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venerdì 16 gennaio 2009

Giustizia: Psichiatria Democratica; storie di vita e… di follia!

di Davide Madeddu

L’Unità, 15 gennaio 2009

Alice che non riusciva a vivere più perché quelle voci le rendevano l’esistenza impossibile. Dormiva e sentiva le voci, camminava e sentiva le stesse voci. Un incubo da cui non riusciva a uscire. Poi Giuseppe che rinchiuso in carcere fissava la finestra per ore e stava senza parlare. Non una parola, non un sorriso. Un’esistenza persa per quel giovane che "in tanti consideravano pericoloso". Eppoi tutti gli altri. Quelli che sono finiti in un manicomio perché "matti" e gli altri ancora che hanno fatto la spola da un ospedale all’altro passando per case protette, carceri e comunità di recupero.
Esistenze disperate costrette a fare i conti con la malattia invisibile e, molto spesso, anche con la paura del giudizio degli altri e della vergogna. Perché "quando si dice che qualcuno è matto, si ha sempre vergogna". Storie di vita distrutta che gli psichiatri di Psichiatria democratica hanno deciso di raccontare, in occasione del trentacinquesimo anno di fondazione dell’associazione nazionale, nella pubblicazione "Storie di vita, storie di follia". Che è poi un viaggio nel mondo dei cosiddetti "matti". Quello che "forse è meglio far finta di non conoscere". Che in tanti fanno finta anche "che non esista".
"Con questo lavoro abbiamo scelto di narrare le storie dei protagonisti delle lotte di questi anni, utenti innanzitutto, ma anche operatori, familiari. Questo - spiega Paolo Tranchina, psichiatra e promotore di Psichiatria democratica in Italia - ci ha permesso di dare un volto concreto alla ricchezza delle pratiche, dei rapporti, della vita, e alla unicità di ogni essere umano. I pazienti, insieme a vissuti e esperienze profonde, hanno espresso con chiarezza ciò di cui hanno bisogno quando stanno male, permettendo così di fare affiorare in primo piano aspetti fondamentali della relazione terapeutica". Nelle numerose pagine che compongono l’edizione monografica "Storie di vita storie di follia" ci sono soprattutto le storie. Quelle delle persone che vivono e che ogni giorno devono fare i conti con i loro problemi, i drammi della vita. Storie che i volontari di Psichiatria democratica - come spiegano - hanno voluto raccontare per lasciare un segno. "Scrivere le storie - prosegue Tranchina - ha implicato per tutti momenti di profondo coinvolgimento emotivo, disvelamento della propria interiorità, esposizione al confronto, ma anche esplicitazione di aspetti riservati della propria soggettività, silenzi, intimità, segreti, e l’emergere della dimensione affettiva, indispensabile al nostro lavoro".
E dentro le pagine ci sono appunto le storie. Cinquantatre che, partendo dai manicomi, viaggiano seguendo il percorso che ha determinato la chiusura e il passaggio alle altre strutture. Il tutto senza dimenticare poi le esistenze. Le storie, come tengono a rimarcare i responsabili di Psichiatria democratica. Dalla signora bolognese che vede la distruzione della sua famiglia e la frammentazione lenta ma progressiva della sua esistenza, oppure del giovane che finisce all’ospedale psichiatrico giudiziario.
"Sia chiaro un aspetto che non deve essere mai dimenticato e sottovalutato - spiega Emilio Lupo, presidente nazionale di Psichiatria Democratica - prima di tutto ci sono le persone, le loro storie, la loro esistenza, non le cartelle cliniche, quelle vengono dopo".
Un punto di partenza indispensabile, a sentire lo psichiatra che opera in una struttura pubblica di Napoli, che tende a valorizzare sempre e comunque l’aspetto umano. "Non possiamo limitarci a considerare i casi, e le persone come semplici numeri. Qui si deve partire da un principio: quello delle storie legate alle persone, al contesto in cui vivono. Se non si parte da questo fatto non si può pensare di andare avanti e di trovare soluzioni ai problemi giacché i problemi vanno visti nel loro insieme". Premessa indispensabile per spiegare poi il lavoro che da 35 anni tutti i medici e i volontari di Psichiatria democratica portano avanti in tutta Italia.
"Proprio per questo motivo - prosegue - siamo convinti che sia necessario, quando si interviene, studiare il contesto in cui nascono i problemi. Ed è per questo motivo che, noi di Psichiatria democratica, da tempo stiamo lanciando il progetto casa lavoro, perché per risolvere i problemi questi due elementi sono necessari e indispensabili". Motivo? " Non si può trovare una soluzione senza avere una casa di riferimento e un lavoro. Quando mai ci potrà essere la crescita e il recupero di una persona?".

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