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giovedì 24 febbraio 2011

Giustizia: la custodia cautelare dovrebbe essere una misura eccezionale, non ordinaria

di Michela Evangelisti

Il Giornale, 23 febbraio 2011

Misure che non dovrebbero essere ordinarie, ma applicate soltanto in presenza di presupposti di assoluta necessità. Sul controverso tema della custodia cautelare la parola a Gaetano Pecorella. Si parte da misure interdittive, quali il divieto di svolgere determinate attività, di stare in un certo luogo o di avvicinarsi ad alcune persone, per arrivare agli arresti domiciliari e al carcere. Le misure di custodia cautelare, oggetto di polemiche e riflessioni mai sopite, hanno come presupposto gravi indizi di colpevolezza. Ma i requisiti non possono fermarsi qui, perché, come spiega l’avvocato Gaetano Pecorella, “trattandosi di una misura che si applica nonostante il principio di presunzione di innocenza, deve obbedire a ragioni processuali, ovvero servire per impedire l’inquinamento delle prove, la fuga e, infine, la reiterazione del reato”. Punto, quest’ultimo, di per sé contraddittorio e in aperto contrasto con il principio di presunzione di innocenza. “Se da un lato si afferma che il reato va accertato, dire che si applica una misura cautelare per impedire la reiterazione del reato significa presupporre che il reato sia stato già accertato - illustra l’avvocato. Tra l’altro è la più diffusa ragione di applicazione delle norme cautelari, perché le ragioni di non inquinamento della prova hanno una durata determinata nel tempo, considerato che la prova è destinata a essere svelata, e per quanto riguarda il pericolo di fuga il più delle volte sono sufficienti misure come gli arresti domiciliari o strumenti di controllo a distanza”. Ritiene dunque che la norma relativa alla custodia cautelare sia valida e applicabile con efficacia o che andrebbe rivista? “Credo che tutto il sistema andrebbe radicalmente modificato. Il pubblico ministero raccoglie gli indizi e formula una richiesta di misura cautelare, spesso molto estesa e contenente numerosissime intercettazioni ed elementi di prova. Il gip si trova nella difficoltà obiettiva di potere valutare e approfondire tutti questi elementi, disponendo di tempi molto stretti, e finisce per affidarsi in gran parte alle valutazioni del pubblico ministero, al punto che non è raro trovare ordinanze di custodia cautelare che ricalcano alla lettera la richiesta del pm. Il tribunale del riesame, sul quale si riversano una valanga di deposizioni e atti, deve muoversi in tempi molto ristretti, e finisce a sua volta per appiattirsi sulle decisioni dei gip. Purtroppo in Italia, come osservava a suo tempo Vassalli, il giorno della condanna è spesso il giorno della scarcerazione, perché si è scontata tutta la pena nel corso della misura cautelare”. Quale può essere il cambiamento radicale? “Si potrebbe prendere ad esempio il sistema francese, con il cosiddetto contraddittorio anticipato. Si applica una misura restrittiva provvisoria, che non comporta o non dovrebbe comportare la reclusione in carcere ma in istituti appositi, poi si instaura un vero contraddittorio davanti a un giudice o a un tribunale, al termine del quale il tribunale decide se applicare o meno una misura cautelare a carattere permanente. Il paradosso del nostro sistema è che l’articolo 111 prevede che ci debba essere, prima che una persona sia incarcerata per scontare la pena, un contraddittorio nella parità delle parti, ma almeno la metà dei detenuti italiani sono in attesa di giudizio senza aver avuto un vero contraddittorio, né davanti al gip né davanti al tribunale del riesame. Tutto si basa esclusivamente sulle prove che sono state raccolte dal pm; il cosiddetto diritto di habeas corpus da noi non esiste”. La carcerazione preventiva è una misura che dovrebbe essere disposta solo in casi eccezionali e per brevissimi periodi, mentre in Italia se ne fa un uso abnorme. Quali sono le cause di questo uso improprio della legge? La separazione delle carriere tra inquirenti e giudici potrebbe essere una soluzione per arrivare a un’applicazione corretta della legge sulla custodia cautelare? “La separazione delle carriere cambia il volto complessivo del sistema penale. Il pm nel tempo finirà per essere visto dal giudice come una parte, esattamente come il difensore. Oggi non è così, tanto che si usa dire che il giudice è prestato all’accusa. Perché si fa un uso così ampio della custodia cautelare? Non a caso è stata definita una dolce tortura, perché è uno strumento di pressione psicologica molto forte. In carcere si debilita la volontà di difesa: pur di uscire di galera l’imputato, per paura di essere soggetto a violenza o sottomissione, finisce per confessare o collaborare. La custodia cautelare qualche volta viene anche usata positivamente, per salvaguardare le prove o evitare il pericolo di fuga, ma soprattutto per certi reati dove non c’è violenza né pericolo dì fuga, come ad esempio i reati di corruzione, si potrebbero scegliere altre strade”. Una modifica del 2009 aveva nuovamente esteso a una serie numerosa di reati, fra cui quelli sessuali, la regola eccezionale per cui, in presenza di gravi indizi di colpevolezza, la magistratura deve comunque applicare la carcerazione preventiva. La Corte Costituzionale ha poi cancellato la norma che imponeva al pubblico ministero di applicare la custodia cautelare in prigione anche per coloro sospettati di reati di sfruttamento della prostituzione minorile. La decisione della consulta ha scatenato polemiche nel mondo delle associazioni, che hanno accusato la corte di giustificazionismo. Cosa ne pensa? “La corte costituzionale non ha motivi di essere giustifica-zionista: tende sempre e comunque, nonostante i suoi errori, a far rispettare la Costituzione, la quale dice chiaramente che la misura cautelare deve essere eccezionale, non ordinaria. La corte ha ragione quando afferma che, al di là di motivi “propagandistici” o di consenso elettorale, la misura va applicata quando vi siano i presupposti per la sua necessità”. Sono ormai decenni che la nostra politica risponde all’emergenza carceri o con atti di clemenza o con piani di edilizia carceraria, ma il problema è ad ora irrisolto. “Il nostro sistema carcerario è sicuramente medioevale: la pena dovrebbe tendere alla rieducazione del condannato, mentre nelle nostre carceri non è la norma che si lavori, che si studi, che si faccia sport. La reclusione dovrebbe essere un tratto della vita della persona perché poi torni nel mondo civile migliore e non peggiore; un sistema carcerario come il nostro diventa invece un luogo di violenza e di abbandono o addirittura una scuola di delinquenza, nella quale si stabiliscono contatti tra persone che hanno commesso reati modesti e persone di spessore criminale”. Quali strade a suo parere sarebbero percorribili? “Innanzitutto il carcere dovrebbe essere pensato come estrema ratio, da applicare solo quando non c’è nessun altro mezzo più efficace. In secondo luogo bisognerebbe ripensare tutto il sistema carcerario distinguendo, come nell’inferno, i gironi: dal carcere semiaperto o aperto per i reati minori al carcere sempre più restrittivo. Inoltre sarebbe molto utile introdurre una misura che funziona benissimo nei Paesi anglosassoni, cioè quella della cauzione: se ti faccio versare una certa somma anche rilevante, a seconda delle condizioni economiche, e tu fuggi quella somma la perdi. Un provvedimento conveniente anche per pagare le spese di giustizia e risarcire le vittime alla fine del processo. Si potrebbero valutare pene alternative, come il lavoro obbligatorio nell’assistenza agli anziani o ai malati, e aumentare le misure patrimoniali, soprattutto per certi reati economici. Infine il carcere andrebbe concepito come luogo di educazione e che non recida i legami familiari e sociali: un capitolo importante è anche quello della sessualità in carcere, un diritto che credo dovrebbe essere garantito per lo meno ai soggetti in attesa di giudizio”.

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