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sabato 23 aprile 2011

Bologna: la liberazione anticipata concessa con ritardo diventa un caso al Consiglio d’Europa

di Paola Cascella
La Repubblica, 23 aprile 2011

Concessa con 405 giorni di ritardo: se il danno verrà riconosciuto, lo Stato potrebbe essere costretto a versare 100mila euro di danni. Ma secondo il Ministero della Giustizia Antonio Messina non doveva beneficiare di alcuno sconto di pena.
L’Italia rischia una “condanna” da parte del Consiglio d’Europa e della Corte europea per i diritti dell’uomo per aver concesso la libertà anticipata ad un detenuto con 405 giorni di ritardo. Un danno non piccolo per il protagonista della vicenda, un ex mafioso, rinchiuso alla Dozza fino al 2007.
Un danno che se riconosciuto, allo Stato potrebbe costare circa centomila euro di risarcimento. Ma non è tutto. In realtà, secondo il ministero della Giustizia, quello sconto di pena non doveva esserci affatto, neppure di un giorno. Antonio Messina, 65 anni, condannato in via definitiva a Palermo, a 24 anni e mezzo di carcere per associazione mafiosa e per una serie di reati gravissimi, come l’omicidio e il sequestro di persona, doveva restare alla Dozza.
Il provvedimento del Tribunale della libertà di Bologna, che l’8 ottobre 2007 gli ha aperto le porte della cella, è addirittura “suscettibile di impugnazione per abnormità”, scrive il Dipartimento per gli affari di giustizia di via Arenula, in quanto frutto di “una decisione illegittima” ed essa stessa “abnorme”.
Perché? Il caso è intricato, ma la ragione è semplice. La libertà anticipata fu concessa a Messina dall’ex giudice di Sorveglianza, ora pm a Tempio Pausania, Riccardo Rossi, in veste monocratica (una presunta prima anomalia), dopo che, poco più di un anno prima, la richiesta era stata respinta dallo stesso Tribunale di sorveglianza bolognese in composizione collegiale, presieduto dallo stesso giudice Rossi. Quali elementi nuovi erano intervenuti? Nessuno, secondo il ministero. Non solo. Già a maggio 2007, cinque mesi prima della sentenza di Rossi, la Corte di Cassazione aveva rigettato un nuovo ricorso del detenuto definendolo inammissibile.
Perciò, “la rivalutazione dell’ordinanza collegiale appare una decisione illegittima e abnorme” e il detenuto Messina “ha fruito - scrive il ministero - del beneficio della libertà anticipata che non poteva essere concessa, in assenza dei presupposti legittimanti l’adozione del provvedimento liberatorio”. Ecco perché a fine marzo via Arenula chiede informazioni a Bologna. Messina ha fatto ricorso al Consiglio d’Europa e al Tribunale europeo per i diritti dell’uomo: vuole essere risarcito per quei 405 giorni di carcere, che alla luce della sentenza di Rossi, gli sarebbero stati “rubati” Il ministero aspetta chiarimenti anche in vista di un’eventuale proposta di regolamento amichevole da sottoporre alle parti, l’Italia e l’ex detenuto.
“Di questa vicenda - dice Rossi - non ho quasi memoria. Parliamo di quattro anni fa.... Il nome Antonio Messina mi dice poco o nulla. Ricordo vagamente che lamentava la mancata concessione della libertà anticipata. Credo di avergli dato ciò che chiedeva. Perché il ministero parla di provvedimento illegittimo? Concederlo o meno è una prerogativa del giudice di sorveglianza ed esistono valutazioni diverse”. Rossi, uno dei quattro pm che nel 1980 indagarono sulla strage del 2 agosto, non è nuovo alle polemiche. Ammonito nel 2007 dal Csm per “violazione del dovere professionale nel concedere benefici ai detenuti”, nel 2009 tornò davanti al Tribunale delle toghe per il caso Annamaria Franzoni, la mamma di Cogne che chiedeva di poter incontrare i figli fuori dal carcere, praticamente in semilibertà. Rossi ordinò una perizia psichiatrica, aprendo di fatto la pratica, Ma l’istanza della signora era inammissibile.


Prove di disgelo a Palazzo Pizzardi tra avvocati e Tribunale di Sorveglianza


Prove di disgelo tra il presidente del Tribunale di Sorveglianza Antonio Maisto e gli avvocati, da mesi in stato di agitazione. A marzo, il magistrato aveva risposto seccamente alla Camera Penale bolognese e ai penalisti che parlavano di “volontà di normalizzazione” della Sorveglianza che “non rispondeva ai criteri che oggi si adottano nell’applicazione della legge Gozzini”. In discussione l’accesso alle cancellerie e la consultazione dei fascicoli pendenti. Ma l’organizzazione interna, precisa Maisto, è quella indicata dal Csm. Inoltre, dopo il trasloco a Palazzo Pizzardi, non è più garantito il “filtro” per gli accessi.

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