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mercoledì 10 marzo 2010

Tempi di legge


di Irene Testa


Enigma disarmante. Quello che Daniele Zorda da Sassari pone con una lettera a la Nuova Sardegna del 4 marzo scorso, dove chiede perché se è lui a dovere qualcosa alla società, questa non gli fa sconti, mentre chi lo pestò in carcere dieci anni fa, dieci anni dopo ancora non risarcisce.

Sì, perché Daniele era uno di quella trentina di detenuti che nel duemila furono pestati a sangue, (spogliati nudi, ammanettati dietro la schiena, coperti di sputi e di insulti e manganellati in massa) nel corso di un'autentica "spedizione punitiva" da parte di alcuni agenti di polizia penitenziaria, nel carcere San Sebastiano di Sassari il 3 aprile del 2000.

Per quei fatti, tortuosamente emersi dalle mura, furono arrestati una settantina di agenti compreso l'ispettore, oltre alla direttrice del carcere, al provveditore regionale, e al medico che aveva taciuto le violenze. Una decina le condanne tra il 2003 e il 2005, 50 le assoluzioni. Condannati a pene inferiori a due anni anche direttrice e provveditore, che secondo gli accusatori avrebbero assistito alla scena con un atteggiamento partecipato e compiaciuto, e l'ispettore che urlava ai detenuti massacrati "io sono il vostro dio!". Qualche mese fa l'ultimo capitolo per chi di questi non usufruì del procedimento con rito abbreviato: due assoluzioni e sette prescrizioni. Chi fu condannato, oltre agli anni di detenzione, era obbligato anche a risarcire i detenuti costituitisi parte civile con circa 100mila euro ciascuno.

Ma ancora, dopo dieci anni dai fatti, Daniele e i suoi compagni di sventura che hanno subito danni fisici, in alcuni casi anche permanenti, di risarcimenti dice che non ne hanno visto, eppure -
lamenta - tutti gli errori che lui ha fatto li ha pagati, e ancora gli arrivano delle vecchie condanne risalenti a nove anni fa. E infatti - ironia della sorte - proprio il giorno prima della pubblicazione della sua lettera, il 3 marzo, abbiamo notizia del suo arresto in esecuzione di un ordine di carcerazione poiché condannato a 8 mesi per spaccio di droga.

E così Daniele viene riportato in quel San Sebastiano che lo vide vittima di violenze impressionanti e traumatiche, senza una risposta alla sua domanda, a pagare in forza di quella legge che sembra uguale solo per alcuni, e probabilmente spaventato, dato che, fa presente
nella sua lettera, "già dieci persone" che hanno subito quello che ha subito lui "sono morte", e non vedranno più un euro.

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