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domenica 5 dicembre 2010

Venezia: cade dal terzo piano del letto a castello, detenuto rischia di morire e sporge denuncia

La Nuova di Venezia, 5 dicembre 2010

In carcere si muore (lo scorso anno i suicidi a Santa Maria Maggiore sono stati ben tre), in carcere si soffre. In quello veneziano potrebbero starci in 160, sono invece più del doppio, 340-350. Nelle celle ci sono letti a castello (senza sponda) a tre piani e nelle settimane scorse un detenuto algerino di 37 anni è caduto da oltre due metri: è stato ricoverato all’ospedale.
Ora, ha presentato una querela per lesioni colpose in Procura contro la direzione del carcere e contro chi sarà ritenuto responsabile delle condizioni in cui sono costretti a vivere a Santa Maria Maggiore. Un documento di protesta che ha raccolto 70 firme di detenuti è stato consegnato all’avvocato Marco Zanchi, il quale da tempo si interessa delle condizioni di vita nelle celle. Scrivono che a Santa Maria Maggiore, oltre al sovraffollamento che esiste nella maggior parte dei penitenziari, mancano luoghi adatti per l’attività rieducativa, non c’è un infermeria per trattenere detenuti malati, i tossicodipendenti e i sieropositivi non sono separati dagli altri. Anche gli agenti sono sotto organico e sono sottoposti a turni massacranti. In celle che possono ospitare 4 persone si ritrovano in otto e rimangono distesi nelle brande anche 20 ore al giorno perché le celle vengono aperte solo per 4 ore e all’interno non c’è spazio per muoversi.
“Manca lo spazio, manca l’aria, mancano gli affetti, manca la speranza, manca il lavoro, manca (spesso) l’acqua calda, manca l’igiene, manca la possibilità di essere tempestivamente e adeguatamente curati quando si sta male, mancano agenti penitenziari e i pochi presenti sono spesso stressati, manca la libertà di denunciare tutto questo per timore di punizioni e ritorsioni”. A scriverlo è l’avvocato Zanchi in una lettera al presidente del Tribunale di sorveglianza Giovanni Pavarin. “Questo carcere - sostiene il legale - non può essere in grado di rieducare alcuno, ma addirittura desocializza con certezza e rende il detenuto peggiore e più pericoloso”.
L’avvocato chiede ai magistrati di concedere più misure alternative al carcere, più sospensioni della pena e più detenzioni domiciliari. In una delle lettere firmate dai detenuti, uno di loro (un trevigiano) rivela di essere stato in cella con “Brunetto” Vidali quando era a Santa Maria Maggiore e di avergli salvato la vita strappandogli dalla testa il sacchetto che si era infilato assieme ad una bombola di gas. Suicidio poi riuscitogli nel carcere di Tolmezzo con lo stesso sistema.

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