fatto un uso eccessivo della forza contro persone, in particolare Rom e immigrati, detenute per reati penali comuni o nel corso di controlli di identità.”
A tale proposito il Bureau of Democracy, Human Rights and Labor ricorda che il Comitato del Consiglio d’Europa per la prevenzione della tortura (Cpt) “ha ricevuto numerose denunce di maltrattamenti fisici e uso eccessivo della forza da polizia e carabinieri e, in misura minore, da agenti della guardia di finanza e ufficiali. I maltrattamenti consisterebbero soprattutto in pugni, calci, colpi con i bastoni al momento dell’arresto e, a volte, durante la custodia in un istituto. La maggior parte delle contestazioni riguardano polizia e carabinieri nella zona di Brescia. In un certo numero di casi, il Cpt ha trovato prove mediche coerenti con le accuse”.
Non meglio vanno le cose per quanto riguarda il tema dell’immigrazione. In base a quanto è riportato nel report, le autorità italiane sono state infatti criticate dal Cpt perché attuano una politica di respingimento dei migranti in mare contraddistinta da “un uso sproporzionato della forza”. Inoltre sono state bacchettate dal Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa poiché autorizzano e fanno effettuare espulsioni non rispettose delle ordinanze emesse dalla Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu), come è successo nei casi di Toumi Ali Ben Sassi nel 2009 e di Ben Khemais nel 2008, persone a rischio di maltrattamenti e torture nel proprio paese d’origine.
Che dire poi sulle condizioni di vita nelle prigioni e negli altri centri di detenzione?
Il Bureau of Democracy, Human Rights and Labor è scandalizzato a proposito della morte di Stefano Cucchi: “Il 15 luglio, un pubblico ministero di Roma ha chiesto il rinvio a giudizio di 13 medici, infermieri, e agenti accusati di violenza, falsa testimonianza, abuso di potere, e complicità nella morte di Stefano Cucchi, in arresto per possesso di droga. Mentre era trattenuto, la polizia lo ha trasferito al carcere di Rebibbia e poi in ospedale, dove è morto nel mese di ottobre 2009. Il provvedimento del giudice è poi stato sospeso alla fine dell’anno”.
L’istituzione governativa statunitense si meraviglia che, al 30 novembre 2010 e secondo il Ministero della Giustizia italiano, “i detenuti erano 69.155 in un sistema carcerario progettato per contenerne 44.066”. Si stupisce che “nel mese di settembre circa il 54 per cento dei detenuti erano definitivi e il 43 per cento in attesa di giudizio”.
Considera veritieri i dati forniti da un centro di ricerca indipendente, che poi sarebbe Ristretti Orizzonti, secondo cui “tra gennaio e novembre, 160 detenuti sono morti in carcere, 61 dei quali per suicidio” e ritiene che almeno “un piccolo numero di queste morti sarebbe dovuto ad abusi o negligenze da parte dei funzionari del carcere”.
L’organismo a stelle e strisce prosegue riportando le osservazioni del Cpt: “nella relazione del 4 aprile il Cpt ha osservato che le condizioni sono generalmente accettabili nelle carceri italiane, ma molte strutture risultano gravemente sovraffollate, e in alcuni casi mancavano articoli per l’igiene di base per i detenuti. Il Cpt ha inoltre osservato che, in alcuni casi, gli agenti di polizia penitenziari hanno usato una forza eccessiva o sproporzionata per trattenere i detenuti, provocando a volte delle lesioni. Il Cpt ha rilevato che in alcune carceri, i detenuti condannati a lunghi periodi non hanno sufficiente accesso alle visite familiari o telefonate”.
Per quanto riguarda i Centri di identificazione ed espulsione (Cie), oltre a ricordare che “nel mese di dicembre un ufficiale del Cie di via Corelli a Milano è stato condannato a sette anni e due mesi di carcere per lo stupro nel 2009 di un detenuto transessuale brasiliano”, riporta la critica di alcuni gruppi, tra i quali l’Ong Medici senza Frontiere, secondo cui all’interno dei CIE le condizioni sono carenti e vi è un chiaro stato di sovraffollamento.
L’istituzione governativa statunitense considera in modo positivo il fatto che “diversi comuni e l’organizzazione Antigone si sono dotati di difensori civici e garanti per tutelare i diritti dei detenuti e facilitare l’accesso alle cure sanitarie e altri servizi”, così come la circostanza per cui “il governo ha consentito l’accesso ai Cie ai rappresentanti dell’Ufficio del Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr), e queste visite sono avvenute secondo le modalità standard dell’Unhcr”.
Prende atto di alcune misure decise dal governo italiano (il “piano carceri” e il decreto che consente a cittadini di altri paesi dell’Unione europea di scontare la pena nei paesi di origine) e non le commenta.
Afferma che non ci sono notizie di impunità delle forze dell’ordine ma poi punta il dito rispetto ad un problema di attualità politica: “i ritardi da parte dei pubblici ministeri e di altre autorità nel portare a termine alcune indagini riducono l’efficacia degli strumenti di indagine e punizione degli abusi della polizia.”
Per quanto riguarda le procedure di arresto e il trattamento durante la detenzione, riprende ancora le osservazioni del Cpt: “nella sua relazione del 4 aprile, il Cpt ha rilevato che in alcuni casi, la polizia ha di fatto negato a persone detenute il diritto a un avvocato. Le lunghe detenzioni di persone in attesa di giudizio e i ritardi nei processi sono problemi significativi. Durante la prima metà dell’anno, il 43 per cento di tutti i detenuti era in attesa di giudizio o di condanna definitiva”.
Il Bureau of Democracy, Human Rights and Labor conclude il proprio rapporto sulla situazione italiana con un dato, in apparenza positivo, fornito nel 2009 dalla Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu). Lo Stato italiano avrebbe ridotto il numero delle violazioni rispetto alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo passando dagli 83 casi del 2008 ai 69 del 2009.
L’istituzione governativa statunitense, oltre a non conoscere molti episodi di malagiustizia determinatisi nel nostro paese lo scorso anno (ad esempio il caso Scaglia), non sa che dalla fine del 2008 ad oggi migliaia di ricorsi sono stati presentati a Strasburgo, attendono di essere calendarizzati e riguardano soprattutto l’esistenza del fine pena mai, con l’ergastolo ostativo ad ogni beneficio della legge Gozzini (permessi premio, lavoro esterno, semilibertà e libertà condizionale), e le disumane condizioni di vita all’interno delle sovraffollate celle italiane.
D’altra parte, anche solo leggendo il rapporto del Bureau of Democracy, Human Rights and Labor rispetto allo stato dei diritti umani nella realtà italiana, emerge una circostanza davvero preoccupante.
Se certe critiche provengono da un paese nel quale vige tuttora la pena capitale e c’è una popolazione carceraria molto numerosa, significa che agli occhi degli Usa, e fatte le debite proporzioni, l’Italia è messa peggio.
In realtà, come ha scritto di recente la psicologa penitenziaria Ada Palmonella in una lettera pubblicata nel notiziario di Ristretti Orizzonti del 10 aprile, il sovraffollamento carcerario e le riduzioni delle spese per la risocializzazione delle persone detenute sono un oggettivo invito al suicidio e reintroducono in Italia la “pena di morte”… senza bisogno di legiferare.
Qualcuno vuole continuare a far finta di nulla?

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