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giovedì 24 febbraio 2011

Libia: l’incubo di un ricercatore italiano finito nelle carceri di Gheddafi senza accuse precise

www.blitzquotidiano.it, 24 febbraio 2011

In prigione in Libia senza una vera accusa: è quello che è capitato a un ricercatore italiano della University of London, raccontato dal Fatto Quotidiano. “Quando passi tre settimane in carcere in Libia ti vengono in mente molte cose. Guardi le foto di Berlusconi che bacia Gheddafi a Tripoli e ti chiedi se sei tu a dover essere sacrificato sull’altare degli interessi economici. Pensi agli accordi Italia-Libia e vedi che parlano di diritti umani che poi a te sono sistematicamente negati”.
L’uomo, che chiede di mantenere l’anonimato, è stato arrestato a Tripoli il 4 dicembre scorso. È potuto tornare in Italia la vigilia di Natale dopo aver passato venti giorni nelle prigioni di libiche “senza processo o capo di accusa. Ma soprattutto senza che nessuno del Consolato o dell’Ambasciata italiana si facesse vivo. La sua colpa, scrive il Fatto, “aver incontrato persone non gradite al regime: due ragazzi della minoranza berbera, arrestati anche loro dai servizi libici il 16 dicembre e, secondo le denunce di Amnesty International, torturati in carcere. I fratelli Mazigh e Maghris Bouzahar sono stati rilasciati domenica”.
Il ricercatore era finito in Libia per studiare un dialetto berbero in via do estinzione parlato nella piccola comunità di Augila. Qui incontra uno dei due gemelli Bouzahar, attivisti dediti alla promozione della cultura berbera e membri del World Amazigh Congress.
Torna a Tripoli il 4 dicembre, viene fermato in aeroporto. Viene riportato in albergo, e qui, nel suo portatile, gli trovano i documenti sulla lingua berbera. Tutto quello che riesce a fare l’italiano è avvisare il consolato, che promette di informarsi. Ma poi lo studioso non riceve più alcuna notizia, escluso da ogni comunicazione con il mondo esterno per venti giorni.
“Per ore e ore mi hanno chiesto di spiegargli giorno per giorno dove ero stato, chi avevo incontrato e cosa avevo fatto”, racconta al Fatto. Ore di interrogatorio, la firma dei verbali in arabo senza traduzione. In carcere l’uomo raccoglie le testimonianze di chi ha subito torture e botte dalle forze di sicurezza.
Dopo cinque giorni l’uomo viene trasferito in isolamento. Alla fine qualcuno inizia a credere al fatto che quest’uomo fosse solo un ricercatore con un progetto accademico e scientifico. Il 22 dicembre viene portato in un albergo. Alla fine una commissione accademica libica vaglia il suo racconto, e lui può finalmente tornare in Italia.
Rimangono alcuni interrogativi, sottolinea il Fatto: “come mai in quei venti giorni nessuna autorità italiana è riuscita a mettersi in contatto con un cittadino italiano detenuto senza capi d’accusa in un carcere libico? Cosa ne è dei decantati rapporti privilegiati? E se è vero che il Consolato ha chiesto a più riprese informazioni a Tripoli perché non gli sono state date e quali passi formali sono stati fatti per averle? E perché è stato chiesto all’uomo di mantenere il riserbo sulla sua vicenda?”
“Per due mesi, racconta il ricercatore, un po’ egoisticamente, ho pensato fosse giusto non disturbare il manovratore e che forse non ne avrebbero giovato nemmeno i miei progetti di ricerca. Poi sono arrivate le manifestazioni e i morti. Il silenzio cominciava a pesare. E quando anche i miei amici libici sono stati liberati, è arrivato il momento di raccontare”.

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