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venerdì 10 dicembre 2010

Giustizia: la strana caccia al “nero” assassino

di Valter Vecellio

L’Opinione, 10 dicembre 2010

Hanno retto poche ore, le accuse contro Mohammed Firki, il giovane marocchino accusato del sequestro e dell’omicidio di Yara Gambirasio, la ragazza d Brembate di Sopra scomparsa il 26 novembre scorso. Gli indizi che avevano portato al suo fermo, mentre era a bordo di una nave diretta in Marocco, a meno di 48 ore di distanza non bastano e ora le indagini ripartono da zero.
La frase “Allah mi perdoni, non l’ho uccisa io”, finita nel faldone dell’accusa è stata mal tradotta, ha spiegato il marocchino davanti al giudice per le indagini preliminari. Si tratta, sottolinea l’accusato, di un imprecazione. Inoltre, non ha tentato la fuga quel biglietto per il Marocco era stato acquistato da tempo. Così l’impianto accusatorio è crollato, ed è stato lo stesso Pubblico Ministero Letizia Ruggeri, durante l’interrogatorio di garanzia, a chiedere la convalida del fermo, ma allo stesso tempo a chiedere che il 22enne lasci il carcere.
Capita di prendere abbagli; il problema è quando a questi abbagli non si pone rimedio e ci si accanisce; e capita, purtroppo, che a sbagliare siano anche gli investigatori. Quello che non dovrebbe capitare è che qualche compiacente “gola profonda” si incarichi di raccontare ai giornalisti la frase che, estrapolata dal suo contesto, e per di più tradotta male, costituiva un inequivocabile atto d’accusa nei confronti di Mohammed Firki.
Ma al ministero della Giustizia non, credono che sarebbe il caso di attivarsi per capire di chi sia la responsabilità per quanto accaduto? In questi giorni si è detto e scritto di tutto, e non è da credere che tutto sia solo frutto di giornalisti privi di scrupoli che in qualche modo dovevano riempire la pagina bianca e corrispondere alle sollecitazioni di direttori e capiredattori “affamati” di notizie su questa vicenda. L’agenzia “Adnkronos” si è divertita a riassumere le “farfalle” cui si è dato corpo in questi giorni: è stato il marocchino, insieme a un complice italiano; no gli italiani sono due, no anzi c’è un intero branco di molestatori su un furgone bianco; anzi no su un’auto rossa ammaccata...
Non è la prima volta che accade, e non sarà neppure l’ultima, purtroppo. L’esperienza non insegna nulla, ogni volta è lo stesso copione. Nulla ha insegnato il caso della strage di Erba: ricordate, anche allora venne indicato in un nordafricano il responsabile del “fattaccio”. Abbiamo poi visto che la strage era stata commessa da una coppia italianissima.
Per fortuna - anche se molti in cuor loro lo desideravano - ci è stata risparmiata la campagna razzista e xenofoba; anzi, proprio da coloro che ci si aspettava che non avrebbero perso l’occasione per cavalcare la vicenda - i leghisti - sono giunte parole caute e inviti alla prudenza: dal sindaco di Brembate al presidente della provincia di Bergamo. È l’unico motivo di consolazione in una vicenda che lascia amaro in bocca e che a volerla qualificare si rischia di scivolare nel turpiloquio.

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