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martedì 21 dicembre 2010

Carceri: il sovraffollamento uccide



Intervista ad Irene Testa dell'Osservatorio permanente sulle morti in carcere

A cura di Andrea Cocco

da Amisnet Agenzia multimediale anche in formato audio a questo link

• 20 Dicembre 2010

Con la morte di Marco Fiori detenuto nel carcere di Genova Pontedecimo, è salito a 65 il numero dei suicidi avvenuti nel 2010 all’interno dei penitenziari italiani. Un fenomeno strettamente legato alle ignobili condizioni di detenzione e in primo luogo al sovraffollamento. Da tempo i detenuti, le associazioni della società civile e gli stessi sindacati della polizia penitenziaria denunciano la grave situazione generata dalla presenza di circa 70 mila detenuti all’interno di strutture che ne potrebbero contenere al massimo 43 mila. “E’ chiaro che in una situazione di questo tipo” sottolinea Irene Testa dell’Osservatorio permanente sulle morti in carcere “i suicidi diventano quasi all’ordine del giorno”. Solo nell’ultimo fine settimana sono tre i detenuti che si sono tolti la vita. Il primo episodio della settimana ha riguardato Pietro Salvatore Mollo, detenuto in regime di 41 bis nel supercarcere “Le Costarelle” de L’Aquila, mentre il secondo è accaduto nel carcere “Bassone” di Como, dove nella notte tra il 18 ed il 19 dicembre il 31enne Carlo Carroccia, detenuto da settembre per detenzione e spaccio, si è suicidato infilando la testa in un sacchetto di plastica. “La maggior parte dei suicidi” spiega Testa “riguarda persone con patologie depressive legate alla tossico dipendenza. Persone che non trovano vie d’uscita e la cui condizione è aggravata dall’impossibilità di rendere minimante costruttiva la propria permanenza in carcere”. La mancanza di servizi di sostegno adeguati ma anche di attività e di sbocchi lavorativi è spesso una delle cause principali che porta i detenuti a vedere nel suicidio l’unica via di uscita. Non è un caso, sottolinea l’ultimo rapporto dell’osservatorio sulle morti in carcere, se oltre il 60 per cento dei suicidi avvengono in regime carcerario duro, quello che da minori possibilità di trascorrere la pena costruttivamente, o almeno con la prospettiva di dare un senso alle proprie giornate. Lo dimostra il caso di Cagliari, dove la semplice introduzione di un gruppo di lavoro ha portato è riuscita a tamponare il fenomeno dei suicidi, che prima del 2009 erano stati numerosi. “Per molti detenuti” spiega l’Osservatorio sulle morti in carcere ” basta riuscire ad interagire con l’esterno, per avere un sollievo e una prospettiva diversa”. Problemi a cui però le istituzioni continuano a non rispondere, perseguendo al contrario sui tagli alle spese e al personale. Muro di gomma è anche sul fronte del sovraffollamento. Il Ddl Alfano, che prevede i domiciliari per l’ultimo anno di pena, rischia di trasformarsi in una beffa. Il provvedimento spiega Testa “è ancora in alto mare e comunque finirebbero per beneficiarne solo 2-3 mila persone, venendo escluse ad esempio tutti gli stranieri che non hanno una residenza fissa”. In un quadro sempre più preoccupante è da sottolineare anche la drastica riduzione dell’applicazione di misure altrnative al carcere. “Prima dell’indulto erano 50 mila le persone che potevano beneficiare di misure alternative” ricorda Irene Testa “oggi sono meno della metà”.

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