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lunedì 26 luglio 2010

Un’amnistia per ridurre il danno da “malagiustizia”

Il Senatore Luigi Compagna del PDL ha presentato un disegno di legge volto alla concessione di un’amnistia e un indulto. Un atto politicamente “ingombrante”, ma anche coraggioso e meritorio di attenzione. L’amnistia non è stata concessa con l’approvazione dell’indulto del 31/07/2006, l’ultima è datata 12 Aprile 1990. Sono passati oltre 20 anni, la popolazione carceraria è cambiata, l’arrivo in Italia di tanti immigrati ha determinato un uso del carcere sempre più allargato anche per reati “minori”, e leggi sempre più punitive. Tutto ciò ha portato a un inumano aumento degli abitanti delle carceri, con una violazione dei più elementari diritti, con celle omologate per una persona che ne contengono almeno 3-4-5. Oggi mancano medicine, hanno tagliato i fondi per i programmi per i tossicodipendenti, non c’è personale che possa seguire davvero le persone detenute. Il detenuto vegeta in uno stato catatonico 20 ore al giorno in cella, viene spesso riempito di psicofarmaci, e resta così inerme, incapace anche di lamentarsi delle condizioni in cui vive.
Ogni giorno il totale dei detenuti costa circa 11 milioni di euro, prelevati dalle tasche dei cittadini per pagare un sistema che non funziona. Ogni anno ci sono dalle 170.000 alle 200.000 cause penali che vanno in prescrizione, la spesa supera gli 80 milioni di euro per non celebrare dei processi che si sono protratti troppo a lungo senza arrivare a una sentenza definitiva. Ogni anno lo Stato spende 38 milioni di euro come riparazione verso persone vittime di ingiusta detenzione o errori giudiziari. Dire allora che non si vuole un’amnistia per sanare, almeno in parte, questo sistema, è un po’ ipocrita. I procedimenti penali giacenti presso i tribunali italiani sono più di 3.500.000, e un’amnistia porterebbe un considerevole sgravio dei procedimenti pendenti, che altrimenti saranno in buona parte prescritti, ma anche un considerevole risparmio economico, e questo è un secondo buon motivo. Un terzo buon motivo riguarda il diritto alla vita. L’osservatorio permanente sulle morti in carcere comunica che dal gennaio 2000 ad oggi si sono verificati 593 suicidi nelle carceri. Lo Stato garante della sicurezza dei cittadini non riesce a garantire la vita ai detenuti. Ma non solo, negli ultimi tre anni 23 agenti si sono tolti la vita. Lavorare per lo Stato non garantisce la vita neppure ai suoi dipendenti. Questi sono in un certo senso “suicidi di Stato”, indotti da una condizione insopportabile sia per chi la deve subire, sia per chi è chiamato a gestirla. In un mondo, quello del carcere, regolato da emergenze continue, l’unica libertà diventa la scelta di morire. Quando un detenuto si vede esposto a sofferenze che la legge non prevede, entra in uno stato di rabbia verso tutto quello che lo circonda e verso se stesso. La detenzione dovrebbe avere come funzione essenziale la responsabilizzazione dell’individuo, ma se non si pensa al detenuto inserito nella società, se lo si lascia solo parcheggiato in galera, si crea un’esistenza contro natura, inutile e pericolosa.
L’approvazione del disegno di legge su amnistia e indulto può aiutare a ridurre i danni che la gestione della giustizia giornalmente produce. Uno Stato forte non deve avere paura di produrre legalità e sicurezza anche attraverso atti di clemenza. Soprattutto quando è lo Stato stesso il primo che viola i diritti dei suoi cittadini, producendo illegalità all’interno degli istituti chiamati a punire proprio chi la legalità non l’ha rispettata.

Franco Garaffoni

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