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sabato 3 aprile 2010

Detenuto suicida nella “Casa di Lavoro” di Sulmona: è il 16° da inizio anno


OSSERVATORIO PERMANENTE SULLE MORTI IN CARCERE

Associazione “Il Detenuto Ignoto”, Associazione “Antigone”
Associazione A “Buon Diritto”, Redazione “Radiocarcere”, Redazione “Ristretti Orizzonti” Radicali Italiani,



Si chiamava Romano Iaria e aveva 50 anni l’uomo che la notte scorsa si è impiccato nella Sezione adibita a “Casa di Lavoro” del carcere di Sulmona (AQ). Era tossicodipendente e sieropositivo HIV, oltre a soffrire di altri gravi problemi di salute.
Nella stessa Sezione, lo scorso 7 gennaio si è impiccato il 28enne Antonio Tammaro: entrambi si trovavano reclusi non per scontare una pena ma perché sottoposti ad una “misura di sicurezza detentiva”, quella appunto dell’internamento in Casa di Lavoro. Ma le coincidenze tra i due suicidi non terminano qui: infatti sia Iaria che Tammaro si sono uccisi la notte successiva al loro rientro da un permesso trascorso con i famigliari, ai quali non avevano manifestato nessun segno di particolare disagio.
Forse, quindi, le ragioni della loro fine sono da ricercarsi proprio nelle condizioni disperanti dell’internamento nella Casa di Lavoro dove, nonostante il nome, di lavoro non ce n’è proprio e ai “normali” disagi del carcere, come il sovraffollamento (nella Sezione in cui si sono uccisi ci sono oltre 200 persone, stipate in 100 posti), si aggiungono quelli di una “pena impropria”, che viene “aggiunta” a quella comminata per la commissione di un reato se il condannato è ritenuto “socialmente pericoloso”.
Si tratta di uno strumento giuridico introdotto in epoca fascista (dove veniva largamente utilizzato anche contro gli oppositori politici) e poi rimasto come “residuo” nel nostro ordinamento: recentemente se ne è interessata l’On Rita Bernardini (Radicali-Pd), che in un passaggio nella Mozione 1-00288 ha chiesto al Parlamento di limitare l’applicazione delle misure di sicurezza ai soli soggetti non imputabili (abolendo il sistema del doppio binario) o comunque di adottare degli opportuni provvedimenti legislativi volti ad introdurre una maggiore restrizione dei presupposti applicativi delle misure di sicurezza a carattere detentivo, magari sostituendo al criterio della “pericolosità” (ritenuto di dubbio fondamento empirico) quello del “bisogno di trattamento”. La Mozione è stata in parte approvata lo scorso febbraio, ma la richiesta di limitare l’utilizzo delle misure di sicurezza è stata bocciata. E per il mantenimento delle misure di sicurezza come sono oggi “hanno votato sia il centro-destra, sia il centro-sinistra”, dichiara l’On. Bernardini.
Della Sezione “Casa di Lavoro” di Sulmona si è occupato anche l’On. Giovanni Lolli (Pd), che dopo il suicidio di Antonio Tammaro ha depositato una interrogazione al Ministro della Giustizia, per chiederne la chiusura o, quanto meno, la considerevole riduzione del numero degli internati.
Questo il testo della interrogazione “La Casa di lavoro nel carcere di Sulmona è divenuta progressivamente la più grande d’Italia - vede 205 internati ed è previsto l’arrivo di altri 200 internati nei prossimi mesi - la considerevole carenza di personale (si calcola una carenza di personale del 30 per cento dell’organico necessario) rende impossibile la convivenza della più grande Casa di Lavoro d’Italia con un carcere che vede la contestuale presenza di circuiti giudiziari (alta sicurezza, detenuti comuni, internati, internati 41-bis e collaboratori).
È evidente che l’impegno del personale in entrambe le funzioni rende impossibili le condizioni di permanenza sia di detenuti che di internati. A causa dell’elevato numero di ristretti nella struttura, infatti - prosegue la nota - il rapporto tra operatori carcerari e internati risulta difficoltoso; stante l’inidoneità della struttura, gli internati sono gestiti come detenuti e vengono concesse loro solo 4 ore d’aria nell’arco della stessa giornata le restanti 20 ore vengono trascorse all’interno delle stanze di detenzione poiché la maggioranza di essi non lavora e molti di loro iniziano a svolgere un’attività lavorativa dopo 4-5 mesi di internamento e per periodi limitati”.
Con il suicidio di Romano Iaria salgono a sedici i detenuti che si sono tolti la vita da inizio anno nelle carceri italiane. Nel carcere di Sulmona si tratta dell’undicesimo suicidio in 10 anni, fra i quali anche quello della direttrice Armida Miserere, che si tolse la vita il 19 aprile del 2003 sparandosi un colpo di pistola alla testa, e quello del sindaco di Roccaraso, Camillo Valentini, trovato nella sua cella il 16 agosto del 2004 soffocato da un sacchetto di plastica stretto alla gola da lacci per le scarpe. In tutti gli altri casi, i detenuti sono morti impiccati.

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