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sabato 18 luglio 2009

Giustizia: la condanna non è un simbolo... riguarda la persona

di Piero Sansonetti

L’Altro, 18 luglio 2009

Resto della mia idea: se ci si indigna perché una condanna è troppo dolce, io non capisco. Mai. Di tutti gli argomenti usati in questa pagina - in polemica con la polemica che abbiamo sollevato ieri sull’affare Spaccarotella - uno solo mi è chiaro e mi trova perfettamente d’accordo: la richiesta che la giustizia sia uguale per tutti.
Per capirci: è assurdo rifilare 4 anni di prigione a un tifoso che dà un pugno a un altro tifoso e condannare a una pena appena superiore l’agente che ha ucciso un ragazzo con una revolverata. Chiaro. È anche assurdo condannare a tre anni di carcere un signore colpevole di aver rubato un pacco di wafer (in conseguenza della legge-Cirielli sulla recidiva), o no?
Però pochissimi si sono indignati per quella sentenza (è successo quattro giorni fa): nessun corteo di tifosi, nessun assalto ai tribunali, e di tutti i giornali di sinistra l’unico che se ne è occupato è stata Liberazione. Come mai? Io ho l’impressione che le caratteristiche del tutto particolari dell’imputato Spaccarotella - è un poliziotto, è una guardia, è il nemico - così come lo hanno, forse, aiutato a ricevere una pena un po’ più mite del previsto, così lo hanno esposto alla protesta indignata popolare. A me non piacciono le proteste indirizzate contro un "certo nemico" individuato come nemico per una sua caratteristica particolare. Per esempio essere poliziotto, per esempio essere zingaro, per esempio essere rumeno.
Quanto alle altre osservazioni, mi pare che essenzialmente siano due. La prima è quella di Graziella Mascia, la quale sostiene che l’aspetto fondamentale di una sentenza è il suo valore simbolico, e il valore simbolico della sentenza Spaccarotella è il messaggio che dice: "se è un poliziotto può". La seconda è quella di Gabriele Castoro, il quale sostiene che se uno spara in mezzo alla gente sa cosa sta facendo, cioè sa che forse uccide e quindi "vuole". Alla prima obiezione rispondo semplicemente che non la condivido, Neanche un po’. La mia idea, Graziella, è opposta. È che una sentenza non abbia nessun valore simbolico e non debba averlo.
La sentenza simbolica risponde alla giustizia esemplare. Io penso che la giustizia esemplare sia pericolosissima, sia da Stato etico. Secondo me la condanna, la sentenza, riguardano la persona e solo la persona, e sono un fatto giuridico e solo giuridico, non hanno nessun valore collettivo o morale e non devono averlo. Alla seconda obiezione rispondo nello stesso modo. Non condivido neanche questa. È vero che forse Spaccarotella poteva valutare la probabilità che la sua azione provocasse la morte di qualcuno.
È vero anche che il giovanotto che uccise due ragazzi sulla Nomentana (a Roma) guidando in stato di ebbrezza a velocità altissima, doveva immaginare che la sua azione potesse provocare la morte. Però non mi sembra sufficiente. La giustizia deve accertare se c’è o no volontà omicida. L’idea - che da un po’ di tempo si fa largo e travolge tutti noi - che invertire l’abitudine dei giudici a considerare certi delitti "colposi", e spingere i giudici a considerare quei delitti "volontari", è un’idea che a me non piace, Gabriele, e mi sembra interna alla spinta "securitaria" che tu giustamente denunci.
Io penso che - così come è successo per gli stupri - si finirà per usare anche questo episodio come spunto per inasprire le politiche giustizialiste. Infine condivido diverse argomentazioni di Sandro Padula. Però non posso non rilevare una contraddizione: nell’articolo dell’altro giorno, Sandro, chiedevi in sostanza una condanna a 14 anni per Spaccarotella. Oggi mi spieghi che vuoi portare l’ergastolo a 15 anni. Beh, anche qui c’è una sproporzione, no?

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