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venerdì 5 marzo 2010

La storia di Katiuscia Favero raccontata da Valentina Ascione

da Gli Altri del 5 marzo 2010

"Mamma ho paura, aiutami, portami via di qui". Sono queste le ultime parole di Katiuscia alla madre Patrizia, scambiate in una breve telefonata a poche ore dal tragico epilogo della sua giovane vita. La telefonata successiva di Patrizia sarà con il medico dell'Opg di Castiglione delle Stiviere: "Signora, sua figlia ha fatto una birichinata, stavolta l'ha fatta grossa. Si faccia coraggio". Katiuscia Favero era rinchiusa a Castiglione non perché avesse una pena da scontare, ma perché ritenuta pericolosa per gli altri e per se stessa. Gli Opg, Ospedali psichiatrici giudiziari, esistono in Italia sin dal 1975. Uniche strutture rimaste in piedi dopo la chiusura dei manicomi criminali, “sono spesso luoghi senza controllo, terre di nessuno e buchi neri del diritto”, spiega Irene Testa dell’associazione Il Detenuto Ignoto. Katiuscia, 30 anni e un passato reso difficile dall'incontro con la droga, era stata trasferita nell’istituto di Castiglione dal carcere di Sollicciano, dopo aver manifestato alcuni problemi psichici. Patrizia, però, crede che la causa del trasferimento sia stata un'altra, atroce. Katiuscia aveva rivelato di essere stata vittima in carcere di una violenza sessuale e, secondo la madre, il trasferimento a Castiglione dello Stiviere non fu che la conseguenza di questa sua denuncia. Una denuncia caduta nel vuoto e mai certificata perché, racconta Patrizia con amara ironia, il referto ginecologico è andato smarrito. Tra il 2002 e il 2008 Katiuscia fa due volte avanti a indietro tra il carcere fiorentino e l’Opg. L’ultimo viaggio – quello senza ritorno - verso Castiglione, quando la sua pena era ormai esaurita, ma non ancora il suo tasso pericolosità. Le davano da prendere delle pillole, ma Katiuscia le rifiutava. Anzi, le nascondeva sotto il letto, dietro i battiscopa, in attesa di poterle dare in custodia alla madre perché le facesse sparire. Gli inquirenti ne hanno trovate diverse nella sua cella, eppure nel corpo esanime della ragazza è stata rilevata un’altissima dose di barbiturici. L’hanno trovata in giardino, Katiuscia. In un giardino al quale avevano accesso solo medici e infermieri tramite un pass. Impiccata a una fragile rete metallica, con un blando lenzuolo bagnato, in ginocchio. La tuta strisciata da macchie d’erba, al contrario delle suole delle sue scarpe: candide. Dietro la testa una ferita. Sarebbe uscita in giardino senza che nessuno la vedesse; in una notte di novembre, proprio lei che – ricorda Patrizia – aveva paura del buio e soffriva il freddo. Si sarebbe uccisa 12 giorni prima di tornare a casa da sua figlia, allora 14enne, e da sua madre che ancora oggi mostra in giro le foto di quella ragazza bellissima, sorridente con il viso incorniciato da boccoli biondi. “Eccola, era questa mia figlia. Adesso non ce l’ho più”.

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