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mercoledì 7 aprile 2010

CARCERI, BERNARDINI: BUONE LE DICHIARAZIONI DEL SOTTOSEGRETARIO CASELLATI SULL' AFFETTIVITÀ IN CARCERE.


ORA OCCORRE CONVINCERE LA SUA MAGGIORANZA DI GOVERNO

Dichiarazione di Rita Bernardini, parlamentare radicale eletta nelle liste del PD e membro della Commissione Giustizia della Camera

Non posso che condividere le dichiarazioni con le quali il sottosegretario Casellati ha posto il problema di come salvaguardare la vita affettiva delle persone private della libertà. Ho sempre pensato infatti che maggiore considerazione per chi è in carcere, non vuol dire minor sicurezza per chi sta fuori, mentre un regime detentivo che non offre alcuna possibilità di scelta al detenuto e che lo priva di ogni legame affettivo con la vita esterna risulta essere, invece, un fattore criminologico di notevole spessore, che spesso porta alla ricaduta nel reato. Per questi motivi nella mozione sulle carceri presentata in questa legislatura la delegazione radicale nel Gruppo del PD aveva chiesto al Governo di impegnarsi affinché ai detenuti e agli internati venisse finalmente concessa la possibilità di coltivare i propri rapporti affettivi anche all’interno del carcere, consentendo loro di incontrare le persone autorizzate ai colloqui in locali adibiti o realizzati a tale scopo, senza controlli visivi e auditivi. La maggioranza dei parlamentari, sia alla Camera che al Senato, previo parere contrario espresso dell’Esecutivo, ha bocciato questa proposta. Mi metto a disposizione dell’on. Casellati per convincere i suoi colleghi di Governo ad approvare una tale riforma di civiltà dell’ordinamento penitenziario.

1 commento:

Luigi Morsello ha detto...

Caro on.le Bernardini, è ormai chiaro a tutti che dalla promulgazione della Costituzione repubblicana la pena detentiva ha cessato di essere meramente afflittiva, assumendo anche un ruolo di riabilitazione e recupero sociale.
Questo secondo profilo è rimasto a lungo irrealizzato perché occorreva riformare l’Ordinamento penitenziario del 1931, cosa che è stata fatta nel 1975 con legge dello Stato. Era quella l’occasione propizia per disciplinare anche il settore dei rapporti affettivi dei detenuti di entrambi i sessi sulla falsariga dell’istituto matrimoniale e dei rapporti di convivenza eterosessuali. Il legislatore invece fu timido, fino al punto da stralciare in sede di approvazione della legge l’istituto del permesso premiale. Col che i disordini in carcere non cessarono fino a quando nel 1986 la legge Gozzini rimediò al guasto. Ma nemmeno allora fu possibile affrontare l’argomento della sessualità in carcere. Sia il direttore generale Coiro che Margara non riuscirono fare nemmeno i primi passi in tal senso.
Il tempo non è maturo nemmeno oggi, per incultura e insensibilità politica delle forze politiche e del corpo di polizia penitenziaria. Nonostante siano passati ben 19 anni dalla riforma della polizia penitenziaria, nel Corpo non si è fatta strada nessuna cultura, come dimostrano led violenze perpetrate a loro carico emerse negli ultimi anni. Anzi, si dichiara apertamente non che intendono fare i ‘guardoni’ o i tenutari di postriboli (bordelli, casini ecc.).
Sono circa 40mila unità che votano compatte a destra, e costituiscono quindi un bacino elettorale di 200-300 mila voti almeno.
Insistere bisogna insistere, la pena detentiva comporta una costrizione della libertà personale per tempo determinato, non una compressione della libertà sessuale, che trova in ogni caso sfogo nella pratica della masturbazione e della omosessualità, anche violenta fino al livello di uno stupro vero e proprio.
Da questo punto di vista ci vorrebbe una rivoluzione copernicana, che non si intravede nemmeno all’orizzonte. È notte fonda!

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