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mercoledì 11 agosto 2010

OSSERVATORIO PERMANENTE SULLE MORTI IN CARCERE. Suicidio a Rebibbia è l’ultimo atto di una tragica serie

Radicali Italiani, Associazione “Il Detenuto Ignoto”, Associazione “Antigone”
Associazione A “Buon Diritto”, Redazione “Radiocarcere”, Redazione “Ristretti Orizzonti”



Suicidio a Rebibbia è l’ultimo atto di una tragica serie:
in una settimana 3 detenuti sono morti e 2 sono ricoverati in fin di vita all’ospedale


Per le carceri italiane una settimana da dimenticare: il suicidio di Riccardo Greco, avvenuto la scorsa notte nel carcere di Rebibbia, è solo l’ultimo atto di una tragica serie che sembra non aver fine e che finora ha causato la morte di 3 detenuti, mentre altri due sono ricoverati all’ospedale in coma irreversibile. Da inizio anno a livello nazionale salgono a 41 i detenuti suicidi (35 impiccati, 5 asfissiati col gas e 1 sgozzato), mentre il totale dei detenuti morti nel 2010, tra suicidi, malattie e cause “da accertare” arriva a 113 (negli ultimi 10 anni i “morti di carcere” sono stati 1.711, di cui 597 per suicidio).

Palermo, 4 agosto: in cella con altri 8 detenuti è colpito da un infarto, arriva all’ospedale in coma

Nel carcere Ucciardone di Palermo Dino Naso, 41 anni, è in una cella assieme ad altri 8 detenuti. Nove persone pressate in 12 metri quadri, il caldo asfissiante si somma al fumo delle sigarette e Dino, che ha problemi cardiaci, chiede all’agente che gli apra la porta, perché non riesce a respirare.
La porta rimane chiusa e l’uomo all’improvviso si accascia sul pavimento, un medico accorre e cerca di rianimarlo, poi ne dispone il trasferimento all’Ospedale. Secondo i familiari, il personale del carcere sarebbe intervenuto in ritardo e dal malore al trasferimento in Ospedale sarebbero trascorse due ore. Replica il direttore vicario dell’Ucciardone, Carmen Rosselli: “Abbiamo garantito la massima assistenza, il detenuto era in preda a una crisi respiratoria e ha lasciato la cella con le sue gambe”. Fatto sta che Dino Naso è arrivato all’Ospedale già in coma ed il giorno successivo al ricovero è sopraggiunta la morte cerebrale.

Udine, 4 agosto: si impicca in cella, è all’ospedale in coma profondo e si valuta espianto organi

Pochi minuti dalla mezzanotte, approfittando del cambio della guardia, Ramon Berloso si impicca nella sua cella del carcere di Udine. Viene soccorso quasi subito e trasportato in Ospedale, ma ugualmente sprofonda in uno stato di coma dal quale non si risveglierà più. Fabio Pasquariello, comandante del nucleo investigativo di Udine, ha incontrato i medici della clinica Universitaria dove l’uomo è ricoverato, ed è lui a tracciare un parallelo con Eluana Englaro: “Come lei anche Berloso ha riportato ingenti danni a causa dell’anossia cerebrale - dice. I medici escludono che possa tornare alla coscienza, ma il suo corpo è sano”.
Ebbene, è proprio questa condizione ad aprire ora un doppio scenario: il coma profondo può evolvere nella morte cerebrale, oppure nello stato vegetativo, cioè in una condizione di incoscienza che, come insegna il caso Eluana, può permanere immutata per anni. In caso di morte cerebrale potrebbe prendere corpo l’ipotesi dell’espianto degli organi. Un’eventualità che, a quanto appreso, l’ospedale avrebbe già preventivato e della quale i medici avrebbero cominciato a parlare con la madre di Berloso, sua congiunta più prossima. Spetterà a lei, infatti, autorizzare l’operazione e mettere così in moto il protocollo per l’espianto.

Brondisi, 5 agosto: si impicca in cella, aveva già tentato suicidio perché non poteva vedere figli

Mohamed Hattabi, tunisino di 43anni, si impicca durante la notte nel carcere di Brindisi; la mattina dello stesso giorno aveva già tentato il suicidio tagliandosi le vene, ma era stato soccorso in tempo. L’uomo era sotto stretta sorveglianza: aveva già cercato, in passato, di togliersi la vita, senza però riuscirci. Era disperato, a quanto pare, per via della lontananza dai due figlioletti di nove e sei anni.
Non era stato possibile incontrarli, come ogni mese, perché alla fine di luglio la moglie dell’uomo era stata arrestata su ordine di carcerazione per un vecchio furto di alcune bottiglie, in un supermercato. La donna deve scontare una condanna a tre mesi di reclusione, sarebbe presto uscita, perché può beneficiare della sospensione condizionale della pena, ma nel frattempo i due bimbi sono stati affidati a una coppia di amici che li avrebbero ospitati fino al momento del ritorno a casa della madre. Il 43enne non sapeva nulla di quanto era accaduto fuori dalla casa circondariale in cui era detenuto per scontare la pena che gli era stata inflitta: era stato condannato per droga e armi, sarebbe uscito nel 2012. Probabilmente sarebbe stato trasferito in un penitenziario, lontano da Brindisi e dai suoi bambini che hanno continuato a vivere con la madre, brindisina, e che frequentano la scuola dalle suore. È stato forse il timore di non rivederli per lungo tempo, la sofferenza dovuta al regime carcerario, l’insostenibile dolore provocato dalla distanza dai figli, a causarne il suicidio.

Frosinone, 6 agosto: detenuto ha un arresto cardiaco, il defibrillatore non funziona

Mauro M., detenuto 32enne tossicodipendente, malato di Hiv e sottoposto a terapia psichiatrica muore in cella. La causa del decesso, secondo le autorità sanitarie del carcere, sarebbe un arresto cardio-circolatorio. L’infermeria dell’Istituto di Frosinone è dotata di un defibrillatore semi-automatico. Questo strumento salvavita, stando a quanto appreso dal Garante dei detenuti del Lazio Angiolo Marroni sarebbe stato però inutilizzabile, perché avrebbe le batterie scariche e le placche scadute.
“Probabilmente la morte per cause naturali di quest’uomo non farà gridare allo scandalo contro il sovraffollamento e le precarie condizioni di vita nelle carceri italiane - ha aggiunto il Garante - ma per l’ennesima volta invito tutti quanti a chiedersi se fosse davvero il carcere, e non una struttura esterna adeguata, la soluzione migliore per una persona in quelle condizioni di salute”.


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