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mercoledì 1 luglio 2009

Chianciano, Assemblea dei Mille: Relazione sulla Giustizia di Rita Bernardini

La relazione sulla giustizia di Rita Bernardini

Lo stato della giustizia in Italia ha raggiunto livelli di inefficienza assolutamente inaccettabili, sconosciuti in altri Paesi democratici. Da anni e in modo permanente l’Italia versa, in una situazione di illegalità tale da aver generato numerosissime condanne da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo. Questa denuncia – costantemente documentata nel corso dei decenni dai radicali – oggi è riconosciuta ovunque nel panorama politico italiano, ma poco credibili sono i progetti di Riforma di quella che efficacemente Pannella ha definito “la più grande questione istituzionale e sociale del nostro Paese”.
Oggi Silvio Berlusconi invoca la Separazione della Carriere dei Magistrati e la trasformazione del CSM troppo correntizio, ma nel suo discorso di insediamento alle Camere volto ad illustrare il programma di Governo, non fece alcun cenno ai temi della giustizia se non legandoli al problema – quanto creato ad arte – della sicurezza: un silenzio significativo che come delegazione radicale all’interno del gruppo del PD non esitammo a censurare nel nostro intervento seppure dichiarandoci pronti a dare il nostro contributo nel momento in cui l’attuale maggioranza avesse deciso di elaborare e mettere all’ordine del giorno un piano per una riforma organica della giustizia.
E’ da tempo infatti che noi radicali riteniamo non più rinviabile un intervento legislativo che non solo difenda il “giusto processo”, garantisca la “terzietà” del giudice, riformi il codice penale e la legge sull’ordinamento giudiziario, ma che, soprattutto, si ispiri ad un’idea organica e moderna della funzione del processo e della pena. Continuare invece a contrapporsi, come fino ad oggi è avvenuto, tra destra e sinistra, su specifici interventi settoriali, sulle singole norme, spesso partendo da singoli episodi di cronaca, non è degno della funzione della politica. Occorrono provvedimenti in grado di garantire un più equilibrato rapporto fra i poteri dello Stato, uscendo da logiche emergenziali che, da un lato, lasciano ai pubblici ministeri la piena discrezionalità sull’uso dei mezzi di indagine e sull’esercizio dell’azione penale e, dall’altro, all’arbitrio dei giudici la scelta dei processi da rinviare.
Per tutti questi motivi, già all’avvio della legislatura – abbiamo voluto ridepositare tutte le diverse proposte di legge su pressoché tutti i temi che hanno contraddistinto il cuore della proposta politica radicale in materia di giustizia nel corso di questi ultimi tre decenni: dalla separazione delle carriere di giudici e pubblici ministeri, alla radicale revisione del principio della obbligatorietà dell’azione penale; senza dimenticare l’introduzione di una (finalmente) effettiva responsabilità civile dei magistrati (come da referendum radicale vinto e poi tradito) ed il drastico ridimensionamento del numero dei magistrati fuori ruolo, in particolare di quelli distaccati presso il Ministero della Giustizia
Sappiamo benissimo che, oggi come ieri, l’ostacolo principale a tutte queste riforme continua ad essere rappresentato non solo da un atteggiamento rinunciatario e forse impaurito della politica, ma anche dal comportamento dell’ANM che puntualmente, esasperando strumentalmente e oltre ogni misura i problemi, scende sempre in campo per la pura conservazione dell’esistente. Visto che la sovraesposizione politica ed istituzionale del sindacato dei magistrati rappresenta la vera anomalia italiana, il mio timore è che anche in questa legislatura gli aut aut del sindacato dei magistrati, a partire dal tema della separazione delle carriere e della riforma del CSM, saranno recepiti dalla politica nel tentativo di ingraziarsi un ordine dello Stato più temuto che realmente rispettato. Se questo accadrà, noi radicali, nei limiti delle nostre forze, ci batteremo come sempre per difendere il principio della separazione dei poteri, in particolare l’autonomia dell’indirizzo politico governativo dalle ingerenze giudiziarie.
Sarà stato anche grazie a queste nostre posizioni di pensiero e di lotta in materia di giustizia se, a pochi mesi dall’inizio della legislatura, i deputati radicali sono stati i primi ad essere ricevuti dal Ministro della Giustizia Alfano. Nel corso di quell’incontro, la nostra delegazione guidata da Emma Bonino e con la partecipazione del Prof. Giuseppe Di Federico e di Giuseppe Rossodivita, ha ribadito al Ministro il nostro punto di vista, ossia che la risposta reale allo sfascio della giustizia italiana non può essere consegnata, come in passato, a interventi di basso profilo ma che, al contrario, è necessario decidere attraverso un ampio dibattito parlamentare su quelle riforme che noi abbiamo elencato in una mozione depositata sia al Senato che alla Camera con firme bi-partisan.
In quella mozione, poi approvata a larga maggioranza alla Camera dei deputati sotto forma di risoluzione, sono indicate alcune linee guida per noi indispensabili in materia di riforma della giustizia: separazione delle carriere, riforma capace di nobilitare funzione e ruolo del giudice salvaguardando l’indipendenza del pubblico ministero e migliorando la qualità del processo accusatorio; riforma del CSM e della “magistratura fuori ruolo” per salvaguardare la politica e la magistratura stessa dalle reciproche invasioni di campo tutelando il principio della separazione dei poteri; revisione in chiave garantista del codice di procedura penale, prevedendo anche interventi che incidono sui tempi del processo senza sacrificare garanzie; nuovo codice penale da attuare previa una seria e radicale depenalizzazione e razionalizzazione delle fattispecie di reato, ma anche rafforzamento della legge Gozzini, legge che rappresenta un baluardo di civiltà giuridica intangibile in quanto presidio di sicurezza per i cittadini ed efficace strumento di recupero sociale dei detenuti in conformità ai valori costituzionali.
Approvata quella mozione, però, la maggioranza non ha fatto seguire gli interventi legislativi conseguenti, anzi, mai come oggi il piano per una riforma organica della giustizia sta attraversando un periodo di nuova stasi, mentre la politica è tornata a coltivare interventi settoriali. Per fare solo qualche esempio, sul problema della sicurezza e, nello specifico, su violenza sessuale, stalking e immigrazione clandestina, sono stati approvati interventi legislativi non inquadrati in una visione generale e quindi senza tener conto delle ricadute di tutti questi provvedimenti sul processo penale e sui suoi ultimi margini di tenuta. In pratica le risposte della maggioranza ai problemi della giustizia penale in questo primo anno di legislatura si sono concentrate nell’emissione dei cosiddetti pacchetti-sicurezza che, a fronte di preoccupazioni avvertite dall’opinione pubblica, hanno riversato sul processo penale istanze di sicurezza la cui giusta tutela va semmai assicurata in sedi diverse (la sicurezza infatti si difende con gli strumenti della tutela soprattutto preventiva del territorio e non sottraendo od attenuando garanzie processuali o inasprendo in modo indiscriminato le sanzioni). In sede di approvazione di questi provvedimenti sulla sicurezza ci siamo opposti, trovandoli inaccettabili, agli aggravamenti indiscriminati di pena; alla introduzione di circostanze aggravanti legate alla nazionalità del reo; alla introduzione del reato di immigrazione clandestina; al prolungamento del trattenimento presso i CIE da 60 a 180 giorni (provvedimento disposto da un giudice onorario e quindi non professionale e che incide sulla libertà personale di individui che non hanno commesso alcun reato); ai rafforzamenti del doppio binario processuale diretti a limitare garanzie e strumenti di difesa per determinate categorie di imputati (compresa l’ammissione al patrocinio a spese dello stato, indiscriminata e senza limiti di reddito, per le presunte vittime di violenze sessuali); all’inasprimento dell’incostituzionale art. 41-bis dell’ordinamento penitenziario, cosiddetto carcere duro, nonché all’ampliamento dei riti speciali che sacrificano le normali regole di accertamento tipiche del nostro processo penale.
Anche la nuova disciplina sulle intercettazioni telefoniche, approvata alla Camera e attualmente in discussione al Senato, pare ispirata ad una visione del legislatore miope e limitata (la necessità di impedire illegittime pubblicazioni di notizie di reato), senza farsi carico di come questo indispensabile intervento legislativo debba inserirsi nel più ampio panorama dei mezzi investigativi e della formazione della prova. Da questo punto di vista per noi radicali il problema non è tanto (e comunque non solo) di quali tipologie di reati “intercettare” o di quanto tempo, ma della effettività dei controlli sui parametri legislativi che già oggi sono previsti dal codice di procedura penale (il giudice che autorizza l’intercettazione non è infatti un giudice terzo stante la mancata separazione delle carriere).
Detto questo però, occorre che tutte le forze politiche, di destra e di sinistra, nessuna esclusa, trovino la forza ed il coraggio di dire che qualsiasi riforma della giustizia si pensi di fare, anche la migliore e l’ideale, sarà nulla se non si partirà con un azzeramento della situazione esistente: la zavorra dei quasi tre milioni e mezzo di processi penali pendenti, infatti, non potrà far decollare nessuna riforma, neppure la migliore. C’è dunque bisogno di una amnistia. Era quello che come radicali avevamo chiesto dopo l’indulto e di cui c’era bisogno per il Paese. E’ quello di cui hanno bisogno gli stessi magistrati per tornare a lavorare serenamente ed in condizioni umanamente accettabili. Insomma, l’amnistia rappresenta un atto di buon governo ormai necessario e, dati alla mano, assolutamente improcrastinabile. Basti pensare al fatto che – a fronte dei quasi 64.000 detenuti - ogni anno 140.000 reati cadono in prescrizione. Ciò vuol dire che all’aumento delle carcerazioni si accompagna un altrettanto vertiginoso aumento delle prescrizioni.
Da una parte, dunque, abbiamo l'amnistia strisciante, crescente, nascosta e di classe delle prescrizioni e, dall'altra, il popolo e le cifre dell'esclusione sociale, dei senza avvocati e senza difesa, degli immigrati e dei tossicodipendenti, ultra-penalizzati e verso i quali si scarica per intero e inesorabilmente la mano pesante della macchina della giustizia.
Sono questi i numeri che rendono l'amnistia una risposta necessaria a quella che è divenuta una vera e propria emergenza sociale. Una questione che, direttamente o indirettamente, riguarda la vita e le condizioni di milioni di cittadini e di famiglie italiane.
È l’enorme "tappo" rappresentato da tutto questo arretrato pendente che va pertanto rimosso, se si vogliono costruire davvero le condizioni di una nuova giustizia, di una nuova garanzia per tutti i cittadini di vedere tutelati i propri diritti e interessi. Da questo punto di vista l’amnistia rappresenta la precondizione attraverso la quale occorre passare se si vuole riformare la giustizia, a partire dal codice penale e dall'ordinamento penitenziario, ridando così concretezza e senso, e soprattutto equità, all'amministrazione della giustizia nel nostro Paese. Si tratta di uno strumento emergenziale, che di certo non risolve i problemi strutturali ma che consente di meglio affrontarli.
Se sul fronte delle riforme organiche della giustizia l’azione del Governo si è dimostrata assolutamente carente e deficitaria, sul problema dell’esecuzione della pena e del sovraffollamento carcerario l’attuale maggioranza sconta un ritardo ancora più preoccupante, capace di mettere a repentaglio la sicurezza stessa all’interno degli istituti di pena; basti pensare al fatto che rispetto alla capienza regolamentare, che attualmente è di 43.177 detenuti, oggi nelle carceri italiane sono ristrette quasi 64 mila persone, ossia 20 mila in più rispetto al consentito, pari a un tasso di sovraffollamento del 155%. Provate a immaginare in che situazione drammatica ci troveremmo oggi se solo non fosse stato approvato l’indulto tre anni fa; provvedimento ancora oggi ingiustamente rinnegato e vilipeso da tutte le forze politiche, nonostante un recente studio abbia dimostrato in modo inconfutabile che pochissime persone tra quelle che hanno usufruito di questo provvedimento di clemenza sono poi tornate a delinquere. Di fronte a questa vera e propria emergenza nazionale, gli interventi di edilizia penitenziaria annunciati dal Ministro della Giustizia e dal Capo del DAP rappresentano poco più di un palliativo: visti i ritmi di crescita della popolazione detenuta, infatti, un piano-carceri realistico dovrebbe prevedere la creazione di almeno 10.000 nuovi posti ogni anno e questo francamente appare inverosimile per motivi economici, logistici e sociali. Senza contare che i circuiti differenziati, l’apertura di nuovi istituti e la chiusura di vecchie strutture, sono tutte misure destinate a cadere nel vuoto se non saranno presto accompagnate dall’aumento dell’organico degli agenti ed educatori penitenziari, oltre che dei giudici di sorveglianza. La verità è che purtroppo - come riconosciuto anche dalla stesso Ministro Alfano nel momento in cui ha definito le carceri italiane incostituzionali - le autorità italiane hanno fallito rispetto alla responsabilità di garantire la detenzione in condizioni che rispettino la dignità della persona, al punto che oggi la gravissima situazione dei penitenziari italiani (promiscuità, sovraffollamento, tossicodipendenza, sieropositività, aumento dei suicidi) oltre a creare non poco aggravio per l’organizzazione e le condizioni di lavoro del personale di sorveglianza e degli operatori delle strutture, compromette la garanzia di idonee condizioni igienico-sanitarie che devono essere assicurate ai detenuti.
Le condizioni di invivibilità in cui versano gli istituti di pena italiani sono state da noi parlamentari radicali personalmente riscontrate in decine di visite ispettive alle quali abbiamo puntualmente fatto seguire interrogazioni parlamentari e ordini del giorno; abbiamo anche provveduto a depositare una denuncia presso la Procura della Repubblica di Milano nella quale chiediamo che vengano individuati e puniti i responsabili della situazione di intollerabile degrado e fatiscenza in cui versa il carcere di San Vittore, non a caso definito vero e proprio “luogo di tortura” dallo stesso Procuratore Generale della Corte di Appello di Milano. Peraltro, come riscontrato anche dal Comitato europeo per la prevenzione della tortura, ancora oggi in Italia, all’interno degli istituti di pena, delle camere di sicurezza, dei commissariati e dei centri di identificazione ed espulsione, i detenuti vengono non di rado sottoposti a maltrattamenti, pestaggi, violenze fisiche e morali. A tal proposito ricordo il caso emblematico dei sei rumeni accusati dello stupro di Guidonia, pestati sia al momento del loro arresto, che successivamente, durante il loro ingresso di carcere. Nelle due visite ispettive nel carcere di Rebibbia, queste persone ci hanno riferito di essere state private del cibo e costrette a rimanere sveglie tutta la notte nelle prime due notti, di essere state prese a pugni e calci in cella e tenute nude in piedi e con la faccia al muro; di essere state sottoposte a docce fredde e, successivamente, ricondotte in cella dove non veniva loro consentito di chiudere la finestra né di coprirsi con le coperte, nonché di essere state picchiate subito dopo il loro arresto, per tutta la notte, nella Stazione dei Carabinieri di Guidonia, ciò fino al momento della loro confessione. Attendiamo ancora risposta alle due interrogazioni parlamentari, ai ministri della giustizia e della difesa ai quali abbiamo chiesto di verificare la veridicità di questi racconti fatti peraltro in presenza del Direttore il Dott. Cantone che, essendo persona seria e capace già dalla prima visita fatta assieme a Sergio D’Elia aveva provveduto a spostare quei detenuti dal quel braccio di tortura.
Sul fronte carceri ricordo infine che abbiamo depositato due proposte di legge redatte assieme all’Associazione “il detenuto ignoto” alle quali tengo particolarmente: mi riferisco al disegno di legge sui bambini in carcere (secondo stime attendibili, oggi sono quasi 70 i bambini che scontano la pena in carcere insieme alle madri) e all’anagrafe pubblica delle carceri. Posso dire che anche qui ci vorrà la tigna radicale per una rapida messa all’ordine del giorno perlomeno della prima proposta, anche perché fu proprio il Ministro Alfano ad impegnarsi pubblicamente affinché la stessa venisse approvata in tempi rapidi.
Infine vorrei concludere dicendo qualcosa anche sulle politiche adottate in questi mesi dal Governo, ed in particolare dal Ministro dell’Interno Maroni, in materia di immigrazione, visto e considerato che anche su questo fronte le iniziative intraprese da noi radicali nel corso della presente legislatura sono state numerose. A parte quanto già detto prima con riferimento all’approvazione dei cosiddetti pacchetti-sicurezza (prolungamento del trattenimento presso i CIE, introduzione del reato di clandestinità, aumento di pena se il reato è commesso da chi non è in possesso del permesso di soggiorno), sono state anche qui numerose le visite ispettive effettuate all’interno dei Centri di Identificazione ed Espulsione; visite che ci hanno consentito di riscontrare di persona come questi edifici non di rado siano fatiscenti, inadeguati ed insicuri, all’interno dei quali spesso si vive in condizioni di sovraffollamento e di duri stenti come, se non peggio, che nelle carceri. Anche sui CIE abbiamo più volte sollecitato il Governo, con interrogazioni ed ordini del giorno, ad adottare tutti quei provvedimenti urgenti ed indifferibili volti a migliorare le condizioni di vita e di salute degli immigrati che vi sono ristretti, ponendo fine alla vergognosa “extraterritorialità” di queste strutture, all’interno delle quali viene quotidianamente tollerato ciò che all’esterno sarebbe inaccettabile e provocherebbe le legittime proteste degli italiani e dell'Europa intera. Basti pensare a quanto accadeva fino a poco tempo fa all’interno del CARA di Cassibile, centro gestito dall’associazione cattolica Alma Mater O.n.l.u.s., dove capitava anche che i migranti fossero costretti a dormire per terra sui materassi, in una struttura fatiscente, inadatta ad accoglierli e priva di condizioni igienico-sanitarie minimamente accettabili, il tutto mentre i vertici stessi dell’ente gestore venivano indagati dalla Procura di Siracusa per truffa ai danni dello Stato, accusati cioè di aver presentato false fatture relative a spese mai sostenute al fine di ottenere i relativi rimborsi dalla Prefettura. Su tutto questo il processo è ancora in corso e a novembre si svolgerà l’udienza preliminare, nel frattempo però, anche in parte grazie alle interrogazioni parlamentari ed a quelle presentate in Europa da Marco Cappato e Marco Pannella (sulla gestione del centro di Cassibile sono usciti articoli su l’Unità, su Repubblica, sui mezzi di informazioni locali, al punto che lo stesso Ministro Maroni ha pubblicamente preso le distanze dai gestori del centro) la Prefettura di Siracusa non ha più rinnovato la convenzione con l’Alma Mater per la gestione del CARA.
Da ultimo mi preme rimarcare la nostra opposizione rispetto alla politica dei respingimenti adottata dal Governo nei confronti dei migranti soccorsi in acque internazionali: nella circostanza ricordo che oltre ad esserci fortemente battuti in Parlamento contro la ratifica dell’accordo Italia-Libia, come parlamentari radicali eletti nelle liste del PD abbiamo anche deciso di presentare un esposto contro il Ministro Maroni presso la Procura della Repubblica di Roma ravvisando nel provvedimento di riammissione in Libia dei potenziali richiedenti asilo una palese violazione del nostro ordinamento costituzionale, oltre che del principio di non-respingimento riconosciuto e tutelato dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo, dalla Convenzione di Ginevra e da pressoché tutti i trattati internazionali in materia. Ho motivo di ritenere che sul relativo procedimento penale, tuttora pendente presso la Procura di Roma, nei prossimi giorni ci saranno importanti sviluppi.
In conclusione mi sento di dire, dal mio angolo privilegiato di componente della Commissione Giustizia della Camera, che su giustizia, immigrazione e carceri, sia il Parlamento che il Governo, in questo primo scorcio di legislatura, non hanno sempre offerto l'immagine di un'Italia che lavora per i cittadini e per il loro diritto ad avere una giustizia giusta, processi più rapidi e carceri o centri di detenzione più umani, ma spesso quella di un'Italia succube dei veti incrociati di gruppi di potere vecchi e decrepiti. Sono questi veti che per il momento hanno prevalso. Alla nostra offerta politica di collaborazione, al nostro comportamento coerente, non ricattatorio, e di lavoro per il Governo della situazioni, non sono seguite fino ad oggi risposte incoraggianti. Mi auguro che in futuro questa nostra disponibilità a discutere seriamente di una riforma organica della giustizia venga colta e non sprecata, ci sia consentita. Certo, per farlo, dobbiamo ri-conquistare gli spazi della democrazia e della legalità che non ci sono ed è forse questa l’analisi dalla quale non si può prescindere e che deve vedere qui sì, uniti e compatti, noi laici, socialisti, liberali, radicali: di tutto il resto si può discutere, ma su questo abbiamo il dovere di riscattare decenni di politica mistificatoria e distruttiva del sistema partitocratico.
Mi dà fiducia concludere con la citazione di una citazione che ha fatto Nicolò Amato al recente Congresso della Uil Penitenziari. Come sapete, Nicolò Amato è stato anche Capo del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria in anni difficili e, con lui oggi, stiamo riprendendo un rapporto importante che abbiamo avuto in passato.
La citazione di Nicolò Amato che cita Bertrand Russell è questa:
L’utopia alcune volte salva la speranza, perché “gli innocenti non sapevano che la cosa era impossibile, e dunque la fecero.”
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