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giovedì 17 marzo 2011

Quella riforma sulla giustizia è anche nostra


16-03-2011

In seguito al pacchetto con le proposte di riforme “epocali” da parte del Governo Berlusconi in materia di giustizia, si è aperto anche nel mondo radicale un confronto e un dibattito che ha visto interventi con varie sfumature e diversità di opinione. In particolare, a chi fosse interessato, segnaliamo che “Notizie Radicali” ha pubblicato interventi di Valter Vecellio (7 marzo), Marco Cappato (9 marzo), ancora Vecellio (11 marzo), Gianfranco Spadaccia, Fulvio Cammarano, Stanton Burnett intervistato da Stefano Vaccara (14 marzo). Il 13 marzo inoltre è intervenuto nel corso della sua domenicale conversazione con Massimo Bordin anche Marco Pannella. Oggi è la volta di Alessandro Gerardi

C’è da augurarsi che il disegno di legge di riforma costituzionale della Giustizia approvato in Consiglio dei Ministri diventi una priorità nell’agenda politica del Paese. Questo per un motivo abbastanza semplice: il livello “costituzionale” della proposta, infatti, recide finalmente il perverso legame tra la questione giustizia e le vicende personali del Presidente del Consiglio, il che ci permette per la prima volta in questa legislatura di discutere intorno ad alcuni dei nodi strutturali del nostro sistema giudiziario sulla base di argomenti razionali, rispetto ai quali il Paese è obbligato a confrontarsi (scoprendo così il gioco di chi si oppone sempre e comunque ad ogni ipotesi di riforma senza entrare nel merito delle questioni).
Innanzitutto partiamo dallo strumento scelto dal Governo: la riforma per via costituzionale. In un articolo pubblicato lunedì scorso su “Notizie Radicali” (“Quale riforma della giustizia?”), Gianfranco Spadaccia esprime qualche dubbio sulla decisione di procedere attraverso una legge di riforma costituzionale, atteso che quantomeno la responsabilità civile dei magistrati e la separazione delle carriere sarebbero riforme perfettamente compatibili con la Costituzione vigente e quindi realizzabili per via ordinaria. Io ritengo invece che su questo la scelta operata dal Governo sia stata corretta per almeno tre motivi.

Primo perché in Italia i nodi che rischiano di soffocare la giurisdizione o meglio, il servizio Giustizia, sono rinvenibili proprio nella nostra Carta Fondamentale. E’ certamente vero che la Corte Costituzionale nel 2000, con la sentenza n. 37, dichiarò legittimo il referendum radicale che puntava alla separazione delle carriere, di fatto ammettendo che la stessa potesse essere introdotta per via ordinaria. Ma quel nostro referendum era volto ad introdurre la separazione tra magistrati inquirenti e giudicanti a Costituzione invariata, ossia senza intaccare il principio della partecipazione di giudici e pubblici ministeri ad un unico organo di garanzia (il Consiglio Superiore della Magistratura). Questo progetto di riforma, invece, introduce una più completa e piena separazione delle carriere perché prevede, nel contempo, lo sdoppiamento degli organi di auto-organizzazione della magistratura. Il che ovviamente rende necessario intervenire sulla nostra Costituzione, modificandola.

Secondo perché la scelta di procedere con un disegno di legge di riforma costituzionale – e mi riferisco in particolare a quelle modifiche che ben potrebbero essere introdotte per via ordinaria, tipo la responsabilità civile dei magistrati - è resa obbligata dall’esperienza di questi ultimi decenni nel corso dei quali tutta una serie di riforme introdotte con legge ordinaria (penso, da ultimo, alla legge Pecorella sulla inappellabilità) sono state dichiarate incostituzionali dalla Consulta sulla base di quel criterio della “ragionevolezza” che noi purtroppo ben conosciamo e che Giuliano Vassalli non a caso ebbe a definire “una salsa buona per tutte le cucine”. Non esiste infatti criterio più politico del principio di cosiddetta “ragionevolezza”, strumento con il quale la Corte Costituzionale, oltre a bocciare decine di nostri referendum, è riuscita anche a stravolgere i capisaldi del nuovo processo accusatorio introdotto con il codice di procedura penale del 1988. Insomma, visti i precedenti era meglio essere previdenti.

Infine condivido la scelta operata dal Governo per un motivo direi più “politico”. Le riforme costituzionali hanno certamente un limite: il loro travaglio è lungo. Però ciò rappresenta anche la loro forza perché consente una riflessione serena, assicura il contributo di tutto il Parlamento e quasi sempre garantisce il coinvolgimento dell’opinione pubblica (mediante il referendum confermativo).

Fatta questa premessa, e prima di entrare nel merito delle proposte avanzate dal Governo, vorrei provare a rispondere perlomeno a due obiezioni che vengono rivolte a questo progetto di Riforma.
La critica principale, quella fatta propria dalla magistratura associata (e da larghi settori della politica), in parte ripresa anche da Gianfranco Spadaccia nel suo articolo, ossia quella relativa al fatto che il Pubblico Ministero - a causa di queste proposte di modifica – rischierebbe di doversi presentare un domani con il “cappello in mano” davanti ai poteri divenendo in qualche modo subordinato a questi, non ha alcun fondamento. Il testo approvato dal Consiglio dei Ministri, infatti, non pregiudica affatto l’indipendenza dei Pubblici Ministeri. Intanto la proposta di riforma costituzionale stabilisce espressamente che le norme dell’ordinamento giudiziario devono assicurare l’autonomia e l’indipendenza anche dei magistrati requirenti. Nel testo viene inoltre stabilito che i pubblici ministeri, al pari dei giudici, avranno il loro organo di auto-organizzazione, peraltro presieduto dal Capo dello Stato (a mo’ di ulteriore garanzia di indipendenza dei P.M. da ogni potere esterno). E comunque nel DDL di riforma costituzionale si esclude in modo categorico che provvedimenti incidenti sullo status dei pubblici ministeri possano essere adottati da organi politici. Insomma, né i giudici né, tanto meno, i pubblici ministeri, nel caso venissero approvate queste modifiche costituzionali, perderebbero la propria autonomia e indipendenza.

L’intenzione dei proponenti quindi non mi sembra quella di mettere in discussione il valore costituzionale dell’indipendenza dei magistrati (anzi, esalta quella interna, come spiegherò più avanti). Il problema semmai è discutere su come possa essere assicurata l’indipendenza del singolo magistrato garantendo, nel contempo, che il grande potere di cui godono oggi in Italia i componenti dell’ordine giudiziario non si trasformi in arbitrio. Ed è proprio a questa domanda che cerca di dare una risposta questo progetto di riforma costituzionale.
L’altra obiezione, quella che sta riscuotendo maggior successo in casa radicale, può essere riassunta nel modo seguente (semplificando): va bene, gran parte di queste riforme apparterranno pure al nostro DNA, però resta il fatto che il Governo non sta facendo nulla su carceri, amnistia, misure alternative alla detenzione, riforma dei codici e depenalizzazione; tutti punti che rappresentano altrettante colonne portanti del nostro programma sulla Giustizia. Confesso che faccio molta fatica a seguire un ragionamento di questo tipo. Per diversi motivi. Primo perché i nodi che affronta questo progetto di riforma costituzionale (e le soluzioni prospettate per scioglierli) rappresentano una priorità per il nostro sistema giudiziario (come cercherò di spiegare più avanti). Forse si sta sottovalutando il fatto che si tratta di questioni che nessun Governo, piaccia o no, ha mai avuto il coraggio di affrontare dal 1948 ad oggi. Che questo progetto di riforma rappresenti una priorità è dimostrato dalla stessa mozione sulla Giustizia presentata da Rita Bernardini; mozione nella quale si chiedeva all’Esecutivo di affrontare proprio i temi della separazione delle carriere, della responsabilità civile dei magistrati, della obbligatorietà dell’azione penale, della riforma del CSM e così via (in quella mozione non si parlava di carcere né tanto meno di amnistia). Ricordo che per mesi abbiamo criticato il Governo per non aver presentato dei progetti di legge su queste materie, sebbene quella mozione, poi approvata, lo impegnasse proprio in tal senso. Bene, ora che la maggioranza, contro ogni nostra più rosea previsione, decide finalmente di fare dei passi concreti nella direzione da noi auspicata (il che quantomeno andrebbe rivendicato come un nostro successo, come una vittoria dei nostri parlamentari che tutti i giorni dovrebbero andare in giro sbandierando ai quattro venti quella mozione), mi sembra francamente un tantino illogico e contraddittorio star qui a disquisire sul fatto che non si stia facendo nulla sulle misure alternative al carcere o sull’amnistia (quest’ultima peraltro materia di competenza non del Governo ma del Parlamento, vista la maggioranza qualificata richiesta per la sua approvazione). La battaglia (impellente, sacrosanta) per la riforma dell’ordinamento penitenziario e del codice penale, e quindi per un carcere più “umano”, la abbiamo fatta, la stiamo facendo e la continueremo a fare in ogni sede, ma mi sembra profondamente sbagliato usarla come argomento critico nei confronti di queste altre riforme che il Governo dice di voler portare avanti. Così si rischia di non ottenere né le une e né le altre. Eviterei il rischio di cadere nel “benaltrismo”, malattia in base alla quale, qualunque cosa faccia il Governo, ben altre sarebbero le priorità.

E comunque proviamo solo per un attimo a fare l’esempio contrario e chiediamoci: ma se al posto di questo DDL di riforma costituzionale il Ministro Alfano avesse presentato la riforma del codice penale nel senso da noi auspicato, se avesse proposto una seria depenalizzazione, se avesse parlato di amnistia, se avesse deciso di rafforzare le misure alternative alla detenzione, noi cosa avremmo fatto? Saremmo stati lì a dire che non si stava facendo nulla sugli altri punti qualificanti del nostro programma sulla Giustizia ovvero sulla separazione delle carriere, sull’obbligatorietà dell’azione penale e sulla responsabilità civile dei magistrati, o non avremmo piuttosto accolto quelle proposte di riforma sul carcere con viva soddisfazione? O forse il problema è che per alcuni compagni la separazione delle carriere, la riforma del CSM, l’obbligatorietà dell’azione penale, la responsabilità civile dei magistrati, non rappresentano più una priorità per il nostro movimento? Il che sarebbe legittimo, ci mancherebbe. Ma allora lo si dica chiaramente e si apra un dibattito su questo.

Sappiamo benissimo che le proposte di questa maggioranza non coincidono al mille per mille con le nostre, e sappiamo altrettanto bene che il nostro programma sulla giustizia comprende anche tante altre cose (e che quindi non si esaurisce certo con il testo approvato in Consiglio dei Ministri); però il fatto che una parte rilevante e fondamentale dei nostri progetti di riforma venga fatta propria dai nostri avversari politici è sicuramente un dato positivo, che per quanto mi riguarda mi sento di registrare con soddisfazione.

E vengo al punto. Questo non è un progetto di Riforma per la Casta, per garantire l’impunità ai colletti bianchi, ai ricchi, ai potenti. Ad una prima valutazione, infatti, non si può certo dire che questo testo non esprima una cultura liberale e democratica (perdonatemi, stavo per dire “radicale”) nel governo della Giustizia. Esprime cioè una visione che parte da un presupposto semplicissimo ossia che un indagato è un indagato e non un colpevole e che pertanto al medesimo debbono essere assicurate le guarentigie che tutte le democrazie occidentali assicurano ai propri cittadini sottoposti a processo. Può darsi abbia ragione Spadaccia quando scrive che “l’unico garantismo che sta a cuore a questa maggioranza è quello che salvaguarda gli uomini delle caste, i ricchi, i potenti, i colletti bianchi”. Una cosa però è altrettanto certa: la effettiva e radicale separazione tra chi accusa e chi giudica, così come, per altro verso, la responsabilità civile dei magistrati, l’inappellabilità delle sentenze di proscioglimento e la riforma dell’obbligatorietà dell’azione penale, sono tutte misure che servono a tutelare, salvaguardare e garantire ogni singolo cittadino di questo Paese sottoposto a indagine o a processo. Anche il cittadino senza fissa dimora, anche l’extracomunitario, anche il tossicodipendente.

Separazione delle carriere tra magistratura inquirente e giudicante vuol dire rito accusatorio, giusto processo e, quindi, parità delle parti (accusa e difesa) di fronte ad un Giudice terzo ed imparziale. Significa che il processo non deve più essere visto come uno strumento di difesa sociale (come avviene negli Stati etici), ma piuttosto come strumento dialettico e laico di accertamento delle responsabilità. La separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici (che è un po’ l’asse portante dell’intero progetto di riforma costituzionale) raccorda l’operare del giudice alla legge e lo rende insensibile alle pressioni e alle interferenze esterne (della politica o delle altre parti processuali), il che serve a riaffermare pienamente la giurisdizione come ufficio di garanzia.

L’urgenza di una riforma di questo tipo si giustifica anche alla stregua di ulteriori considerazioni: 1) oggi il Pubblico Ministero ha una grande discrezionalità nello scegliere non solo se iniziare o meno le indagini (quali reati perseguire e chi perseguire), ma anche nell’individuare quali mezzi di indagine impiegare e quale pubblicità e risonanza dare alla sua attività sui mezzi di comunicazione. Di qui la necessità di dividere i pubblici ministeri dai giudici in modo da costringere i primi a confrontare la loro ipotesi accusatoria non con dei colleghi ma con degli appartenenti ad un altro potere; 2) oggi Giudici e P.M. appartengono alla medesima corporazione e, quindi, alle stesse correnti associative dalle cui decisioni dipende gran parte della loro carriera. Tra loro quindi si creano rapporti talmente stretti da intaccare la effettiva terzietà del giudice rispetto alle parti del processo; 3) se P.M. e Giudice appartengono allo stesso ordine giudiziario, se nel comune sentire sono entrambi “giudici”, allora lo stesso avvio dell’azione penale da parte di chi è assimilato al Giudice che applica la legge viene naturalmente considerato dall’opinione pubblica al pari di una anticipazione di condanna.

Le altre modifiche che, se approvate, andranno sicuramente a vantaggio di ogni singolo cittadino (italiano, straniero, ricco o povero che sia) sono quelle relative alla responsabilità civile dei magistrati, al divieto di appellare le sentenze di proscioglimento e alla riforma dell’obbligatorietà dell’azione penale.

Per quanto riguarda la responsabilità civile dei magistrati c’è poco da dire. Su questo il progetto di riforma costituzionale dà piena e completa attuazione (finalmente) al referendum radicale del 1988, atteso che lo stesso prevede che il magistrato, come qualsiasi altro funzionario e dipendente dello Stato, sia direttamente responsabile degli atti compiuti in violazione dei diritti dei cittadini. Oggi per gli errori commessi dal magistrato nell’esercizio delle sue funzioni paga lo Stato, cioè la collettività, cioè il cittadino, cioè il contribuente (in pratica i giudici non incorrono mai nella sanzione civile). Autonomia e/o indipendenza della magistratura non può voler dire che nei confronti del magistrato debba rimanere in piedi uno status di assoluta irresponsabilità e di guarentigie tale da metterlo al riparo da qualsiasi errore, con buona pace del cittadino danneggiato.

Anche l’inappellabilità delle sentenze di proscioglimento è una riforma sacrosanta, che tutela prima di tutto il singolo cittadino/imputato e non certo la casta. Nel nostro ordinamento c’è (se c’è ancora) il celebratissimo principio di non colpevolezza; ci hanno insegnato che il dubbio giova al reo; nelle sentenze delle sezioni unite leggiamo che la colpevolezza deve essere dimostrata al di là di ogni ragionevole dubbio. Poi capita (appena ieri, a Roma) che un povero cristo assolto in primo grado, assolto anche in appello, veda annullata la sentenza in Cassazione e finisca condannato nel giudizio di rinvio. Quante volte deve essere assolto un cittadino, in questo nostro “stato di diritto”, perché possa dirsi affermato il ragionevole dubbio sulla sua colpevolezza? Come è possibile mantenere fede al principio di non colpevolezza (il dubbio giova al reo), quando – pur essendo rimasta ormai “incartata”, in una sentenza, l’innocenza (o la non colpevolezza) di un imputato – si ammette che altri che la pensa diversamente possa dire “ed invece io ti condanno” ? A meno che quella sentenza d’assoluzione sia abnorme, costituirà, se non prova dell’innocenza o mancanza della prova di colpevolezza, almeno prova certa dell’esistenza del dubbio. Dopo qualche anno di professione debbo riconoscere che la cicatrice peggiore, quella che non rimargina mai, è costituita proprio dalla condanna dell’assolto. A me è sempre parsa un’ignominia. Dietro lo scranno di non mi ricordo più quale corte d’assise, invece, è inciso un latinetto che recita più o meno così: “L’assoluzione del reo è la vergogna della Giustizia”. Questione di punti di vista, evidentemente, ma quel Tribunale – significherà qualcosa? – mi dissero che era stato costruito durante il ventennio.

Checché ne pensino alcuni, anche la stessa modifica del principio della obbligatorietà dell’azione penale è una riforma che interessa e avvantaggia tutti i cittadini. Come sappiamo bene, infatti, quello della obbligatorietà è un principio di grande rilievo, ma di difficile applicazione. Spesso nelle maglie di questa pseudo obbligatorietà si insinua una discrezionalità dei pubblici ministeri (i quali decidono se, quando, come e chi indagare) che deve necessariamente essere controllata. La svolta contenuta in questo progetto di riforma consiste proprio in questo: l’obbligatorietà non viene cancellata del tutto come principio, ma si va verso forme di discrezionalità controllata che volta a volta dovranno essere definite mediante i cosiddetti “criteri di priorità” (con i quali, in poche parole, si stabilisce prima, diciamo in tempi non sospetti, quali reati debbono avere la precedenza).

Ebbene, i criteri di priorità hanno il pregio di rendere sostanzialmente uguali tutti i cittadini di fronte alla legge, perché tutti noi a quel punto sapremmo quali sono le scelte di priorità nell’avvio dell’azione penale (o nel corso delle indagini), il che escluderebbe l’esercizio di un qualsiasi potere discrezionale incontrollato ed irresponsabile del PM in tal senso. Quindi sul fatto che l’art. 112 della Costituzione vada riformulato secondo una logica di criteri di priorità penso si sia tutti d’accordo. Il problema è che l’attuale progetto di riforma su questo aspetto non si spinge molto oltre in quanto – a differenza di ciò che prevedeva la Bozza Boato – non stabilisce chi sia il soggetto che deve proporre questi criteri, quale debba essere l’organo chiamato ad approvarli e a quali sanzioni debba andare incontro il P.M. nel caso non li rispetti. In pratica tutto viene rimandato ad una legge attuativa. Mi sembra comunque degno di nota già il solo fatto di scrivere in Costituzione che l’azione penale possa essere esercitata secondo criteri di priorità non più rimessi all’arbitrio del singolo magistrato.

Un ulteriore aspetto contenuto in questo progetto di riforma che giudico estremamente positivo è quello relativo al meccanismo di elezione delle componenti togate presenti nei due Consigli Superiori della Magistratura (quello dei requirenti e quello dei giudicanti). Si stabilisce infatti che l’elezione dei magistrati che andranno a comporre questi organi avvenga previo sorteggio degli “eleggibili”. Ebbene ritengo che questa modifica, se approvata, riuscirebbe finalmente a sconfiggere il deprecabile fenomeno della “correntocrazia” che tanti guasti ha provocato e continua a provocare all’interno del “governo” della magistratura (non a caso questa è una di quelle parti del DDL che i magistrati, con i testa l’ANM, temono di più). Non a caso, come radicali, abbiamo sempre denunciato il deprecabile fenomeno della organizzazione della magistratura in gruppi sindacali da cui dipendono in larga misura le chance di carriera del singolo magistrato. Da questo punto di vista se non si recidono i legami tra le correnti organizzate della magistratura e i percorsi esistenziali e di carriera dei singoli magistrati, i pubblici ministeri e i giudici non saranno mai “liberi”. Oggi un magistrato che in buona coscienza aspira a far carriera (ad essere eletto nel CSM o a ricoprire incarichi direttivi) è costretto ad intrupparsi dentro le associazioni e le correnti di categoria. Se gli eleggibili non vengono più scelti dalle correnti dell’ANM ma dal sorteggio (il sorteggio non riguarda gli eletti; si sorteggia semplicemente il panel dei soggetti all’interno dei quali i magistrati potranno scegliere, poi i magistrati votano e scelgono) allora tutti i pubblici ministeri e tutti i giudici saranno liberi di aspirare a quei posti senza prima essere costretti a fare la gavetta dentro questo o quella corrente. Come è facilmente intuibile, questo meccanismo non rappresenta un beneficio per il Parlamento o per il Governo, né per questo o quel gruppo di potere: questo è un meccanismo che tutela pienamente il valore dell’indipendenza interna del singolo magistrato (P.M. o giudice che sia).

Questo progetto di riforma ovviamente presenta anche alcuni aspetti che ritengo debbano essere in parte rivisti e/o modificati. E ci sono moltissimi altri passaggi sui quali sarebbe utile avviare un confronto innanzitutto tra di noi (spero non manchi occasione anche qui, su Notizie Radicali). Per quanto mi riguarda continuo a ritenere assolutamente positivo già il solo fatto di trovarsi non di fronte all’ennesimo annuncio, come spesso accaduto in passato, ma ad un testo di legge sul quale poter cominciare a ragionare e confrontarsi. Un provvedimento la cui ratio ispiratrice non ci è affatto estranea, tutt’altro, visto che riprende la gran parte dei punti contenuti nella nostra mozione sulla Giustizia. Poi, certo, già dal giorno dopo, faremo bene a non esimerci dall’alzare l’asticella verso l’alto e quindi: a) a misurare la coerenza politica dei proponenti, se del caso accusandoli di aver presentato una proposta senza che la stessa fosse politicamente supportata dalla voglia di portarla a termine; b) a condurre una dura battaglia in Parlamento, contro le spinte controriformiste di destra e di sinistra, affinché questo DDL di riforma costituzionale, da cavallo di razza, non si trasformi in un ippopotamo. E’ facile infatti prevedere che intorno a questa proposta nei prossimi mesi si scontreranno coloro che si battono ossessivamente a favore dello status quo e coloro che invece pensano che questo Paese abbia bisogno di un sistema giudiziario migliore e più moderno. Immaginare da che parte staranno i radicali non è certo difficile.

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