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giovedì 12 febbraio 2009

Giustizia: la crisi economica e la violenza diffusa che aumenta

di Andrea Riccardi

La Stampa, 12 febbraio 2009

Si comincia a avvertire forte il vento gelido della crisi. Lo si percepisce nella vita quotidiana, nelle restrizioni dei consumi, nella precarietà del lavoro e in conseguenze ancora peggiori che toccano tanti. È un fenomeno europeo e mondiale. La gente vive le difficoltà, il ridimensionamento del livello di vita, la nuova povertà, con comprensibile frustrazione. Non bastano i discorsi sui flussi dell’economia mondiale o le spiegazioni macroeconomiche. Chi sono i responsabili? L’economia globalizzata non ha volto.

Il suo centro direzionale è lontano, anonimo, avvolto nelle nebbie. Non è un palazzo raggiungibile dalla protesta della gente. Frustrazione e protesta non diventano politica, ma rabbia che vuole sfogarsi. Con un meccanismo facile, ce la prendiamo con chi è vicino e raggiungibile, anche se non responsabile delle difficoltà. La grande crisi economica del 1929 insegna. Allora ci fu una crescita di antisemitismo. L’ebreo si presta a rappresentare il colpevole d’una crisi mondiale. I dati sulla diffusione del pregiudizio antisemita in Italia sono preoccupanti. Non lo sono di meno quelli in Germania. Secondo uno studio dell’Università di Lipsia il 18% degl’interrogati crede gli ebrei troppo influenti, il 15% pensa che perseguano i loro obiettivi "con loschi trucchi". In Catalogna si segnalano episodi antisemiti in modo insistente. Nel Venezuela, accogliente dall’epoca delle persecuzioni naziste, gli ebrei sono fatti segno di gravissimi attacchi. In Ungheria, Cechia, Slovacchia, ci sono consolidate aree di antisemitismo. In quest’ultimo Paese non mancano espressioni di nostalgia per il regime collaborazionista di mons. Tiso (che coinvolgono anche il mondo cattolico). L’antisemitismo è una storia dalle radici antiche, ma che si sviluppa in un clima incandescente. Si accompagna all’anti-gitanismo che attraversa tutte le società europee. Troppo si sono incolpati gli zingari del malessere di alcune situazioni urbane.

C’è poi il capitolo degli immigrati. Il pregiudizio è facile: vengono a rubarci il lavoro, la casa e, alla fine, il nostro Paese. Le accuse s’intrecciano con la violenza sulle persone. In Cechia le aggressioni razziste sono compiute da persone poco scolarizzate. In Russia aggressioni e omicidi dei non russi sono cresciuti in modo impressionante nel corso del 2008. I giovani sono spesso i protagonisti di queste violenze: vogliono esistere e far sentire la loro rabbia. Spesso sono esterni a ogni rete sociale e vivono in un vuoto di ideali. Un giovane della periferia di Parigi, nel cuore della rivolta della banlieue, diceva dopo aver incendiato le macchine: "Brucio dunque sono".

I giovani, che non sanno chi sono e trovano la loro identità nella pratica aggressiva. Le violenze dei giovani ad Atene, in dicembre, sono un esempio. La protesta fu contro la polizia. Picchiare è un modo di protestare ed esistere. Soprattutto contro gli stranieri. È una storia vecchia. Nel 1979, nel cuore di Roma, un gruppo di ragazzi bene dette fuoco a un barbone somalo. Si fece sentire la voce forte di Giovanni Paolo II, che condannò il fatto. Oggi si ripetono con preoccupante frequenza episodi simili. Poco importa se l’aggressione del "branco" dei giovani all’indiano di Nettuno sia effetto dello sballo o del razzismo. Sono due volti dello stesso fenomeno, molto grave, rivelatore del vuoto delle menti, ma anche della crisi del senso comune di umanità. C’è allora un grande problema educativo, ma anche di senso di irrilevanza da combattere e d’identità da trasmettere.

Non si tratta però solo di giovani. La violenza diffusa crescerà con la crisi economica, con la rabbia di una vita quotidiana difficile, con la ricerca di colpevoli introvabili, all’origine di questa situazione. La Stampa (lunedì 2) pubblicava una mappa europea del disagio e si chiedeva: "Sarà l’inverno dello scontento?".

Credo che avremo un inverno molto lungo, ben al di là della stagione climatica. Libererà sentimenti di rabbia, scontento, aggressività contro i bersagli più vicini, perché non c’è un palazzo del potere da assaltare, ma tanto malessere da sfogare. Bisogna vivere responsabilmente questo lungo inverno. Prima di tutto, è necessario evitare la semina del disprezzo e dell’odio verso gruppi etnici o sociali. I semi del disprezzo sfuggono dalla mano di chi li getta e fruttificano presto in un clima frustrato e incandescente. Non si tratta di limitare la libertà di espressione, ma di richiamare alla responsabilità micidiale delle parole, specie se si ricoprono cariche pubbliche.

Già il dibattito sulla sicurezza non è stato un grande esempio di correttezza. Ha conosciuto, a uso elettorale, accuse a stranieri e zingari da destra e sinistra alternativamente. Poi, al governo, tutti hanno avuto gli stessi problemi. L’idea è che urlando sulla sicurezza si guadagna consenso e magari si vincono le elezioni. Ma si sa che non siamo un Paese così insicuro. Il problema dei toni, delle accuse a gruppi di persone, degli allarmi, delle parole roventi non è qualcosa di accessorio in una situazione di grande tensione sociale come la nostra. È un problema di responsabilità.

Mi chiedo se non sia necessario un "patto" tra forze politiche e sociali in una stagione di grandi sofferenze e di emergenza, non per imbrigliare il dibattito, ma per mantenere una soglia di responsabilità nel linguaggio. Ci sono grandi questioni, come gli immigrati, la trattazione di taluni fatti dolorosi e di sangue, che richiedono un approccio condiviso e responsabile. Le difficoltà di tanti impongono che si dica la verità sulla crisi che stiamo passando, anche se spiegarla responsabilmente può apparire complesso. Potrà sembrare "buonista", ma per me rappresenta una soglia di dignità nel trattare gli interessi del Paese. Democrazia è condividere alcuni grandi interessi comuni.

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