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sabato 21 novembre 2009

Italia, un Osservatorio permanente in ogni città carceraria

L'iniziativa di Ristretti Orizzonti per monitorare la situazione dei penitenziari

Sulla tematica carceraria Peacereporter ha intervistato Francesco Morelli del centro studi di Ristretti Orizzonti.

Come fate a reperire le informazioni per i vostri dossier sul carcere?

Fino a questa momento la nostra fonte privilegiata è rappresentata dalle famiglie dei detenuti che ci forniscono materiale preziosissimo per le nostre indagini. Altrettanto importanti sono anche i racconti di operatori e volontari del carcere, oltre che gli articoli dei giornalisti.

E il Dap (Dipartimento di amministrazione penitenziaria) collabora?

Dal Dap non abbiamo mai ricevuto alcuna segnalazione relativa a possibili abusi di violenza o anomalie carcerarie.

Oltre a raccogliere i dati, avete in mente qualche altra iniziativa?

Sì, vorremmo dare vita ad un Osservatorio permanente che rappresenterebbe lo sviluppo del lavoro del dossier. Vorremmo avere in ogni regione, se possibile, in ogni città con un carcere, un referente per monitorare la situazione più da vicino. Avere sempre una persona a disposizione sul territorio facilita molto i compiti. Oltre a noi al progetto dell'Osservatorio permanente collaborano l'associazione Antigone, il sociologo Luigi Manconi, Il detenuto ignoto e molti altri. Prendendo spunto dalla situazione statunitense che negli anni Ottanta si trovò a vivere una grave emergenza carceri, vorremmo poi dar vita a un equipe di psicologi ed educatori che girino per l'Italia per sostenere i detenuti e gli agenti.

Anche le guardie carcerarie necessitano di un supporto psicologico?

Certamente, gli agenti penitenziari si trovano a fare i conti con un sistema carcerario sempre più al collasso.

Sono abbastanza formati gli agenti carcerari?

Un tempo per poter prendere servizio nei penitenziari, i poliziotti frequentavano un corso di formazione annuale. Ora anche le risorse per il personale penitenziario sono state drasticamente ridimensionate e l'addestramento è di soli sei mesi. Per poter accedere alla formazione è sufficiente avere la terza media, non di più.

Episodi come quelli di Stefano Cucchi però non possono essere giustificati con una scarsa formazione?

I casi come quelli di Cucchi per fortuna non sono la normalità, i rapporti tra i detenuti e i secondini spesso sono tesi e difficili, ma non sempre improntati alla violenza. Poi è chiaro che le guardie sono la categoria forte e i detenuti quella debole e a fare le spese della violenza e della tensione che quotidianamente si respirano nel carcere sono principalmente i prigionieri.

Al novembre di quest'anno i suicidi sono già 63. Un picco tanto elevato si era registrato nel 2001 quando le persone che si sono tolte la vita sono state 69? C'è una spiegazione a tutto questo?

Nel 2001 il numero dei suicidi era stato tanto elevato, perché tanti carcerati si aspettavano l'amnistia che poi, però, non è arrivata. La delusione era stata talmente forte che molti non hanno retto e si sono tolti la vita.

E nel 2009?

Quest'anno credo che l'aumento dei suicidi sia dovuto al progressivo peggioramento delle condizioni penitenziarie. I continui tagli al budget carcerario hanno reso i penitenziari più poveri e le persone sempre più disperate. A togliersi la vita ora sono soprattutto gli stranieri. Nei primi anni la percentuale dei morti suicidi non italiani si aggirava sul cinque per cento, ora è pari al quaranta per cento. Chi si uccide è perché ha paura di non farcela a sostenere la violenza del carcere e perché ha perso la speranza.

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