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venerdì 10 dicembre 2010

Giustizia: parla Fikri; le mie ore in cella da innocente, adesso l’Italia mi ridia l’onore

di Alessio Ribaudo

Corriere della Sera, 10 dicembre 2010

“Mi chiamo Mohammed Fikri, sono un ragazzo di 23 anni che vive e lavora onestamente, in Italia, da tempo. Con la scomparsa di Yara Gambirasio non c’entravo proprio nulla. Ho vissuto un incubo. Spero tanto che la ritrovino immediatamente. Sana e salva”.
Inizia così il racconto del ragazzo marocchino, residente in Veneto, che è stato scarcerato il 7 dicembre. Dopo l’uscita dalla casa circondariale nessuno sa dove va. Molti pensano nel Trevigiano, a casa di parenti. Ma nessuno lo vede. Poi, è lui a decidere di parlare. Il messaggio arriva tramite i suoi familiari. “Concederà l’intervista ma a patto di non chiedere in quale città si andrà”. Si parte. Imboccata l’autostrada, si percorrono centinaia di chilometri. A tarda sera, viene chiesto di uscire ad un casello vicino. Pbchi chilometri ed ecco Mohammed. Siamo vicini al mare. Lui è in strada accompagnato da alcune persone. Il volto è scarno, pallido e anche il fisico è molto asciutto. Parla e per la prima volta si fa fotografare.
“Quando ti accade una cosa del genere è difficile anche solo mangiare o prendere sonno perché, purtroppo, ti cambia la vita”, n ragazzo è teso. Fissa, dritto negli occhi, il suo interlocutore. Poi si apre. “Se non ho parlato sino ad ora l’ho fatto perché ero molto provato da questa brutta esperienza. Non c’era nessun altro motivo in questa mia decisione”. Per questo motivo, ha scelto lui il luogo e l’ora dove incontrarsi. “Cercate di capirmi, credo che sia umano dopo tutto quello che mi è successo”. Durante l’incontro controlla sempre l’esattezza delle sue parole fissarsi nel bloc notes. Anche i parenti, comunque, gli stanno accanto. Vigilano sulle sue parole. È una famiglia numerosa e molto unita. Ognuno cerca di fare qualcosa per aiutarlo. Ad esempio, era stato il cugino Abderrazaq il primo a capire che forse le sue parole, nell’intercettazione che sembrava inchiodarlo, potevano essere state, invece, fraintese.
Che cos’è successo il 4 dicembre scorso?
“Mi ero imbarcato sul traghetto che mi avrebbe finalmente riportato in Marocco. A casa. Come avevo concordato con il mio datore di lavoro stavo ritornando dalla mia famiglia per un periodo di riposo”.
Sulla data della sua partenza si erano creati equivoci?
“Non c’era nessun equivoco per me. Inizialmente dovevo andare via il 20 dicembre ma poi, visto che con il maltempo il nostro lavoro si ferma, avevo deciso di chiedere l’aspettativa e imbarcarmi il 4 dicembre”. Una visita alla famiglia, la voglia di chiacchierare con gli amici d’infanzia e magari raccontare di come si era integrato bene in Italia. Perché Mohammed, in fin dei conti, con impegno e fatica aveva conquistato ciò che, magari, molti suoi coetanei italiani non hanno saputo fare: un posto, forse l’amore e soprattutto il rispetto e la stima del suo “principale”. Come lui stesso ha raccontato nei giorni scorsi. Il ritratto di Mohammed è quello di “uno preciso e con tanta voglia di imparare”. Una vacanza, al caldo, sarebbe stata ideale dopo mesi trascorsi a lavorare su e giù lungo tutto il Nord Italia.
Torniamo a quella partenza.
“Ero molto felice dopo essermi imbarcato a Genova. Sapevo che avrei rivisto la mia famiglia alla quale sono molto legato. Ero andato a cena e stavo parlando con dei miei connazionali. Tutto tranquillo. Poi, all’improvviso, si sono avvicinati due ufficiali della nave e mi hanno chiesto i documenti. Glieli ho dati senza batter ciglio. Mi hanno chiesto di seguirli nella cabina di comando. Ho trovato dei militari italiani che mi hanno fatto delle domande. Non avevo mai sentito neanche il nome di Yara. Poi mi hanno pure mostrato la foto. Niente. Non l’avevo mai vista. Mi hanno detto che avrei dovuto seguirli. Siamo rientrati in porto. Mi sono ritrovato in cella, a Bergamo, e da quel momento è iniziato il mio incubo. Mi è crollato il mondo addosso. Sono passato dalla gioia di pensare a riabbracciare i miei genitori alla paura delle ore trascorse da solo in una cella”.
A Bergamo, in carcere, cosa le è passato per la testa?
“Milioni di cose. Ma volevo dimostrare subito la verità e cioè che io non c’entravo nulla. Più passava il tempo e più volevo urlarlo al mondo. Ad un certo punto, però, ho avuto anche paura di non essere creduto. L’idea di trascorrere tanti anni da innocente in cella mi toglieva il respiro. Ho pensato al peggio. Ho sperato anche che la notizia non fosse arrivata ai miei genitori”.
Come li ha convinti a liberarla?
“Con la forza della verità. Ho risposto a tutte le domande. Mi dovevano credere. Poi meno male che hanno riascoltato la telefonata ed hanno capito bene le parole che avevo pronunciato nel mio dialetto”. Man mano che procede con il racconto i tratti del viso si rilassano. La maschera di tensione si allenta.
Serba rancore nei confronti di qualcuno?
“No. Io sono musulmano e la mia religione m’impone di chiedere perdono anche per chi ha sbagliato. Io ho già perdonato”.
Cosa la conforta oggi?
“I miei familiari. Non so davvero come ringraziarli per l’aiuto che mi hanno dato. Poi Roberto, il mio “principale” che ha fatto tanto per me in questi anni. Presto voglio tornare a lavorare e magari il tempo mi aiuterà a superare questi brutti giorni”.
Se potesse esprimere un desiderio, cosa vorrebbe ora?
“Vorrei che l’Italia mi restituisse la dignità”.

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