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mercoledì 23 giugno 2010

Giustizia: morì in cella, la madre accusa; “mio figlio è stato picchiato, non fu un suicidio”

Corriere della Sera, 22 giugno 2010

Da sola contro tutti. Accusa chi in carcere ha lasciato morire suo figlio a soli 19 anni, nonostante fosse sottoposto al regime di massima sorveglianza. Chi ha deciso di trasferirlo in ospedale a bordo di una normale auto di servizio. E azzarda persino l’ipotesi di un pestaggio prima dell’arresto. Per Grazia La Venia ci sono troppi misteri attorno alla tragica fine del più piccolo dei suoi tre figli. Si chiamava Carmelo Castro, era incensurato e si sarebbe suicidato nella cella numero 9 del carcere di Piazza Lanza il 28 marzo 2009, esattamente quattro giorni dopo il fermo per la rapina ad una tabaccheria di Biancavilla.
L’autopsia parla di “morte per asfissia da impiccamento” e il pm ritiene che si tratti di suicidio. Uno dei tanti nell’inferno delle carceri italiane. Dunque caso chiuso con relativa richiesta di archiviazione. Ma la madre non ci sta: “Non è stato un suicidio - si dispera-mio figlio aveva 19 anni ma era ancora un bambino. Non era in grado nemmeno di allacciarsi le scarpe, pensa se poteva attaccare un lenzuolo alla branda ed impiccarsi”. E ancora: “Ma vi pare normale mandarlo all’ospedale su una macchina qualunque senza assistenza medica?”. Il suo grido di dolore è arrivato sino a Roma con interrogazioni bipartisan dei senatori Salvo Fleres (Pdl) e dell’ex magistrato Felice Casson (Pd). E ora la parola passa al Gip di Catania Edo Gari che in queste ore sta valutando la richiesta di riapertura delle indagini.
“Quando sono venuti a prendere mio figlio hanno detto che me lo avrebbero riportato dopo mezz’ora, io sto ancora aspettando - racconta in lacrime la madre. Ho il diritto di sapere cosa gli hanno fatto dentro e fuori dal carcere”. La prova di quello che definisce “un pestaggio” la porta attaccata al petto. Su una medaglietta ha fatto riprodurre la foto segnaletica diffusa dopo il fermo. E sul tavolo ne tiene una copia gigante che esamina con lo scrupolo di un investigatore. “Vede qui - indica col dito - c’è un livido sull’occhio sinistro e il labbro gonfio, oltre all’orecchino strappato”. Accusa i carabinieri che lo interrogarono il pomeriggio del 24 marzo. “Mentre lo sentivano - racconta - io ero fuori e lo sentivo piangere e gridare. Quando è uscito era tutto rosso
anche se lui si nascondeva il viso per non farmi preoccupare. E poi ci sono quelle strane macchie, che secondo me sono sangue, che ho trovato sulle scarpe e sul giubbotto”. L’avvocato difensore, Vito Pirrone, cerca invano di frenare la donna. Nell’istanza al gip infatti non fa alcun cenno ad ipotetici pestaggi. Il legale si limita solo a chiedere l’acquisizione della foto segnaletica. “In questa storia - spiega - ci sono comunque troppe incongruenze”. A cominciare dal trasferimento in ospedale senza chiamare un’ambulanza. “Perché - si chiede il legale - il medico del carcere riferisce di aver praticato le manovre di rianimazione cardiorespiratoria poi le interrompe e, ingiustificatamente, non ritiene di dover disporre il trasporto in ospedale con autoambulanza ove potevano continuare le manovre rianimatorie?”.
Quello che appare come un suicidio viene scoperto alle 12.45 del 28 marzo scorso e l’autopsia ha accertato “la presenza nello stomaco di abbondante quantità di cibo non digerito”. “Strano che si faccia un pasto del genere prima di suicidarsi - chiede l’avvocato -. A che
ora è stato distribuito? Chi sono i detenuti lavoranti che lo hanno fatto? Hanno visto in che stato era Castro?”. Una valanga di interrogativi a cui si potrà dare risposta solo con nuove e più accurate indagini.

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