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sabato 21 novembre 2009

Ormai è detenzione sociale

Articolo pubblicato su "Gli Altri"
di Valentina Ascione

Che le galere italiane siano allo sfascio, schiacciate sotto il peso di oltre 65mila detenuti, è ormai un dato acquisito. L’emergenza carceri non risiede tuttavia nel mero dato quantitativo, o almeno non solo. Il sovraffollamento, infatti, è una conseguenza di più profondi problemi strutturali, alla base dei meccanismi che regolano il sistema penitenziario italiano. Questo è quanto emerge dai dati diffusi pochi giorni fa da Pietro Buffa, direttore del carcere Lorusso-Cotugno di Torino. Numeri che mettono chiaramente in evidenza alcune delle storture responsabili del grave stato di sofferenza in cui versano le carceri italiane e le migliaia di persone che le abitano. Su 94mila ingressi registrati nel 2007, ci sono state circa 70mila uscite nei nove mesi successivi, 35mila entro 11 giorni e 29mila, cioè il 32 per cento del totale, in appena tre giorni. Un tasso elevatissimo di carcerazioni e breve termine che ingolfa l’intero sistema, spiega Buffa, ed è determinato da una politica che preme sul carcere con varie ondate emergenziali. Se si confrontano questi dati con quelli relativi al tipo di reati più diffusi tra la popolazione carceraria, si conferma ancora una volta che nel nostro Paese si finisce in galera soprattutto per violazione delle leggi sulla droga. Nel sesto rapporto sulle carceri dell’Associazione Antigone si legge, infatti, che per l’art. 73 del Testo Unico sugli stupefacenti (produzione, traffico e detenzione illeciti) in Italia è recluso oltre il 38 per cento dei detenuti e il 49,5 per cento dei detenuti stranieri. Mentre Pietro Buffa osserva ancora che in alcuni istituti italiani gli stranieri arrivano ad essere il 70 per cento e che i due terzi della popolazione carceraria non possiede più i requisiti per chiedere le misure alternative. Tutti elementi che inducono il direttore dell’istituto torinese ad affermare che si è ormai passati dalla “detenzione penale alla detenzione sociale” e che il sistema carcere è chiamato ad assolvere compiti che in realtà non rientrano tra le sue funzioni. “Grandi temi come la droga e l’immigrazione - spiega a Gli AltriPatrizio Gonnella, Presidente di Antigone – dovrebbero essere riassorbiti dal Welfare. Secondo la legge Bossi-Fini i detenuti tossicodipendenti con pena residua inferiore a sei anni dovrebbero poter accedere a comunità terapeutiche, seguendo un adeguato programma di recupero, ciò consentirebbe l’uscita dagli istituti di circa 10mila persone”. Per far questo, precisa Gonnella, serve la volontà politica di tutti i soggetti in causa: direttori delle carceri, della magistratura di sorveglianza e Sert. Una volontà che troppo spesso manca perché, afferma, “ormai ci si è adeguati a un sistema selettivo, fortemente condizionato dalla ricerca del consenso, che punisce soprattutto i reati meno gravi”. Il quadro che emerge, dunque, è quello di una giustizia “di classe”, legata al censo, che insegue il simbolismo della repressione e dà la caccia ai reati cosiddetti “da strada”: i piccoli crimini che coinvolgono chi, come gli immigrati, è più povero e dunque non in grado di permettersi una buona difesa. “Il caso di Stefano Cucchi – continua ancora Patrizio Gonnella - dimostra la necessità di garantire una difesa d’ufficio veramente efficiente, inoltre bisogna rivitalizzare le misure alternative: un detenuto soggetto a misure alternative, infatti, costa dieci volte in meno di un detenuto in regime di detenzione e presenta un rischio di recidiva quattro volte inferiore”. Una soluzione centrale, quella delle pene alternative, anche per la presidente dell’ Associazione radicale “Il detenuto Ignoto”, secondo la quale il transito nelle galere, per così pochi giorni, di persone con minima o nulla pericolosità sociale, rappresenta “un vero sperpero di risorse e di tempo per gli operatori e per la magistratura di sorveglianza”. “La questione – spiega - è nota da tempo ma, come per tanti altri problemi che affliggono il sistema penitenziario, l'immobilismo è un macigno. Come ho proposto da molto tempo, e come propone Rita Bernardini in un suo disegno di legge, servirebbe rendere automatica l'applicazione delle misure alternative direttamente in sentenza, per ovviare al sistema vigente ‘a doppia battuta’, dove il giudice condanna alla detenzione, anche breve, e tocca poi alla magistratura di sorveglianza decidere di scarcerare ognuno volta per volta”. Sul tavolo, dunque, non mancano le ricette e le proposte per riformare il sistema carcere, per garantire una giustizia veramente giusta e, soprattutto, giusta per tutti. E’ indispensabile però che a quel tavolo si sieda chi ha i poteri per cambiare davvero le cose.

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