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mercoledì 28 gennaio 2009

La storia

La lettera di Anna, una detenuta nel carcere di Sassari.
«Vivo in una cella di tre metri per tre, con altre quattro compagne di sventura. Abbiamo una tazza alla turca e il lavabo a mezzo metro dal letto, senza neppure una tenda»

di Irene Testa da Notizie Verdi "Speciale carceri"

Anna scrive dal carce­re di San Sebastiano a Sassari, «struttura vecchia di circa 400 anni, coi muri scrostati», dove recentemente un intero brac­cio è stato chiuso in seguito al crollo del tetto. Il suo primo anno di detenzione, in regime di custodia cautelare, l’ha spe­so in una cella di tre metri per tre, con altre quattro compagne di sventura. «Una finestrella da cui si vede solo il cielo, per ri­uscire ad aprirla o a chiuderla occorre mettere una sedia so­pra il tavolo. Una tazza alla tur­ca e il lavabo a mezzo metro dal letto, senza neppure una ten­da per nasconderli». Racconta che la sua prima, forte quanto sgradevole impressione è stata olfattiva, e un senso di lercio e di abbandono. Il disagio causato dal sovraffollamento è solo una componente della “pena”, cui si somma la sensazione di sentirsi imprigionata e svuotata a tutti gli effetti, non solo per la mate­riale privazione della libertà ma per «la privazione dell’animo, cioè di quel qualcosa che non può che appartenere solo a noi stessi, ma che una volta varcata la soglia di un carcere non ci ap­partiene più».
In cella le sono consentiti due paia di pantaloni, sette maglie, non più di due paia tra scarpe e ciabatte, quattro asciugama­ni e niente lenzuola private. La femminilità, la cura della per­sona, non sono contemplate nel regolamento. Due docce a settimana, se si vince la lotteria di poter disporre perlomeno di acqua tiepida. La posta le viene costantemente aperta e con­trollata sia in entrata sia in usci­ta, e non è consentito tenerne troppa in cella, così come non è consentito tenere troppe foto. Tutta la propria vita dev’essere custodita in pochi metri quadri. Si vive sospese, e ci si accorge che il tempo e la vita scorrono solo dalle luci e dai rumori che arrivano dalla città lì intorno. C’è chi, avida di libertà, si ar­rampica alle finestre per poter meglio vedere e sentire, c’è chi preferisce evitare per non ri­mettere in discussione la rasse­gnazione dietro cui si è murata.
Cibo scarso e pressoché imman­giabile: per questo e per il dispia­cere, durante i primi tre mesi di reclusione Anna ha perso 13 chi­li. «Ho sempre saputo che in car­cere la vita non è certo un lusso, ma mai avrei pensato che deten­zione dovesse significare fame». Mezzo litro di latte alla settima­na, diviso tra il martedì e il giove­dì, giorni in cui viene consegnata anche la mela. Un pranzo tipo consiste in due cucchiai di riso bollito, pasta, scondita, al po­modoro o con la margarina, un frutto se c’è. «Due volte al mese si riesce anche a mangiare la car­ne». Non solo la scarsità del cibo è scandalosa, ma anche la quali­tà: «Qui ci sono persone con seri problemi al fegato e all’intestino per il cibo che ci viene dato». E chissà, ma c’è da essere dubbiosi, se questi riceveranno in carcere le cure adeguate. Ci si arrangia a preparare, nel cucinino attacca­to al gabinetto, quel che si riesce a comprare da fuori, con i prezzi quasi raddoppiati dal sopravit­to, o che arriva nell’unico pacco mensile da casa, ma attenzione: niente patate, né succhi di frutta, né frutta sciroppata, «per non dare la possibilità ai detenuti di prepararsi bevande alcoliche», che sono severamente vietate e altrettanto severamente punite.

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