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venerdì 17 dicembre 2010

Caso Scardella. Nuova interrogazione dei Radicali 24 anni dopo



Interrogazione a risposta scritta 4-09972

presentata da RITA BERNARDINI lunedì 13 dicembre 2010, seduta n.407


Al Ministro della giustizia.

- Per sapere - premesso che:

l'associazione radicale Il detenuto ignoto, ha di recente ripubblicato nel suo sito internet un'intervista apparsa sull'Unione Sarda del 18 giugno 1998 alla dottoressa Carmen Pugliese, giudice istruttore all'epoca dello svolgimento della drammatica vicenda riguardante Aldo Scardella giovane suicidatosi il 2 luglio 1986 nel carcere Buoncammino di Cagliari, dopo 185 giorni di detenzione cautelare a seguito di un'ingiusta accusa di omicidio per la quale non fu mai interrogato, delitto per il quale nel 1996 si indagarono i reali colpevoli, condannati definitivamente nel 2002;

nell'intervista, realizzata da Giorgio Pisano e intitolata «Il giudice Carmelina Pugliese: se parlo scoppia la guerra», era scritto: Certo che se lo ricorda: proprio per questo non ne vuole parlare. Aldo Scardella, quel povero ragazzo che ha aspettato sei mesi in isolamento a Buoncammino, torna e ritorna nella sua memoria come un fantasma ingombrante. E non solo perché si è impiccato in attesa di un interrogatorio che non arrivava. Altri impegni, altro codice penale. Altra vita quella che Carmen Pugliese conduceva allora a Cagliari nella veste di giudice istruttore. Quando se ne è andata, lasciandosi alle spalle un cadavere e un oceano di polemiche, sperava in qualche modo di chiudere, dimenticare. Anzi, come dice lei: «archiviare per sempre la fase Sardegna del mio lavoro». Nessuno poteva immaginare che dopo quella piccola tragedia privata un pentito assolvesse Scardella sparando i nomi dei veri assassini nella rapina al Bevimarket di via dei Donoratico. Boom: la notizia è finita sulle prime pagine di tutti i giornali italiani riaprendo ferite mai rimarginate. Carmen Pugliese, pubblico ministero a Bergamo, l'ha presa male, «innanzitutto perché alcuni quotidiani hanno mentito sostenendo addirittura che ero stata allontanata per questa storia». Il che non è vero? «no nel modo più assoluto. Ho fatto regolare richiesta di trasferimento ed eccomi qui a lavorare moltissimo e benissimo in un luogo eccezionale. Non ho altro da aggiungere». Riuscire ad intercettarla non è facile, portarla sull'argomento quasi impossibile. Giacca rossa e gonna nera, capelli corvini, tono da signora borghese molto impegnata, accetta un civile posto di blocco durante una pausa d'udienza in corte d'assise. Sorriso e grande cortesia. Dietro la maschera della buona educazione, affiora comunque il giudice descritto dagli avvocati di questo palazzo di giustizia: combattiva, molto determinata. Falco e colomba? «se andiamo per etichette, né l'uno né l'altro. È un magistrato che difende le sue convinzioni con fermezza, questo sì». Mentre riordina i fascicoli sparsi sul tavolino, capisce al volo perché L'Unione Sarda voglia parlarle. «Ma non ho niente da dire» dice senza spegnere il sorriso. Il caso Scardella. «Ancora? Vi prego. Per me è una storia chiusa. Finita. Beh, quello c'è morto». Lo so. Mi servirebbe un'intera giornata per affrontare questo argomento. Ma non ne ho alcuna intenzione e sa perché? conosco l'ambiente sardo: ricomincerebbero le polemiche, le guerre. «Non si può dire che le sia rimasta la Sardegna nel cuore». A Bergamo sto molto bene. Ho ottimi rapporti coi giornalisti e con gli avvocati «mentre a Cagliari da giudice istruttore ne avevo di buoni con qualche giornalista, decisamente pessimi col foro». Anche per questo è andata via. «Sono andata via, tre anni dopo la morte di Scardella, perché mi piaceva l'idea di cambiare aria». I penalisti sardi non hanno pianto. «Probabile. Neppure io». Ha saputo degli sviluppi dell'inchiesta? «Ho letto». Niente da dire? Se parlassi, presterei il fianco alla speculazione. Vuol dire che «poteva» succedere? Col vecchio codice «poteva» succedere, anche. Poteva succedere che un indiziato aspettasse sei mesi per essere interrogato? Se rispondessi come dovrei a questa domanda scoppierebbe il finimondo. Mi creda, meglio star zitti. Dunque silenzio, nessuno paga. «Le ho detto che per chiarire questa vicenda, dovrei riferire dei rapporti con alcune persone dell'ambiente di lavoro e altro. Dovrei dire come andavano le cose allora al palazzo di giustizia di Cagliari. Esattamente quello che voglio evitare». Le sembra giusto il silenzio? Non so se sia giusto. So che non intendo fare il minimo accenno. Ne ho davvero, ma davvero, le tasche piene. Vabbè, passiamo al privato. «Al privato di Carmen Pugliese?». Sotto la toga, c'è un giudice no? Cosa ha provato. Ma lei cosa ha provato? «Io, io... chiedo scusa ma non ne voglio proprio parlare». Ha avuto un pensiero privato, un rimorso? «Ho detto che non voglio parlarne». Ha pensato di scrivere un biglietto ai familiari? La domanda resta appesa ad uno sguardo che si fa improvvisamente serio. La disponibilità di Carmen Pugliese è entrata in riserva: l'idea che la mancanza di un suo commento lasci la cronaca in qualche modo incompleta non sposta il dialogo di un millimetro. «La pregherei di essere corretto. Il suo giornale finora lo è stato. Scriva che non intendo rilasciare dichiarazioni di alcun genere». Saluta e fa per andarsene, tre chili di fascicoli sottobraccio. Uno due passi. Si ferma, si volta e torna il miglior sorriso: «Posso chiedere un favore? Mi saluti la Sardegna buona». Dev'essere una fettina sottile sottile questa Sardegna buona: i dieci anni (1979-1989) trascorsi all'ufficio istruzione di Cagliari non sono stati allegri. Ce l'ha scritto in faccia. «Un capitolo finito», ha detto. A Bergamo le cose vanno invece diversamente. L'avvocato Roberto Mari (l'unico a uscire volentieri dall'anonimato), confessa che «agli inizi, quand'è arrivata, eravamo abbastanza preoccupati. Era seguita da una fama tempestosa, personaggio durissimo». Il cambio di sede le ha giovato «grande lavoratrice, ottimi rapporti con i penalisti, magistrato sensibile e corretto». Pecche non riesce a trovarne neanche radio sussurro, che trasmette dal bar di piazza Dante il ritratto di «un PM fiero e sensibile, laboriosamente impegnato soprattutto su reati di violenza sessuale e droga». Il resto è silenzio, il passato non merita neppure una parola di scuse, una lapide in memoria. È morto e sepolto: come Aldo Scardella;

recentemente, il fratello di Aldo, Cristiano, ha pubblicato un articolo sul quotidiano online Notizie Radicali nel quale, fra l'altro, si legge: «Il caso di Aldo è stato aperto tante volte, la maggior parte su mia iniziativa; l'ultima istanza da me fatta è stata perché ipotizzavo il delitto volontario, aggravato ai danni di Aldo e sottolineavo anche che nel referto autoptico i medici facevano figurare quantità e dosaggi di una terapia metadonica inesistente. Il caso è stato chiuso ma l'anno scorso ho ripresentato, tramite un'avvocatessa di Foggia, Rosa Federici, un'altra istanza in Tribunale per la riapertura della vicenda. Poco tempo dopo, esattamente nel novembre del 2009, fece irruzione in casa mia la polizia, senza mandato, piombò nella mia stanza quando ancora mi trovavo addormentato e mi sottopose a domande e nell'occasione si trovò ad assistere alla scena mia madre affetta da Alzheimer... In parole povere una persona in scooter del colore uguale al mio aveva tentato una rapina, ma la polizia per fortuna dovette constatare che il motore del mio scooter era freddo e che quindi non poteva essere quello utilizzato per la rapina. Anche i vertici della polizia dichiararono che ero risultato completamente estraneo al fatto delittuoso. Per dovere di cronaca devo dire che chi decise di inviare gli agenti 24 anni fa in casa mia, con la motivazione che Aldo era stato visto due o tre giorni prima del delitto del commerciante nei pressi del negozio, è lo stesso uomo che oggi sta a capo degli investigatori che sono venuti improvvisamente nella mia stanza e, credetemi, non è stato tanto bello -:

se non si ritenga di dover acquisire elementi in ordine alle modalità in cui si e svolta l'irruzione di alcuni agenti di polizia nella casa di Cristiano Scardella nel novembre del 2009; in particolare, se non ritenga di dover verificare se nel caso di specie vi siano state violazioni delle procedure che sovrintendono a operazioni di questo tipo e quali provvedimenti intenda assumere in tal caso. (4-09972)

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