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giovedì 9 settembre 2010

Giustizia: è "giallo" sul numero dei detenuti stranieri da trasferire nei Paesi di origine

di Diego Motta

Avvenire, 9 settembre 2010

Uno studio ministeriale smentirebbe dati diffusi da Alfano: i detenuti da rimpatriare non sono 1.214, ma solo 50. Una relazione firmata dai tecnici del ministero della Giustizia smentisce il Guardasigilli Angelino Alfano. È un giallo il caso dei detenuti stranieri che, in seguito a un decreto legislativo del governo, potrebbero lasciare il nostro Paese per finire di scontare la pena nei loro Stati d'origine. "Saranno 1.214", aveva spiegato in una nota il ministro. No, non potranno che essere "annualmente nell'ordine delle 50 unità".
Il punto è che questa stima arriva da un ufficio del ministero di via Arenula ed è contenuta all'interno di un'analisi tecnico - normativa sullo stesso provvedimento deciso dall'Ue, cui ha fatto riferimento due giorni fa Alfano. Si tratta della decisione quadro 2008/909/Gai, che Palazzo Chigi intende, primo tra tutti gli Stati europei, recepire immediatamente. Ma i conti, com'è evidente, non tornano.
Se n'è accorta l'associazione Ristretti Orizzonti, da sempre in prima linea nella difesa dei diritti dei detenuti. Come si spiega una differenza così netta? L'amministrazione penitenziaria, nella sua relazione tecnica, ha preso in considerazione i detenuti stranieri condannati a una pena superiore a tre anni di reclusione (pari a 972 unità) e quelli con una pena inferiore ai tre anni (901 unità). Tali cifre vanno però depurate di alcuni dati, che abbassano drasticamente il numero di coloro che sono realmente interessati dalla misura del governo.
"È il caso di chi non può essere trasferito perché deve scontare una pena inferiore ai sei mesi oppure di chi non vuole concedere il consenso al trasferimento", spiega Francesco Morelli di Ristretti Orizzonti. Il risultato finale è sotto gli occhi di tutti: alla fine solo una cinquantina di stranieri rinchiusi negli istituti italiani finirebbero, ogni anno, per concludere il loro periodo di detenzione nei carceri dei loro Paesi d'origine, vanificando di fatto il decreto ministeriale. Dunque nessuna diminuzione, seppur lieve, del sovraffollamento? Per il capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, Franco Ionta, che ieri ha parlato alla Commissione Giustizia della Camera, siamo comunque di fronte a un "indispensabile passo in avanti", anche se finora "i precedenti non sono esaltanti".
Dal punto di vista tecnico, però, ci sono altri ostacoli da superare prima che il decreto entri in vigore. "Ora bisogna fare in modo che ogni Paese destinatario del rimpatrio accolga queste direttive", ha spiegato Ionta. "È necessario che anche gli altri Stati Ue recepiscano l'accordo quadro - conferma Morelli - e poi occorre verificare attraverso un'apposita procedura la reale compatibilità tra i reati per cui si deve scontare la pena".
C'è poi l'aspetto speculare della vicenda: quanti saranno gli italiani detenuti in carcere all'estero che, in seguito al recepimento di questo accordo, torneranno a scontare gli ultimi anni di pena negli istituti penitenziari di casa nostra? Le stime più recenti parlano di 1.300 - 1.400 detenuti destinati a trasferirsi in Italia, un valore non lontano da quello previsto da Alfano per i detenuti stranieri. Ma la prudenza sui numeri, a questo punto, è d'obbligo.

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